Editoriale

Gli Usa di Trump: soli,
arrabbiati e pericolosi




Fatta eccezione per l’entusiasta, quasi commosso premier israeliano Benjamin Netanyahu, gli altri leader mondiali riuniti oggi a New York in occasione dell’apertura della sessione annuale delle Nazioni unite hanno ascoltato Donald Trump in silenzio, interrompendolo raramente con applausi brevi e sommessi, come se nell’Assemblea generale regnasse un cupo disorientamento.

In quest’atmosfera il presidente dell’America first, in carica da otto mesi, ha sciorinato i dossier che caratterizzeranno la sua (non) politica estera, i risultati parziali della quale si stanno già manifestando nelle ultime settimane, con l’escalation nella Penisola coreana e le crescenti tensioni con l’Iran.

 

Trump – portato alla Casa Bianca dall’onda lunga della crisi finanziaria del 2008 con un mandato “isolazionista” – ha anzitutto rivendicato i “successi” della sua Amministrazione repubblicana in patria: “disoccupazione al livello più basso da 16 anni” e Wall Street “ai massimi storici”.

 

A Pyongyang governa una banda di criminali. Se costretti a difendere noi o i nostri alleati, non avremo altra scelta che distruggere la Corea del nord

 

Un’economia trainata anche – come da tradizione – da quello che il suo predecessore Eisenhower definì il “complesso militare industriale”, che con la sua capacità di creare lavoro e profitti influenza profondamente la politica Usa. Non a caso Trump, un realista, gli rende omaggio all’inizio del suo discorso, in termini che più chiari non si può: “È stato appena annunciato che spenderemo circa 700 miliardi di dollari per il nostro esercito e la nostra difesa”. E, per chi non avesse colto al volo l’antifona: “Il nostro esercito sarà così più forte che mai”.

 

Secondo The Donald, l’America ora deve fare da sé, perché “troppo a lungo agli americani è stato raccontato che elefantiaci accordi commerciali multilaterali, tribunali internazionali che non rispondono a nessuno, e potenti burocrazie globali rappresentano il migliore strumento per promuovere il suo successo. Ma, passate queste promesse, con esse sono svaniti milioni di posti di lavoro e migliaia di fabbriche”.

 

 

Coerentemente col suo sogno “isolazionista”, Trump dipinge un mondo esterno spaventoso, con “terroristi ed estremisti che hanno acquistato forza e si sono diffusi in ogni regione del Pianeta”, mentre “regimi canaglia (…) non soltanto sostengono il terrorismo, ma minacciano altre nazioni e le loro stesse popolazioni con le armi più distruttive mai conosciute dall’umanità”.

 

Il declino dell’autorità politica, morale ed economica degli Stati Uniti nel mondo, incrinata dall’ascesa della Cina e di altre potenze regionali, dall’islam politico e dalla crisi economica, si riflette anche nelle crescenti difficoltà degli Usa ad ottenere l’appoggio della comunità internazionale per le loro politiche.

 

Trump ne prende atto e afferma, davanti alle Nazioni unite, che “il successo delle Nazioni unite dipende dalla forza indipendente dei suoi membri”… dieci, cento, mille America fist, parafrasando paradossalmente lo slogan guevariano.

 

Si tratta di un cambiamento di paradigma (nell’era dei nuovi nazionalismi Washington non esporterà più democrazia), che The Donald ribadisce con le parole già usate nelle scorse settimane dal suo ministro degli Esteri, RexxonMobil Tillerson: “Noi non ci attendiamo che paesi diversi condividano le stesse culture, tradizioni o anche sistemi di governo, ma ci aspettiamo che tutte le nazioni rispettino questi due doveri sovrani: gli interessi dei rispettivi popoli e i diritti di ogni altra nazione sovrana”.

 

E, dal momento che il concetto di sovranità è alla base del discorso di Trump, logico ricordare che “dobbiamo respingere le minacce alla sovranità, dall’Ucraina al Mar cinese meridionale”.
 

Cina e Russia all’Onu: Corea, basta sanzioni e riavviare subito il dialogo →

 

La parte centrale dello show trumpiano è dedicata alla Corea del nord, “responsabile di aver affamato fino alla morte milioni di nordcoreani, dell’imprigionamento, della tortura, dell’uccisione e dell’oppressione di un numero incalcolabile” di persone. Trump ricorda uno per uno gli ultimi, più clamorosi crimini attribuiti a Pyongyang: il rimpatrio di Otto Warmbier soltanto quando lo studente Usa era ormai moribondo, l’assassinio in Malaysia di un dissidente e, come se non bastasse, “noi sappiamo anche che ha rapito una dolce tredicenne giapponese da una spiaggia del suo paese per schiavizzarla come insegnante di lingue per le spie nordcoreane”.

 

 

Trump è determinato e sicuro, padrone del palco dell’Assemblea generale dell’Onu come di quello di “The Celebrity Apprentice” quando bolla Kim Jog-un come “uomo-razzo in missione suicida per se stesso e il suo regime”, che definisce “una banda di criminali”. Solo che davanti a sé non ha un gruppo di comparse televisive, ma leader sempre più perplessi del nuovo corso Usa.

 

È un crescendo, quello di Trump, che sembra la preparazione di una campagna militare contro Kim, come quella che annientò Saddam, condita dalla terribile minaccia finale: “Se costretti a difendere noi stessi o i nostri alleati, non avremo altra scelta che distruggere completamente la Corea del nord”.
Avvertimenti simili, ma meno violenti e perentori, Trump li riserva all’Iran, con cui il suo predecessore Barack Obama ha sottoscritto un accordo che per Trump sarà difficile smantellare del tutto. Condanna senza appello anche per il presidente venezuelano Maduro.

 

 

La leadership di Pechino teme l’America di Trump. E non ha tutti i torti: puoi farci affari, certo, ma la mancanza di una strategia di politica estera per il paese che ha guidato il mondo occidentale negli ultimi 70 anni, unita a una potenza militare devastante sfidata da attori come Kim, è in grado di produrre disastri. 

Nella sua arringa odierna, la Cina è stata tirata in ballo solo indirettamente da Trump, eppure la recente decisione di Washington di inviare migliaia di truppe supplementari nel confinante Afghanistan, il blocco di una serie di importanti acquisizioni cinesi di aziende Usa, la tensione con la Corea del nord, chiamano in causa pesantemente Pechino.

 

Il convitato di pietra di questo minaccioso spettacolo alle Nazioni unite riuscirà a dimostrarsi un attore internazionale non soltanto “responsabile” – come ripete la propaganda del Partito comunista – ma anche capace, con la sua forza d’iniziativa, politica e diplomatica, di rendere un po’ meno spaventosi gli incubi trumpiani?



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