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Nel campus LUISS
arriva il Padiglione
del Partito comunista

L’ultima a salire sul carro di Pechino è la LUISS Guido Carli di Roma. L’Università privata controllata da Confindustria ha sottoscritto un accordo per “istituire un Padiglione cinese all’interno della LUISS che servirà da centro culturale per lo sviluppo di relazioni bilaterali tra i due paesi”. Secondo quanto annunciato ieri con un tweet dal direttore generale, Giovanni Lo Storto, il Padiglione è frutto di una “intesa trilaterale con l’Università Renmin e lo SCIO”, acronimo che sta per Ufficio per l’Informazione del Consiglio di Stato (l’Ufficio di propaganda del governo cinese), mentre la stessa Renmin – un’eccellenza in Cina nell’ambito degli studi politici – è tra le più vicine al Partito comunista cinese (Pcc).

 


Negli ultimi mesi l’associazione degli industriali – tradizionalmente di stretta osservanza atlantista – aveva portato avanti a Bruxelles una dura battaglia contro la concessione alla Cina dello status di “economia di mercato” da parte dell’Ue, denunciando le “distorsioni” del sistema economico statalista cinese e i danni che quest’ultimo arrecherebbe all’industria italiana.

Che a Viale dell’Astronomia stia cambiando la linea riguardo ai rapporti con la Cina? O, semplicemente, anche la ricca LUISS – per sostenere le sue tante attività – non intende rinunciare al sostegno di Pechino?

Sia some sia, col suo Padiglione sponsorizzato dal Partito comunista cinese, l’Università presieduta da Emma Marcegaglia ha compiuto una mossa forse più lungimirante di quella di Tor Vergata, che l’estate scorsa aveva siglato un’intesa per la creazione di uno “Joint training center” presso l’Università romana con ZTE, il colosso delle telecomunicazioni recentemente messo in ginocchio dalle sanzioni dell’Amministrazione statunitense.

Quale tipo di relazione bilaterale instaurare con questo nuovo e così dinamico attore internazionale? Le Università sono state lasciate sole dai tagli e da un vuoto strategico. La politica ora batta un colpo

L’accordo “trilaterale” della LUISS arriva nel momento in cui in ambienti accademici si manifesta un timido ripensamento sugli spazi concessi negli ultimi anni ai Confucio, gli istituti di cultura alle dipendenze del ministero dell’istruzione di Pechino che si sono insediati in tanti atenei nostrani promuovendo l’insegnamento del mandarino e attività culturali mai sgradite al Partito-Stato.

Nell’intrecciare relazioni con la Cina le università italiane – per effetto della cosiddetta “autonomia” e dei continui tagli di bilancio – continuano a muoversi singolarmente, spinte da pressanti esigenze di budget, come un mendicante che non può permettersi di rifiutare l’elemosina da nessuno.

 

 

Beninteso, qui non si grida al pericolo cinese. Il problema non è la Cina, siamo noi.

La Cina non è un finanziatore qualsiasi: è la seconda economia del pianeta (in predicato di diventare la prima) guidata da un Partito che si muove secondo obiettivi politici (conquista di egemonia in alcune aree, diplomazia economica, difesa del principio di “non interferenza”…).

È inconcepibile che un paese come l’Italia (che per caratteristiche economiche, storia e rapporti culturali qualche carta da giocare pure l’avrebbe) non avvii una discussione approfondita – magari proprio a partire dagli ambienti accademici – su quale tipo di relazione bilaterale instaurare con questo nuovo e così dinamico attore internazionale.

 

 

Tra le priorità dell’Italia potrebbe esservi un aggiornamento delle alleanze internazionali, in senso meno atlantista e più aperto a un colosso come la Cina o a un “vicino” come la Russia, oltre che, anzitutto, mirante alla rottura della subalternità all’ottuso rigore tedesco in ambito europeo.

Ma sarebbe opportuno fare chiarezza. Urge una visione strategica, da mettere in atto a livello di sistema.

Nel frattempo, chi nei confronti della Cina continuerà a muoversi in ordine sparso, secondo logiche di piccolo cabotaggio, talvolta meramente opportunistiche, farà forse un favore a se stesso, ma non renderà alcun servizio al Paese.