Internazionale

Con ogni leva necessaria,
il G20 a caccia della ripresa




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Economy Meats, Plate 2, Thomas Hawk

 

Con la crescita generalmente asfittica nelle economie avanzate e quelle “emergenti” in crisi per il crollo dei prezzi delle materie prime, il G-20 promette di utilizzare tutte le leve necessarie (fiscale, monetaria, strutturale) per favorire la ripresa economica globale. Quello lanciato lo scorso fine settimana dai ministri delle finanze e dai banchieri centrali dei paesi industrializzati riuniti a Shanghai è un segnale di apparente unità, dietro al quale si nascondo però profonde incertezze e agende diverse sugli strumenti da utilizzare in una fase di grande instabilità.
“La ripresa globale continua – si legge nel comunicato finale dell’incontro di Shanghai – ma resta irregolare e inferiore alle nostre aspettative di una crescita forte, sostenibile e bilanciata”. A rischiare di farla deragliare concorrono, secondo il G-20, una serie di fattori tra cui instabilità dei flussi di capitali, tensioni geopolitiche, crollo dei prezzi delle materie prime, crisi dei rifugiati e possibile uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

 

“Le politiche monetarie – recita il documento finale riassunto in conferenza stampa dal ministro delle Finanze di Pechino, Lou Jiwei – continueranno a sostenere l’attività economica e a garantire la stabilità dei prezzi, in linea con i mandati delle banche centrali, ma la politica monetaria, da sola, non può portare a una crescita equilibrata”.

 

Per questo nel testo si sottolinea che “utilizzeremo flessibilità nella politica fiscale, per rafforzare la crescita, la creazione di posti di lavoro e la fiducia”. Dunque – sembrerebbe di capire – spazio nell’immediato agli investimenti pubblici, per sostenere la domanda e, nel lungo periodo, accrescere la produttività. Una sconfessione del rigorismo e delle politiche di austerità promosse nell’Unione Europea dal governo tedesco.

 

Le preoccupazioni internazionali per l’economia cinese sono state tenute fuori dal comunicato ufficiale che, al contrario, sottolinea che “ci attendiamo un’espansione moderata nella maggior parte delle economie avanzate e la crescita nelle più importanti economie di mercato emergenti resta forte”.

 

Il G-20 esprime implicitamente fiducia nella ristrutturazione dell’economia cinese che nel 2015 è cresciuta del 6,9%, il tasso più basso dell’ultimo quarto di secolo ma, attualmente, pur sempre uno dei più elevati del mondo. La Cina è presidente di turno del G-20 e, il 4 e 5 settembre prossimi, ospiterà nell’ex capitale imperiale Hangzhou il summit del Gruppo per discutere di “Verso un’economia mondiale innovativa, rinvigorita, interconnessa e inclusiva”.

 

Non sono mancate però le discussioni sulle recenti svalutazioni dello yuan. È stato il vice governatore della Banca centrale, Yi Gang, a fare ieri, a bocce ferme, il punto della situazione. Yi ha spiegato che l’incontro ha mandato un segnale chiaro contro la tentazione di “svalutazioni competitive” che rischiano di innescare una “guerra valutaria”. Il vice governatore ha riconosciuto la recente volatilità nel tasso di cambio della valuta nazionale, ma ha replicato che le oscillazioni dello yuan sono state inferiori a quelle di altre valute e sulla riduzione delle riserve di valuta estera proprio per sostenere lo yuan, ha rassicurato che si tratta di un fenomeno non destinato a durare a lungo.

 

Usa, Europa, Giappone: un’agenda comune è possibile?

 

Come sempre in occasione di questi incontri, ci si interroga sulla capacità di un consesso come il G-20 di partorire e mettere in pratica misure efficaci. In questo senso sono apparse evidenti preoccupazioni e agende in alcuni casi divergenti: Pechino (che nei giorni scorsi ha ventilato la possibilità di portare al 4% il rapporto deficit/Pil) intenta a sostenere la sua impegnativa transizione verso il “new normal” sta, di fatto, impiegando già tutte e tre le leve promosse dal G-20; gli Stati Uniti che, apparentemente, stanno un po’ meglio delle altre economie avanzate, sono entrati nell’anno che li porterà al rinnovo del Presidente e sono alle prese con il tapering e con un incerto aumento dei tassi d’interesse; nell’Europa del quantitative easing del governatore della BCE Mario Draghi, la Germania (che sarà presidente del G-20 dall’autunno prossimo) del ministro delle finanze Schauble è contraria a qualsiasi iniziativa di stimolo fiscale. Il Giappone deve vedersela con in suo QQE, che non sta dando i risultati sperati, e con le conseguenze delle recenti dimissioni del ministro delle finanze Amari, il padre della politica economica nota come “Abenomics”.

 

 

Dietro le quinte del vertice, si intensifica la cooperazione tra la prima e la seconda economia del Pianeta, per far fronte a eventuali prossime turbolenze finanziarie. Sul Sole 24 Ore di domenica 28 febbraio, Domenico Lombardi fa notare che “nelle consultazioni sempre più intense tra il segretario al Tesoro statunitense Jack Lew e il vice premier cinese Wang Yang, i vertici delle rispettive amministrazioni stanno mettendo a punto un canale di comunicazione diretto da utilizzare in vista delle prossime turbolenze finanziarie”. “In tal senso – conclude Lombardi – è ugualmente significativo che le due rispettive banche centrali si ritrovino dopo domani (martedì 1 marzo, ndr), al riparo da occhi indiscreti, a discutere, per la prima volta, di politica monetaria e stabilità finanziaria nelle loro economie nel contesto di un’altra iniziativa che dovrebbe trasformarsi, anch’essa, in un’occasione di consultazione e confronto periodico”.

 



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