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Marco Wong: la mia Roma?
Meticcia e dinamica

 

 

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Roma, Lucas Uyezu

 

Roma, almeno per ora, non avrà il suo Sadiq Khan. In un panorama politico schiacciato tra le ambiguità dei 5 stelle sui migranti e un centro-sinistra al governo alle prese con la scomoda posizione nell’Unione europea dell’Italia (uno degli approdi naturali degli attuali flussi), c’è ancora poco spazio per un dibattito sereno e strategico su uno dei fenomeni strutturali di più ampia portata del nostro tempo. Ma se da noi manca, a differenza di Londra, un figlio di lavoratori immigrati in grado di conquistare il Campidoglio, sarà interessante seguire i risultati che raccoglierà Marco Wong. Cinquantatré anni, ingegnere, nato in Italia da immigrati cinesi e presidente onorario di Associna, Wong rappresenta la parte più intraprendente e influente dei cosiddetti immigrati di “seconda generazione”, italiani fortemente legati al paese d’origine che si stanno inserendo sempre meglio nel mondo delle professioni, e della politica. Dopo averci provato in passato a Prato, il 5 giugno prossimo Wong correrà per una poltrona di consigliere comunale nella capitale, con “#Roma torna Roma”, una lista civica civica che sostiene la candidatura a sindaco di Roberto Giachetti.

 

Wong, qual è il percorso che l’ha portata a candidarsi a Roma e a sostenere Giachetti sindaco?

 

Ho una storia politica di centro sinistra, ma non ho la tessera del Pd e quindi ci ho tenuto a essere candidato in una lista civica. Ritengo che il progetto politico di Giachetti sia il migliore per la città, a partire dall’esperienza delle elezioni primarie. In quell’occasione io ho messo su un comitato di sensibilizzazione al voto e seguito tutto il percorso delle primarie… le primarie di coalizione del centrosinistra e del Pd danno la possibilità agli stranieri di esprimere il loro voto e di candidarsi, cosa che altre formazioni politiche non fanno. Ad esempio il Movimento 5 stelle è aperto, in questo caso, solamente agli italiani… per non parlare di altre formazioni politiche come Fratelli d’Italia e Lega.

 

L’Italia è apparentemente meno accogliente nei confronti dei migranti rispetto ad altri paesi europei. In cosa ritiene che potremmo migliorare, in particolare a Roma, da questo punto di vista?

 

Si avverte la necessità di una riforma della legge sulla cittadinanza, anche se non si tratta direttamente di un compito dei consiglieri comunali. Pur essendo nato e cresciuto in Italia, anche io mi sono trovato nella situazione di dover chiedere un permesso per soggiornare nel paese i cui sono nato. E se quando io avevo 18 anni forse il problema non era così importante, perché di “seconde generazioni” ce n’erano ancora poche, oggi i numeri dell’immigrazione in Italia e le tendenze demografiche nel nostro paese fanno sì che le persone nate in Italia ma con cittadinanza straniera rappresentino un fenomeno assolutamente rilevante, che va affrontato molto meglio. Questo ovviamente è un tema di cui deve occuparsi la politica nazionale, ma sicuramente esistono delle buone pratiche che si possono mettere in atto anche a livello comunale.

A Roma, ad esempio, c’è la percezione che ci siano troppi stranieri. Ma prendiamo una città internazionale come Toronto – che ha 6 milioni di abitanti, il doppio di Roma -: lì la metà della popolazione è nata all’estero. Mia figlia ha studiato lì per un periodo e il sito internet della sua scuola poteva essere consultato in sei diverse lingue asiatiche. Qui in Italia abbiamo anche un problema di organizzazione della società: in altri paesi c’è una burocrazia più efficiente che, tra l’altro, permette di accogliere meglio i migranti. Certo, uno straniero che viene in Italia deve entrare in un percorso di conoscenza e di integrazione nella società, però la società si deve anche organizzare per rendere la vita meno difficile ai migranti. I corsi di lingua ormai ci sono, ma c’è da fare ancora tanto – da un punto di vista della macchina amministrativa e burocratica – per rendere la città più accogliente. E se la macchina funzionerà meglio, ciò va andrà a vantaggio di tutti.

 

Si dice spesso che i cinesi – anche per la loro lingua e cultura molto “forti” – non si integrano. Lei invece rappresenta un esempio di italo-cinese, integrato… è una mosca bianca o c’è un trend tra le “seconde generazioni”?

 

C’è una tendenza. I grandi flussi migratori di cinesi sono arrivati tra gli anni Ottanta e Novanta. Oggi ci sono quindi delle “seconde generazioni”, nate e cresciute in Italia, che si vedono di meno, perché molto spesso scelgono di non fare lo stesso lavoro dei genitori. Dunque l’italiano medio, abituato a vedere i cinesi che lavorano negli empori o nei ristoranti, ha una percezione che ormai è parziale, perché adesso iniziano a essercene tanti che stanno diventando dei professionisti, assunti nelle grandi aziende. Dunque queste persone, più integrate, si notano di meno e la percezione comune non sta al passo con i tempi. Ad esempio, le grandi università di economia come Bocconi e Luiss hanno una percentuale di studenti stranieri piuttosto elevata, tra cui tanti cinesi, parte dei quali viene dalla Cina, mentre un’altra parte è figlia degli immigrati cinesi in Italia.

 

Associna negli ultimi tempi è cresciuta molto. Sbaglio se la definisco, anche, una “lobby”, un esempio tipico dell’intraprendenza e della capacità di organizzarsi dei cinesi per promuovere i loro diritti e i loro interessi?

 

Associna è da sempre attiva in una dimensione sociale. Nello stesso tempo quel tipo di attivismo, di spirito, viene anche trasmesso ad alcuni associati che poi fanno attività di lobbying. Ad esempio Francesco Wu – del direttivo di Associna – ha fatto attività di lobbying a favore degli associati commercianti a Milano. L’associazione è apartitica è ha un’impronta più sociale (integrazione, inclusione sociale). Ma è chiaro che gli associati hanno varie sensibilità, che possono esprimere in diversi tipi di attività.

 

Da un punto di vista economico e sociale l’Italia e la Cina in questo momento sono due paesi molto lontani: la nostra crescita zero, il nostro pessimismo da un lato e, dall’altro, il dinamismo della Repubblica popolare. Come vede questa decadenza dell’Italia? Crede che le seconde generazioni di cinesi possano in qualche modo contribuire a darci una mano a risollevarci?

 

Le “seconde generazioni”, non solo cinesi, ma di tutti i paesi del mondo, rappresentano dei ponti naturali tra le culture e quindi possono favorire processi di investimento o aiutare l’export. La mia storia personale ne rappresenta un esempio. Quando – ormai in un’altra epoca – la Cina era una grande ricettrice di investimenti, ho diretto uno dei più grandi investimenti italiani di quel periodo in Cina (una joint venture di TIM, ndr). Poi, quando si è un po’ invertito il flusso, ho fatto da startup di Huawei in Italia, contribuendo all’assunzione in Italia di diverse centinaia di persone, facendo investimenti. Ma ci sono molti altri casi come il mio. Mi viene in mente quello di un ragazzo il cui padre faceva importazione di alimentari dalla Cina: adesso lui e i suoi fratelli stanno assistendo alcune industrie agro-alimentari italiane a esportare in Cina. Alcuni professionisti membri di Associna stanno negoziando degli investimenti di grandi aziende cinesi in Italia. Se si potesse “istituzionalizzare” questo genere di attività, credo che si avrebbe una grande spinta verso nuove opportunità.

Mi preme sottolineare questo aspetto economico dell’immigrazione. In una città come Roma, per la quale il turismo è così importante, i cittadini di origine straniera potrebbero essere utilizzati per accogliere meglio i flussi turistici in arrivo. I cinesi in questo momento sono primi come spesa per il turismo “outcoming” e per l’economia della capitale sarebbe molto importante riuscire a intercettare al meglio questi flussi. Nelle boutique del centro ci sono ragazzi poliglotti (anche “seconde generazioni” cinesi) ma da parte delle istituzioni manca un’attenzione a questo fenomeno. Pensiamo alle stagioni turistiche, che tra Italia e Cina sono così diverse… eppure, finora, non sono stati organizzati eventi particolari per attrarre qui da noi i milioni di cinesi che si muovono durante il capodanno lunare (tra gennaio e febbraio, ndr), un periodo per l’Italia di bassa stagione.

 

Grandi città come Roma, le lasciano immaginare una società italiana sempre più meticcia, nonostante la nostra politica che spesso alimenta paure nei confronti dello “straniero”?

 

Sì, direi senz’altro di sì, anche se la politica è un po’ in ritardo nel recepire il cambiamento. Forse altrove sono più avanti, basta guardare al nuovo sindaco di Londra, un figlio della “seconda generazione” di pachistani, o ai due nuovi consiglieri della capitale britannica, di origine cinese. Il Regno Unito ha una storia diversa, ma anche in Italia la tendenza è sostanzialmente la stessa. Uno dei motivi per cui c’è il ritardo che registriamo qui è che gli stranieri extracomunitari per la politica non sono dei “portatori di voti”. Anzi alcune formazioni li usano come “oggetti politici”, strumentalizzando problemi relativi alla loro presenza, parlando quasi esclusivamente dei barconi e trascurando il cambiamento che è in corso.