Editoriale

Voice of America




L

a vittoria di Donald Trump è il trionfo delle sue promesse protezioniste nella prima economia del mondo, la cui leadership e le cui corporation negli ultimi decenni sono state gli alfieri globali del libero scambio e dell’ideologia del mercato.

L’America, secondo il nuovo presidente degli Stati Uniti, dovrà “ridiventare grande” tornando a se stessa e smetterla di spendere miliardi per la Nato o per il contenimento della Cina: milioni di persone impoverite dall’ultima crisi del capitalismo finanziario hanno creduto a questo slogan.

 

Negli ultimi 35 anni i cittadini statunitensi hanno già, democraticamente, spedito alla Casa Bianca, entrambi per due mandati (16 anni complessivamente!) due presidenti “shock”, come in queste ore viene definito Trump: l’ex attore Ronald Reagan (1981-1989), artefice della politica economica passata alla storia come “reaganomics” (l’equivalente Usa del tatcherismo), dell’invasione di Grenada, del bombardamento della Libia e dello scandalo Iran-contras; e l’ex alcolista George W. Bush (2001-2009), il fondamentalista cristiano artefice dell’esportazione della democrazia in Medio Oriente e dello scempio del carcere di Guantanamo.
Verrebbe da concludere semplicemente che è un bene che un paese che ha espresso leadership simili si chiuda, almeno per un po’, e rinunci a tentazioni egemoniche: per leccarsi le ferite delle disuguaglianze che ha prodotto il suo sistema economico e riflettere sulle macerie e le sofferenze che ha esportato con la guerra.

Chi l'ha detto che un'America che scelga di rinunciare alle sue ambizioni tardo imperiali non possa favorire un assetto internazionale più equilibrato di quello attuale?

Ma si tratterebbe di una reazione emotiva, come quella di certa sinistra italiana che si scandalizza per l’elezione dell’impresentabile candidato a stelle e strisce, come se qui da noi non ci fossimo appena lasciati alle spalle il ventennio berlusconiano.
Soprattutto, buona parte di questa stessa sinistra è preoccupata che Trump alla Casa Bianca possa bloccare il percorso della globalizzazione liberista!
Quasi 20 anni dopo quel movimento di Seattle che articolò una critica radicale e puntuale della globalizzazione e proprio quando la globalizzazione ha finalmente spazzato via le classi medie di mezzo mondo, la sinistra difende la globalizzazione. Eppure Trump è, anzitutto, una reazione ai nefasti effetti di massa della globalizzazione attuata a scapito delle tutele del lavoro e dell’ambiente.
Protezionismo e nazionalismo (quest’ultimo si sta manifestando in maniera più evidente nei tradizionali focolai europei e, in una certa misura, in Cina, che nei multietnici Stati Uniti d’America) sono evidentemente fenomeni in ascesa e in grado di alimentare conflitti commerciali che possono anche sfociare in guerre.
Ma chi l’ha detto che un’America che scelga di rinunciare alle sue ambizioni tardo imperiali (sempre che Trump non venga presto “normalizzato”) per dedicarsi di più, ad esempio, a ricostruire strade, ponti, ferrovie e scuole negli States – in un mondo in cui la Cina e altre potenze regionali scalpitano, reclamando più spazio per sé – non possa finalmente favorire un assetto internazionale più equilibrato di quello attuale?

 

O dobbiamo credere a una delle ultime dichiarazioni di Obama, secondo cui “l’America è nata per avere un ruolo guida che, in sua assenza, nessuno può svolgere”?
La Voice of America – quella dell’America profonda che ha perso il lavoro – rappresentata da Donald Trump lo ha gridato forte, e l’eco da oggi si sente in tutto il mondo: questa globalizzazione non funziona.

Concentriamoci sul messaggio più che sull’indigesto messaggero: milionario, sessista, intollerante…

Il movimento di Seattle era un’avanguardia, ma quasi vent’anni dopo la globalizzazione è contestata da una massa di gente comune che ha spinto il “fenomeno Trump” fin dentro la Casa Bianca.

L’opposizione al liberismo che oblitera diritti, persone e natura da elitaria è diventata di massa, nel cuore del capitalismo globalizzato.



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