Editoriale

Spauracchi di guerra
e costruttori di pace




Il terzo vertice inter-coreano andato in scena ieri nell’area smilitarizzata al confine tra la Repubblica popolare democratica del Nord e il Sud alleato degli Stati Uniti d’America ha relegato definitivamente in soffitta una balla di politica internazionale clamorosa come il casus belli delle armi di distruzione di massa di Saddam mai ritrovate: quella secondo la quale Kim Jong-un sarebbe un attore politico irrazionale, sostanzialmente un pazzo (“rocket mad man”, ©Donald John Trump).

 

Nei mesi scorsi, mentre saliva la tensione tra Pyongyang e Washington, celebratissime testate si erano esercitate nella suggestiva arte di ritrarre – con tanto di foto vintage artatamente sciatte, come prescrive la moda del momento – un regime, quello di Pyongyang, totalmente isolato dal mondo e del quale diplomazia e intelligence a stelle e strisce sanno poco e niente. Con rare eccezioni, esperti e analisti hanno ceduto alla narrazione dello scontro tra la destra repubblicana e l’ultra-nazionalismo dell’ideologia “juche” nordcoreana che avrebbe portato il pianeta a un passo dal baratro della guerra atomica.

 

Al contrario, nelle dichiarazioni ufficiali rilasciate a Panmunjom sotto gli occhi di mezzo mondo, il trentaquattrenne dittatore nordcoreano ha ribadito la sua recente scelta di concentrarsi sullo sviluppo economico, dopo aver conquistato (almeno così sostiene Pyongyang) l’agognata deterrenza nucleare che lo metterebbe al riparo da un “regime change” in stile iracheno, afghano, egiziano, libico…

 

Non a caso, oltre che sulla pace, nel suo discorso Kim ha posto l’accento sulla “prosperità”.
Nei giorni scorsi Kim si è spinto fino a dichiarare la sua non contrarietà alla permanenza delle (circa 30 mila) truppe Usa in Corea del sud. E ora ha il nucleare come carta di scambio. “Le armi atomiche nordcoreane valgono più della semplice normalizzazione delle relazioni con gli Usa”, sostiene Lee Soo-hyuck. L’ex negoziatore sudcoreano durante i defunti colloqui 6+1 ha spiegato che “da sempre Kim vuole stabilire relazioni diplomatiche con Washington, ma ora si spingerà fino a chiedere aiuti economici”. Lee ha detto al quotidiano hongkonghese South China Morning Post che Kim vuole “presentare al mondo la Corea del nord come uno Stato normale e, eventualmente, aprire i suoi mercati, per questo intende negoziare con Seoul e Washington”.

Hyundai, Daewoo e altri colossi del Sud si preparano a massicci investimenti infrastrutturali, mentre a Seoul si rispolvera il progetto di una rete marittima comune con Pyongyang

La dichiarazione d’intenti con la quale le due Coree ieri si sono solennemente impegnate per una “completa” de-nuclearizzazione e per raggiungere entro l’anno un trattato di pace segna un primo, promettente passo in questa direzione.

Lo testimonia, tra l’altro, l’attivismo delle aziende sudcoreane – in particolare quelle del settore delle costruzioni – che, secondo quanto anticipato dai media di Seoul, organizzeranno il mese prossimo un “forum per l’unificazione” in vista di investimenti miliardari a nord del 38° parallelo.
In prima fila ci sono Hyundai, Daewoo e altri conglomerati (le cosiddette “chaebol” che monopolizzano l’attività economica del Paese e che il presidente Moon Jae-in sta provando, tra mille difficoltà, a riformare) che sperano in aperture alla Deng Xiaoping da parte di Kim, che potrebbero preludere alla costruzione di intere città e, comunque, a massicce opere infrastrutturali delle quali la Corea del nord ha bisogno per sviluppare la sua economia.
Mentre, sempre nella capitale sudcoreana, si rispolvera il progetto di una rete di rotte commerciali marittime che colleghi le città della costa occidentale dei due paesi e, in un’ora di auto, l’area industriale di confine di Gaesong (chiusa poco più di due anni fa dall’ex presidente Park, ma in via di riattivazione) all’aeroporto internazionale di Incheon, a Seoul.

 

La combinazione della manodopera a basso costo nordcoreana e del know-how infrastrutturale sudcoreano renderebbe possibile investimenti miliardari, in vista della riunificazione.

La palla (in attesa delle mosse di una Cina prima scavalcata dagli eventi, poi attendista) passa ora all’Amministrazione Trump.

Gli ostacoli non sono pochi e sono relativi soprattutto alla de-nuclearizzazione, alla quale i principali attori coinvolti attribuiscono significati differenti.

 

Gli Stati Uniti la pretendono “totale, verificabile e irreversibile”. Moon ieri ha sottolineato che “il congelamento preventivo del nucleare” annunciato nei giorni scorsi da Pyongyang rappresenta “un buon inizio per una completa de-nuclearizzazione della Penisola”.

 

Kim ha dichiarato: “Mi sto sforzando affinché l’accordo raggiunto oggi non finisca come quelli precedenti ma produca effetti positivi”.
Trump ha annunciato che incontrerà Kim il mese prossimo o quello successivo. Come evidenziato dalle contraddittorie mosse degli ultimi mesi, la sua amministrazione non ha una strategia chiara sulla Corea del Nord.
A tal proposito, la domanda principale da porsi sarebbe la seguente: una completa distensione tra Pyongyang e Seul e un’eventuale riunificazione della Penisola favorirebbero gli interessi strategici degli Stati Uniti in Asia?
Su questo punto da tempo si sostiene che, per la Cina, la riunificazione è un “incubo”, in quanto getterebbe l’intera Penisola nell’orbita statunitense.

 

In pochi hanno riflettuto sul fatto che – confinata definitivamente nei libri di storia la Guerra – i 100 mila americani di stanza in Corea del sud (tra i quali 30 mila soldati), nel medio periodo, non avrebbero più ragione di rimanervi e dunque Pechino potrebbe aumentare la sua influenza su un territorio reso economicamente ancora più dinamico da aperture di mercato da parte di Pyongyang.
Il vice presidente del Centro Studi sulla Nuova Era, nonché direttore del think tank XIPU Institution della Xi’an-Jiaotong Liverpool University di Suzhou, Bo Zhiyue, aggiunge che una Penisola de-nuclearizzata rafforzerebbe l’opposizione cinese al dispiegamento in Corea del sud del sistema anti-missile statunitense THAAD.

 

In definitiva la sua amministrazione – come dichiarato da Trump in campagna elettorale – è davvero pronta a lasciare la Penisola coreana in mano agli asiatici, abbandonandola all’abbraccio della Cina?



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