Internazionale

Duterte si separa dagli Usa,
in pezzi il “pivot” di Obama




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Giovedì 20 ottobre 2016, il giorno in cui ha incontrato a Pechino il suo omologo cinese, Xi Jinping, il presidente Rodrigo Duterte ha annunciato tra gli applausi la sua “separazione” dagli Stati Uniti, di cui le Filippine sono state una colonia dal 1901 al 1946 e con i quali nei decenni a seguire hanno mantenuto legami politici e militari solidissimi.

Ma “l’America ora ha perso, forse non ancora socialmente, ma economicamente e militarmente sì”, sostiene il settantunenne uomo forte di Manila, ricevuto in pompa magna nella Great Hall of People mentre il suo ministro del commercio, Ramon Lopez, sottoscriveva con i cinesi accordi commerciali per 13,3 miliardi di dollari. “Mi sono allineato alla  vostra corrente ideologica – ha aggiunto Duterte – e forse andrò anche in Russia per parlare con Putin e dirgli che siamo noi tre contro il mondo: la Cina, le Filippine e la Russia”.

 

Si sa, il personaggio ama iperboli e spacconate, anche agghiaccianti, come il recente paragone tra la lotta ai narcotrafficanti filippini e la “soluzione finale” varata da Hitler per sterminare gli ebrei.

Da Washington però fanno sapere che “non abbiamo ancora ricevuto alcuna richiesta ufficiale da parte delle Filippine di modificare una delle tante questioni sulle quali cooperiamo a livello bilaterale”, ha puntualizzato il portavoce della Casa Bianca, Eric Schultz.

Eppure un cambiamento – che potrebbe risultare molto importante a livello geopolitico – a Manila e dintorni sta prendendo forma, anche se Duterte non potrà decidere tutto da solo e, in questo senso, le maniere forti usate giovedì scorso dalla polizia nella capitale filippina contro i sostenitori del presidente sono un’avvisaglia che il riavvicinamento alla Repubblica popolare – da parte di un paese dove gli Usa raccolgono ampi consensi (anche nell’amministrazione) e sospettoso dell’ascesa cinese – potrebbe rivelarsi non indolore.

Ma la strada intanto è stata imboccata e, come hanno chiarito in un comunicato congiunto il ministro delle Finanze, Carlos Dominguez e quello della Pianificazione economica, Erensto Pernia, “manterremo rapporti con l’occidente, ma desideriamo una maggiore integrazione con i nostri vicini”, perché “con la nostra regione condividiamo la cultura e abbiamo un’intesa migliore”.

Spietato con narcotrafficanti, spacciatori e piccoli delinquenti, difensore dei diritti della comunità LGBT, promotore del cessate in fuoco con la guerriglia maoista, fautore di una decisa sterzata in politica estera rispetto al suo predecessore Benigno Aquino III, il neopresidente filippino (in carica dal 30 giugno scorso) è arrivato in Cina per una lunga visita di Stato (iniziata martedì, si conclude oggi) accompagnato da una delegazione di oltre 200 imprenditori e uomini d’affari. Ed è sbarcato nella capitale cinese tre mesi dopo la sentenza (su richiesta unilaterale della precedente amministrazione di Manila) della corte arbitrale dell’Aia che ha dato ragione alle Filippine, bocciando le rivendicazioni cinesi di sovranità sulle Spratly, arcipelago conteso tra i due paesi nel Mar cinese meridionale.

 

Scontro strategico Pechino/Washington all’ombra della Cpa →

 

Queste isole sono strategiche perché si trovano in un mare i cui fondali sono ricchissimi di petrolio e gas – oltre che pescosissimi –, uno specchio d’acqua sul quale transitano ogni anno commerci per 5.000 miliardi di dollari e che garantisce il controllo delle rotte del petrolio importato dal Medio Oriente in Cina, che passa per l’Oceano indiano e lo Stretto di Malacca.
In quest’area non solo le Filippine, ma anche Vietnam, Malesia, Taiwan e Brunei hanno contenziosi territoriali con la Cina. In questa zona gli Stati Uniti da qualche mese portano avanti operazioni di pattugliamento marittimo e aereo a difesa della “libertà di navigazione” sempre più ingenti.

 

L’obiettivo della Cina è accantonare rapidamente il verdetto di condanna delle sue politiche (di costruzione e rivendicazione di sovranità pressoché assoluta) nell’area, impedendo che altri paesi possano seguire l’esempio del governo Aquino III, ricorrendo a corti internazionali. E la virata in politica estera del “giustiziere” Duterte offre indubbiamente a Pechino questa opportunità. Nell’immediato sembra prendere corpo un “congelamento” del verdetto (non vincolante), dell’Aia: Duterte lo infilerà in un cassetto, in cambio di accordi economico-commerciali favorevoli alle Filippine e forse anche della “concessione” da parte cinese ai filippini di riprendere a pescare attorno all’isola contesa di Huangyan-Panatag, accesso negato dalla marina cinese dal 2012.

 

Questa settimana il presidente filippino è stato ricevuto dalle massime autorità della Repubblica popolare cinese. Il ministro degli esteri Wang Yi ha parlato di “visita storica” e di un “nuovo inizio” nelle relazioni tra la Cina e le Filippine.

“La Cina e le Filippine hanno un’amicizia di base che data da generazioni e non c’è alcun motivo di scontro o di ostilità – ha dichiarato Xi Jinping -. Entrambe le parti non devono risparmiare sforzi per promuovere relazioni di vicinanza”. Il numero uno del Partito comunista cinese ha aggiunto che, dallo stabilimento delle relazioni diplomatiche bilaterali, Cina e Filippine hanno affrontato le loro dispute attraverso il dialogo con la controparte. Dunque il ricorso allo strumento dell’arbitrato per Pechino è stato un incidente, da dimenticare in fretta.

 

Le dieci cose da sapere sull’uomo forte di Manila →

 

Per il nazionalista e pragmatico Duterte un parziale allontanamento da Washington e un riavvicinamento a Pechino presenta indubbi e consistenti vantaggi. Il presidente vuole promuovere l’export filippino (ad esempio di frutta tropicale, su un mercato gigantesco come quello cinese) e, dall’altro lato, attirare investimenti infrastrutturali cinesi nell’arcipelago. Inoltre ha dichiarato di voler acquistare armi anche da Pechino, oltre che da Mosca (entrambe garantirebbero prezzi notevolmente più vantaggiosi degli americani).

 

Con gli Stati Uniti probabilmente le Filippine continueranno ad avere rapporti solidi – cementati, tra l’altro, da importanti trattati militari – ma nel momento in cui nel Pacifico, e in Asia in generale, l’ascesa della Cina sembra sempre più inarrestabile, Duterte punta a riequilibrare il rapporto del suo paese con queste due grandi potenze, anche per non rimanere schiacciato in caso di scontro Usa-Cina, per tutelare meglio gli interessi delle Filippine in caso di conflitto tra la prima e la seconda economia del Pianeta.

 

Il possibile riposizionamento delle Filippine in un rapporto meno sbilanciato a favore degli Stati Uniti testimonia delle difficoltà della strategia del cosiddetto “Pivot to Asia” lanciato nel 2011 dal duo Obama-Hillary Clinton, cioè del tentativo di spostare il baricentro della politica estera statunitense dal Medio Oriente (dove viene continuamente risucchiata) all’Asia: perfino per una ex colonia, un fedele alleato come le Filippine, il rafforzamento del dispositivo militare congiunto con gli Usa non rappresenta un’opzione vantaggiosa, perché lo esporrebbe alle rappresaglie di un gigante così vicino come la Cina, con cui ha bisogno non di scontrarsi, ma di dialogare, di commerciare, da cui può ottenere ingenti e convenienti finanziamenti per lo sviluppo.

 

L’altro fattore importante che si sta manifestando in questo riavvicinamento Cina-Filippine è quello della diplomazia economica cinese: la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) fondata nel 2015 dalla Cina promette di riversare in paesi come le Filippine – che hanno urgente bisogno di infrastrutture moderne – miliardi di dollari senza condizioni (a differenza di quelli del Fondo Monetario internazionale e dalla Banca mondiale che chiedono in cambio riforme spesso dolorose per le popolazioni dei paesi destinatari dei prestiti), ma erogati sulla base della fattibilità del ritorno economico dei progetti finanziati.

 

Le Filippine non sono l’unico paese a volere approfittare della “generosità” della AIIB, che nei prossimi anni sarà un potente strumento al servizio della diplomazia economica della Cina in Asia. L’attivismo economico e diplomatico cinese, lo stallo della Trans Pacific Partnership e il pantano mediorientale stanno rendendo sempre più inefficace la strategia del Pivot to Asia.

 

 

 

 

 

 

 



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