Economia

Braccio di ferro sull’acciaio
verso la battaglia sul MES




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Steel bench (Nantong, China), Vlad Meytin

 

 

 

È stato uno scontro aperto con tanto di accuse reciproche ed esplicite quello andato in scena lunedì scorso a Bruxelles, durante la riunione di una trentina di paesi produttori convocata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) e con la partecipazione di funzionari dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) e della World Steel Association, nella quale la Cina si è trovata sul banco degli imputati per il suo acciaio esportato sottocosto e un gruppo di governi – Stati Uniti in testa – si è scagliato contro le politiche di Pechino, additate tra le principali responsabili della crisi globale del settore siderurgico, caratterizzata da crescente sovracapacità.

 

L’incontro era stato convocato, d’urgenza, per fronteggiare l’eccesso globale di acciaio. Al termine del vertice non c’è stato nessun accordo ma soltanto un invito generico ad affrontare il problema “rapidamente e con misure strutturali”.

 

Il giorno successivo, gli Stati Uniti e altri sette paesi (Canada, Messico, Unione Europea, Giappone, Corea del sud, Svizzera e Turchia) – con un comunicato congiunto pubblicato dal dipartimento del commercio statunitense – hanno “espresso il loro disappunto perché durante un meeting di alto livello sull’eccesso di capacità globale nel settore siderurgico alcuni paesi, inclusa la Cina, hanno impedito il raggiungimento di un consenso sulle misure per affrontare questo problema”. Secondo il comunicato ufficiale, “la necessaria ristrutturazione dell’industria siderurgica deve essere condotta dal mercato, con produzione e flussi commerciali che riflettano le posizioni competitive dei produttori di acciaio (senza gli effetti di misure governative che alterano il mercato)”. Gli otto paesi insistono che i governi non devono “fornire sussidi o sostegno d’altro tipo per mantenere acciaierie in perdita, o che incoraggino ulteriori investimenti nella produzione di acciaio altrimenti insostenibili o che distorcano in altro modo il mercato”.

 

Secondo i dati della China Iron & Steel Association, il mese scorso la produzione cinese ha raggiunto quota 70,65 milioni di tonnellate. Spinta dal credito bancario a sostegno del Pil, l’edilizia (tra i fattori principali di decenni di crescita “drogata” in Cina) è ripartita di slancio (nel primo trimestre 2016, +33% per le vendite immobiliari e +6,2% per gli investimenti in proprietà immobiliari) e gli analisti prevedono che questa tendenza continuerà nei prossimi mesi. La produzione di acciaio cinese è stata incentivata anche dall’export in Asia, in forte aumento.

Nonostante le misure anti-dumping in vigore, a marzo le esportazioni di acciaio cinese sono aumentate del 30% rispetto allo stesso periodo del 2015, toccando i 9,98 milioni di tonnellate.

 

 

“Fino a che la Cina non adotterà misure tempestive e concrete per ridurre il suo eccesso di produzione e capacità, i fondamentali problemi strutturali dell’industria rimarranno e i governi – incluso quello statunitense – non avranno alternative alle azioni commerciali per evitare che vengano colpite le loro industrie nazionali e i lavoratori”, hanno messo nero su bianco in un comunicato da Washington il ministro del commercio Usa Penny Pritzker e il rappresentante per il commercio Michael Froman.

 

 

Ma Pechino non ci sta ad essere messa sotto accusa.

L’agenzia Xinhua ha pubblicato un editoriale nel quale lamenta che accusare la Cina della crisi del settore vuol dire prendere una scusa per adottare pratiche protezionistiche. “Accusare altri paesi è sempre un modo sicuro ed efficace per i politici per rimuovere problemi economici interni, ma gli indici puntati e il protezionismo si rivelano controproducenti. L’ultima cosa di cui il mondo ha bisogno è una guerra commerciale su questa questione. Se prevarrà il protezionismo, verrano distrutti più posti di lavoro di quanti ne verranno creati”.

 

La crisi dell’acciaio è globale. L’ultima notizia su questo fronte è arrivata ieri da Londra: un accordo tra l’indiana Tata Steel e le rappresentanze sindacali per la vendita di una serie di impianti britannici a Greybull ha “salvato” 4.400 posti di lavoro nel Regno Unito, riducendo però del 3% il salario degli operai.

 

Leggi l’intervento dell’ex vice ministro ministro del commercio Wei Jianguo pubblicato dal Global Times

 

Daniel Hynes, commodity strategist presso la ANZ Bank, ha spiegato alla Reuters che negli ultimi tempi l’export cinese “è stato spinto soprattutto dal suo vantaggio competitivo nei paesi asiatici. Penso che continuerà e manterrà il livello delle esportazioni alto, nonostante le pressioni alle quali stiamo assistendo”.

 

Del resto Gareth Stace, direttore di UK Steel (l’associazione dei produttori d’acciaio britannici) ha ammesso che il “problema Cina” rientra nel più ampio contesto della crisi globale del settore siderurgico: “Non sembra proprio che ci stiamo avvicinando a mettere in campo una strategia internazionale che trovi delle soluzioni. Siamo di fronte a un problema globale che richiede soluzioni globali per eliminare l’attuale sovracapacità e il tempo è un lusso che non abbiamo”.

 

Nel 2015 sono stati prodotti 63,7 miliardi di tonnellate d’acciaio, soltanto il 67,5% delle quali è stato utilizzato (l’anno precedente ne era stato impiegato il 70,9% di quello prodotto). Con 882 milioni di tonnellate all’anno, la Repubblica popolare cinese è il primo produttore mondiale di acciaio.

 

Profonde divisioni sono apparse evidenti nella capitale belga non soltanto tra Pechino e gli altri paesi produttori, ma anche all’interno della stessa Unione Europea.

 

Secondo il commissario al commercio dell’Unione Europea, Cecilia Malmstrom, i governi dovrebbero smettere di sussidiare industrie inefficienti e assoggettare le aziende di Stato alle stesse regole del settore privato. Il vice ministro del commercio cinese, Zhang Ji, ha replicato che il suo governo ha già tagliato 90 milioni di tonnellate di capacità e prevede di eliminarle altre 100-150 milioni.

 

Al contrario la commissaria all’industria e al mercato interno, Elizabieta Bienkowska, ha sostenuto che l’Ue dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di sussidiare i suoi produttori. “Dobbiamo discutere se essere più flessibili nel giudicare gli aiuti di Stato – ha dichiarato la commissaria polacca -. Non possiamo schiacciare ulteriormente questo settore”.

 

Il ministro dell’industria e del commercio del Regno Unito, Sajid Javid, ha dichiarato che “la Cina ha riconosciuto che esiste un problema di sovracapacità nel loro paese”. Malgrado le spaccature emerse e la mancanza di una strategia comune per affrontare il problema, secondo Javid Pechino “si sta impegnando a fare qualcosa e ritengo che ciò rappresenti un passo avanti molto positivo”. “Abbiamo fatto pressione per mettere attorno a uno stesso tavolo tutti questi paesi… la partecipazione della Cina aiuterà a fare la differenza”, ha concluso il ministro britannico.

 

La Cina – come indicato prevedono le riforme strutturali dell’offerta promosse dal presidente Xi Jinping – dovrà chiudere alcuni impianti e ridurre l’eccesso di capacità e, probabilmente, ridurre l’export di acciaio verso Europa e nord America, ma non potrà affrontare questo problema “urgentemente”, come pretendono a Washington, perché il licenziamento di milioni di operai cinesi avrebbe ripercussioni sulla “stabilità sociale”, prima preoccupazione del Partito comunista cinese.

 



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