Finanza

Spauracchio Moody’s
sul debito di Pechino




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國際金融中心二期 Two International Finance Centre, See-ming Lee

 

 

Il recente declassamento del rating del debito sovrano della Cina da parte di Moody’s ha suscitato una marea di reazioni nei circoli politico-finanziari. Ma, come tutti gli altri aggiustamenti di rating, anche quest’ultimo sembra fotografare una situazione del passato piuttosto che evidenziare un fattore di rischio incombente. Certamente la Cina ha un grosso problema di debito. Tuttavia, grazie alle ultime politiche varate, è probabile che nei prossimi tempi i pericoli relativi al debito sovrano del paese diminuiscano, anche se potrebbero aumentare quelli relativi al debito in altre aree.

 

Un fattore di rischio del debito cinese frequentemente citato è quello del rapporto tra massa monetaria M2 (liquidità più depositi bancari e depositi fruttiferi) e prodotto interno lordo (Pil) che, alla fine del 2016, si attestava attorno al 208%, tra i più alti al mondo. Secondo gli standard internazionali, M2/Pil in Cina dovrebbe essere circa 140%, e invece è superiore di 60-70 punti percentuali. Per quanto riguarda i diversi settori, la leva finanziaria del governo e delle famiglie non è particolarmente elevata, ma i prestiti alle società non finanziarie hanno raggiunto il 170% del Pil, una delle percentuali più elevate del Pianeta.

 

L’alta leva finanziaria complessiva della Cina è influenzata da tre fattori:

 

Anzitutto il dominio delle banche all’interno del sistema finanziario cinese fa sì che quasi tutte le transazioni finanziarie avvengono attraverso depositi e prestiti bancari. Questo è il motivo per cui, ad esempio, mentre negli Stati Uniti – che hanno un sistema finanziario che si configura come un vero e proprio mercato finanziario sviluppato – il rapporto tra M2 e Pil è soltanto di circa l’80%, in Giappone – che ha un sistema finanziario dominato dalle banche – lo stesso rapporto è di circa il 240%.

 

Secondo, negli ultimi decenni il tasso di risparmio in Cina è stato sorprendentemente alto, spesso al di sopra del 50% del Pil. Molti di questi risparmi sono in depositi bancari.

 

E, terzo, nella politica monetaria della Cina c’è un meccanismo di accelerazione intrinseco. La disponibilità di denaro aumenta nei periodi positivi, per facilitare l’aumento dell’attività economica, ma si espande anche durante quelli negativi, per stabilizzare l’economia e il mercato.

Un salvagente per l’Asia contro le crisi finanziarie →

 

Finora, malgrado i pericoli e le inefficienze del suo sistema finanziario, la Cina non ha vissuto alcuna crisi finanziaria grave. Ciò per due ragioni: la rapida e continua crescita della sua economia e la presenza di una garanzia governativa per le banche e le aziende di Stato. Durante la crisi finanziaria asiatica, quando il tasso medio di crediti deteriorati (non performing loan, Npl) raggiungeva il 30%-40%, fu l’assicurazione implicita e completa sui depositi bancari a scongiurare l’assalto agli sportelli.

 

Certo, questo approccio non può continuare per sempre. La crescita del Pil è diminuita di circa 4 punti percentuali tra il 2010 e il 2016 e ciò ha provocato seri problemi al flusso di cassa e ai bilanci delle compagnie e ha già causato un aumento del numero di aziende zombie. E l’economia cinese è caduta in quella che la Bank for International Settlements definisce “trinità pericolosa”: aumento della leva finanziaria, declino della produttività e restringimento delle politiche a disposizione. Tutto ciò indica che, parallelamente all’aumento dei rischi finanziari, diminuirà la capacità del governo di offrire garanzie per affrontarli.

 

Negli ultimi anni è apparso evidente che i rischi finanziari in Cina si spostano continuamente da un settore all’altro: dai mercati azionari al sistema bancario ombra, dai mercati del debito all’immobiliare, e dalla finanza digitale al mercato dei cambi. Ciò è il risultato della compresenza di eccessiva liquidità e di opportunità d’investimento troppo limitate.

 

Sebbene il tasso di M2 rispetto al Pil fosse alto da tempo, in precedenza i cinesi erano contenti di tenere in banca tutti i loro risparmi. Ma, circa due anni fa, la crescita dell’aggregato monetario ristretto (M1, ovvero la liquidità e i depositi a vista) ha superato improvvisamente quello di M2 e, da allora, il divario tra i due indicatori ha continuato ad allargarsi. Ciò indica che i depositanti non sono più soddisfatti dai bassi interessi sui depositi e vogliono investire altrove i loro risparmi. Malauguratamente, poiché i canali d’investimento sono piuttosto limitati, dovunque questo nuovo denaro si diriga crea una bolla, seguita da uno scomodo consolidamento.
Alla fine del 2016 i policymaker cinesi iniziarono a lanciare l’allarme su un rischio finanziario sistemico ed elaborarono un pacchetto di politiche per affrontarlo.

 

L’ostacolo principale da superare è quello della garanzia totale fornita dal governo. Il default di prodotti finanziari e la bancarotta di aziende zombie – entrambi fenomeni che hanno iniziato a manifestarsi negli ultimi anni – sono necessari per mantenere la stabilità del complesso del sistema finanziario. Recentemente il ministero delle Finanze ha varato regole chiare per l’ottenimento di prestiti da parte dei governi locali e ha anche introdotto un programma per scambiare i mutui a breve termine sottoscritti dai governi locali con bond governativi a lunga scadenza, per ridurre il problema della differenza di scadenza sui loro bilanci.

 

All’inizio del 2015 la Banca centrale ha istituito un sistema di assicurazione sui depositi nelle banche commerciali. Nel 2016 il governo si è concentrato sulla riduzione della leva finanziaria del settore corporate, introducendo programmi come lo scambio debito-azioni. E, all’inizio del 2017, gli organismi regolatori finanziari hanno iniziato a lavorare alla riduzione della leva finanziaria dell’industria finanziaria, specialmente nel meno trasparente settore delle banche ombra. Ai funzionari è consentito anche di prendere iniziative decisive per la riforma delle aziende di Stato (SOE), così che il governo possa concentrarsi sul ritorno di capitali senza interferire nell’ordinaria amministrazione delle SOE.

 

Apparentemente nell’affrontare i problemi del debito del Paese, il governo cinese sta andando nella giusta direzione.

 

Certo, come Moody’s ha giustamente sottolineato, è troppo presto per annunciare il successo di queste riforme. E non è nemmeno chiaro se la Cina riuscirà a evitare del tutto una crisi finanziaria nei prossimi anni. Per esempio, con l’adozione di un sistema di assicurazione sui depositi probabilmente aumenterà la frequenza dei fallimenti bancari, ma diminuirà sensibilmente la possibilità di altri tipi di crisi finanziarie, incluso il default del debito sovrano. Alcuni default e bancarotte nell’economia sono inevitabili: sono uno strumento per ridurre la pressione del rischio aggregato e mantenere la stabilità del complesso del sistema finanziario. Ma col debito complessivo del governo intorno al 50% del suo Pil, la Cina ha ancora spazio di manovra per ridurre i problemi di breve termine del debito sovrano, soprattutto considerando le sue massicce proprietà statali e il suo conto capitale relativamente chiuso.

 

Il downgrading da parte di Moody’s potrebbe rivelarsi più un avvertimento riguardo a problemi del passato che una previsione di rischi futuri.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

Il professor Yiping Huang è docente di Economia presso la National School of Development e direttore dello Institute of Digital Finance dell’Università di Pechino e Visiting Professor presso la Crawford School of Public Policy della Australian National University



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