Economia

Anti-dumping, un’arma
spuntata contro Pechino




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Il dumping viene definito nel General Agreement on Tariffs and Trade (GATT) come la pratica “mediante la quale prodotti di un paese sono messi in commercio in un altro paese a un valore inferiore a quello normale dei prodotti stessi”. E quando si parla di paesi che praticano il dumping, la Cina è tra i più attivi.

Le inchieste e i provvedimenti anti-dumping contro la Cina sono infatti aumentati in maniera considerevole negli ultimi due decenni: nel 1995 ammontavano al 13% e al 22% rispettivamente delle indagini iniziate e delle misure varate a livello globale. Nel 2011, erano saliti ulteriormente, al 32% e a 38% rispettivamente.

 

Le inchieste anti-dumping vengono intraprese dal paese colpito per stabilire se un prodotto è stato importato in regime di dumping. Un aspetto chiave dei procedimenti anti-dumping è il “valore normale” del bene importato. Se quest’ultimo proviene da un’economia di mercato, per “valore normale” s’intende semplicemente il suo prezzo nel mercato interno dell’esportatore. Ma se il prodotto viene importato da un’economia “non-di mercato” – come è tuttora definita la Cina -, allora vengono applicati metodi alternativi, incluso l’utilizzo di dati di un “paese surrogato”. Tuttavia di solito l’impiego di dati relativi a un “paese surrogato” produce stime di dumping molto più alte e, di conseguenza, sanzioni più severe di quelle dovute per il paese esportatore.

Tra dazi e crisi globale, dove va l’acciaio? →

 

Nel periodo 1995-2011, il 74% delle inchieste anti-dumping contro la Cina è sfociato nell’applicazione di misure anti-dumping, provvedimenti mirati a “correggere” il prezzo di mercato, portandolo più vicino al “valore normale”.

Questi margini di dumping più alti rappresentano per i produttori statunitensi un forte incentivo a intraprendere azioni anti-dumping contro la Cina, l’aumento delle quali è stato favorito anche da emendamenti nelle leggi anti-dumping statunitensi dopo lo Uruguay Round e dai requisiti di protezione tariffaria più severi imposti dall’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO).

 

Malgrado il loro frequente impiego, le azioni anti-dumping non producono i benefici sperati per i produttori o per i consumatori nel paese importatore colpito da dumping. Gli economisti hanno dimostrato da tempo che, a meno che nell’economia importatrice non ci sia un singolo acquirente che domina il mercato, simili misure riducono il benessere economico nell’economia importatrice: mentre i produttori ne traggono vantaggio, i consumatori sostanzialmente ne vengono danneggiati e gli svantaggi di questi ultimi superano i vantaggi dei primi. L’asimmetria negli incentivi tra produttori e consumatori a fare pressione per queste misure è forse la spiegazione più evidente del perché alcuni paesi si impegnano in azioni come le misure anti-dumping nonostante comportino complessivamente una perdita di benessere.

 

Mentre l’aumento delle iniziative anti-dumping da parte degli Stati Uniti contro la Cina produce effetti negativi per l’insieme dell’economia statunitense, è evidente che i produttori statunitensi sono riusciti a convincere l’opinione pubblica e i politici che ciò assicura loro protezione da prezzi “ingiustamente” bassi. Ma quanto sono davvero efficaci queste azioni anti-dumping contro la Cina nel proteggere gli stessi produttori statunitensi?

 

Esaminando i dati sulle importazioni statunitensi, possiamo vedere che le inchieste anti-dumping provocano una riduzione nel volume e nel valore delle importazioni dalla Cina così come un aumento del prezzo di quei beni sul mercato statunitense. Anche i verdetti anti-dumping – nel caso cioè il dumping venga confermato – provocano risultati simili. Si tratta però di effetti di breve durata che spariscono un paio d’anni dopo la decisione anti-dumping.
Inoltre le azioni anti-dumping contro la Cina provocano un effetto di sostituzione (gli Stati Uniti semplicemente aumentano le importazioni da altri paesi) specialmente nei primi due anni dall’avvio dell’inchiesta. Anche i prezzi dei beni importati da altri paesi aumentano in seguito alle misure anti-dumping contro le importazioni dalla Cina.

 

Dunque nel complesso ci sono buone ragioni per dubitare dell’efficacia delle azioni anti-dumping contro la Cina come strumento di protezione dei produttori statunitensi.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

Minsoo Lee è senior economist della Asian Development Bank (ADB)



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