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Una svolta autoritaria
al passo coi tempi

Con l’annuncio di ieri, da parte del Comitato centrale, della prossima eliminazione del limite di due mandati per la presidenza della Repubblica popolare cinese, l’istituzionalizzazione di quella che agli osservatori della politica di Pechino era apparsa, fin dall’elezione del nuovo segretario generale del Partito comunista (Pcc) nel 2013, una svolta autoritaria e accentratrice, compie un ulteriore, decisivo passo avanti.

 

Prima di quest’ultima mossa del CC, Xi Jinping era già riuscito a far inserire il suo nome e il suo “pensiero sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” nello statuto del partito (unico leader, oltre a Mao, a ottenere questo riconoscimento non post mortem); aveva accentrato il potere rivitalizzando una serie di “gruppi di lavoro ristretti”, da lui guidati, che hanno sottratto al Consiglio di Stato (il governo) alcune importanti funzioni; e, soprattutto, nella sua campagna anti-corruzione erano caduti i maggiori avversari politici del sessantaquattrenne Xi.

 

Se, come anticipato, tra qualche giorno sarà eletto vice presidente Wang Qishan – sessantanovenne fedelissimo di Xi e principale artefice della suddetta campagna contro “mosche e tigri” – verrà confermato che l’azzardo calcolato di Xi è quello di mandare definitivamente in soffitta il sistema di successione ordinata da una leadership all’altra voluto da Deng Xiaoping (ma mai del tutto istituzionalizzato) per evitare che la Cina si ritrovasse prima o poi a fare i conti con un altro Mao, con un leader troppo potente, e a vita.
Xi e la sua ristretta cerchia di fedelissimi rompono con i capisaldi del denghismo che avevano distribuito il potere in Cina: consenso al vertice, in ossequio al principio leninista del centralismo democratico; pensionamento dei politici a 68 anni; limite di due mandati (cinque anni più cinque) per la carica di presidente.

La Cina di Xi è alle prese, all'interno, con la corruzione nel Partito comunista e le tensioni con le minoranze etniche e, sul piano internazionale, con la tendenza alla de-globalizzazione

E quando – nella prossima riunione annuale dell’Assemblea nazionale del popolo, che si apre il 5 marzo prossimo – la regola scritta del suddetto limite sarà cancellata, sarà più facile, allo scadere del mandato di Xi, ignorare la consuetudine di limitare a dieci anni anche il mandato del segretario generale del Partito e quello di capo dell’esercito.
Se le successioni “ordinate” di Deng sono state cancellate da Xi e compagni, ciò è il risultato delle circostanze “eccezionali” degli ultimi anni, in Cina e nel contesto internazionale. Negli anni immediatamente precedenti l’elezione di Xi a segretario generale del Pcc nel 2012, il Partito era sull’orlo del collasso, con la corruzione che ne minava le fondamenta infestando tutto il suo apparato e le rivolte in tre regioni autonome (Xinjiang, Tibet e Mongolia interna) che avevano contribuito anch’esse a indebolirne fortemente il consenso tra la popolazione.

 

Con le centinaia di migliaia di processi della campagna anti-corruzione lanciata da Xi, e i massicci investimenti a favore e il pugno di ferro contro le minoranze musulmane, tibetane e mongole, l’ordine sembra essere stato infine ristabilito (grazie ai poteri che il centro ha sottratto alle riottose periferie), mentre il paese continua a crescere a tassi irraggiungibili per l’Occidente.

Xi ha avuto l’accortezza di allungare al massimo l’orizzonte del suo governo: la sua nuova via della Seta è stata definita dalla propaganda “il piano del secolo”, mentre la campagna anti-corruzione è stata resa permanente e istituzionalizzata, inserendo nello Statuto del Partito il nuovo organismo che la supervisionerà. Il leader che si è dato obiettivi così ambiziosi poteva accettare che il suo governo terminasse ufficialmente dopo due lustri?

 

Nello stesso tempo, è il contesto internazionale a favorire in Cina questa torsione autoritaria senza precedenti dalla morte di Mao nel 1976.
Se un mondo che il potere, da Washington a Pechino, passando per Bruxelles, dipinge come pieno di pericoli, è governato col pugno di ferro da personalità forti in paesi emergenti come Russia, Turchia, Egitto… perché la Cina – che secondo la propaganda del Partito è attivamente impegnata a combattere i “tre mali” del separatismo, del terrorismo e dell’estremismo, in cima alla lista delle minacce alla sua sovranità e integrità territoriale, non dovrebbe avere il suo presidentissimo-generalissimo?

 

Gli Stati Uniti – al cui capitalismo, dal suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001 la Cina si è sempre più legata – si sono protetti dalle insidie del nuovo mondo affidandosi a Donald Trump, che ha conquistato la Casa Bianca battendosi contro l’establishment del suo partito e il cui governo è all’insegna, finora, di un maldestro decisionismo.

Oltre che da problematiche interne alla Cina, la svolta autoritaria di Xi nasce nel quadro di un contesto internazionale che la favorisce e potrebbe anche rapidamente consolidarla: quello del nuovo autoritarismo globale che avanza assieme alla tendenza alla cosiddetta “de-globalizzazione”. Leadership forti per tempi difficili.