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Dolce e Gabbana, lo spot
“razzista” fa infuriare
i millennial nazionalisti
E la moda cinese ringrazia

Dopo la cancellazione all’ultimo minuto del “The Great Show” di Dolce e Gabbana previsto per ieri sera a Shanghai, oggi i principali negozi elettronici locali hanno rincarato la dose, rimuovendo dai loro scaffali virtuali i prodotti della maison italiana d’alta moda, per rappresaglia contro il filmato diffuso da D&G sui social cinesi ritenuto “razzista” e il post su Instagram nel quale Stefano Gabbana (che sostiene che il suo profilo sia stato hackerato) avrebbe rivolto insulti irripetibili al Paese ospite.

 

E così l’uscita shanghaiese dei due stilisti – programmata come un colossale spot nel mercato dell’abbigliamento in procinto, nel 2019, di diventare il primo al mondo – si è trasformata in un suicidio commerciale.
Le campagne pubblicitarie della celebre coppia, a onor del vero, non hanno mai brillato per originalità o sofisticheria. A Napoli ancora storcono il naso per la réclame nella quale un’estasiata Emilia Clarke de “Il Trono di Spade” divora un piatto di spaghetti attorniata da un popolo festante sfogliatelle mandolino e Pulcinella, girata qualche tempo fa per i due couturier dal regista Matteo Garrone.

 

Ma ai partenopei, si sa, piace scherzare ed è difficile farli arrabbiare (perdonate lo stereotipo!). La Cina è una realtà più complessa che, evidentemente, D&G ignorano.
Nel gigante asiatico, guai a offendere l’amor patrio, soprattutto quello dei potenziali acquirenti del brand D&G, giovani della classe media cresciuti nel mito della Cina “ricca e forte”, che la “Nuova era” di Xi Jinping promuove come il volto vincente del Paese.

 

A queste persone, i cinesi pezzenti e i risciò del servizio fotografico D&G appaiono non tanto un cliché, quanto piuttosto un insulto a un paese che si è ormai lasciato alle spalle la povertà.

 

Ma, soprattutto, la voce fuori campo che, nel video-zappa sui piedi, ridicolizza la modella cinese impacciata nell’afferrare con i kuaizi (le bacchette) i cibi nostrani, ultimo dei quali un cannolo siciliano “troppo grande per te”, basta e avanza per far scattare la molla, sensibilissima, del nazionalismo.
Degli occidentali ci stanno sbeffeggiando, come nel Secolo dell’umiliazione (tra le Guerre dell’oppio iniziate nel 1839 e la nascita, nel 1949, della Repubblica popolare), quando gli stranieri saccheggiarono, drogarono e stuprarono la Cina: così leggono quelle immagini i xiaofenhong (letteralmente piccoli rosa), l’esercito di ragazzi e ragazze pronti a difendere la patria imbracciando smartphone e tastiere, come @Fashion_BangZ, il netizen che ha diffuso facendolo deflagrare su Weibo (il twitter cinese) il battibecco infarcito di ingiurie iniziato su Instagram tra Stefano Gabbana e un internauta cinese.

 

Un’avanguardia quella dei xiaofenhong che – come in tutte le querelle scoppiate negli ultimi anni – ha suscitato migliaia di commenti in suo sostegno, che questa volta pretendono che il brand D&G venga espulso dalla Cina.
Se le proteste continueranno nei prossimi giorni, il Partito comunista – che pure non le incoraggia, perché teme le tensioni che il nazionalismo può sprigionare – non potrà fare a meno di assecondarle. A quel punto, gli incauti D&G potrebbero perfino essere costretti dare l’addio al ricco mercato cinese, dove tra l’altro scalpitano i marchi nazionali, che presto saranno pronti, come nel caso emblematico dei telefonini, a sopraffare le multinazionali dei paesi più avanzati.
Pochi giorni dopo la gaffe di dimaio sul “presidente Ping”, la Cina ci restituisce un’altra fotografia impietosa dell’italietta che siamo diventati.

 

Da degli imprenditori a caccia di profitti milionari all’estero ci si aspetta almeno il rispetto per i paesi ospiti: in questo caso sarebbe stato più che sufficiente a evitare la frittata. Ma forse anche un po’ di conoscenza di una cultura millenaria non avrebbe guastato.