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“I Confucio modello di cooperazione”




Federico Masini auspica che le università riescano a reggere alla pressione dei Confucio per organizzare una quantità sempre maggiore di attività. Il direttore del Confucio presso La Sapienza ritiene che un’eventuale uscita dell’istituzione cinese dai nostri atenei arrecherebbe un grosso danno a entrambi. Per sviluppare gli studi sulla Cina contemporanea è necessario mantenere un rapporto costante con il mondo accademico della Repubblica popolare, oltre che con la comunità internazionale. Gli Istituti rappresentano uno strumento per facilitare queste relazioni e in Italia non influenzano la libertà accademica

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Professore Ordinario di Lingua e Letteratura Cinese presso la la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “la Sapienza”, Federico Masini è Direttore, dal 2006, dell’Istituto Confucio di questa università – il primo aperto in Italia. Masini ha dedicato la sua vita alla sinologia e all’università: dal 2001 al 2010 è Preside della Facoltà di Studi Orientali della Sapienza, dove è anche stato Pro-rettore per le Politiche della Didattica. Attualmente è membro del Direttivo della European Association of Chinese Linguistics, rappresentante europeo nel board della International Association of Chinese Lingustics e membro della Commissione Nazionale per i Premi per le Traduzioni del Ministero dei Beni Culturali.

 

Professor Masini, lei ha ricevuto numerosi premi per i suoi studi sulla Cina da vari enti, tra cui lo Hanban. Come valuta la collaborazione con questa istituzione e con l’università cinese partner della Sapienza nella gestione dell’Istituto? I riconoscimenti che ha ottenuto sono un segno di grande stima da parte dello Hanban per il suo lavoro e il suo contributo fondamentale alla diffusione della cultura cinese in Italia. Ci racconti qualcosa anche di questo.

L’IC della Sapienza Università di Roma è stato creato nel 2005, dopo la firma di un accordo con madame Xu Lin il 4 luglio di quell’anno, alla presenza dei ministri dell’Istruzione Letizia Moratti e Zhou Ji. Si trattava di un’intesa pilota in Europa, seconda solo a quella con l’Università di Stoccolma. Il nostro IC nasceva certamente grazie al sostegno di Hanban, ma era soprattutto il coronamento di un lungo processo di collaborazione accademica con l’università che sarebbe diventata nostra partner, cioè Beijing Waiguoyu Daxue, università con la quale intrattenevamo già ottimi rapporti scientifici e didattici. In altre parole, la creazione dell’IC è stato lo strumento per consentire alla nostra università di sviluppare meglio i rapporti con questa università, in tre ambiti specifici: la didattica del cinese in Italia; la formazione linguistica dei nostri studenti universitari; la possibilità di sviluppare ricerche congiunte.
La presenza a Roma dei docenti dell’IC e dei volontari, tutti provenienti dall’Università di Beiwai, ha permesso l’organizzazione di oltre venti classi di lingua cinese aperte al pubblico extra universitario, con corsi di ogni grado (elementare, intermedio, avanzato) e di ogni genere (cinese tecnico, dei giornali, corsi di traduzione, ecc.) con circa 250 studenti per ogni semestre, per un totale di circa 5.000 studenti. In tali corsi insegnano anche docenti italiani, in alcuni casi più giovani, che grazie a questa esperienza si formano come insegnanti. La seconda missione del nostro IC è quella di collaborare all’organizzazione dei periodi di studio dei nostri studenti universitari che, ogni anno, in circa 130, frequentano un semestre presso l’Università di Beiwai con un percorso didattico che è l’esatta prosecuzione della didattica in Italia, perfino nell’uso dei medesimi materiali didattici. La terza attività che svolgiamo insieme ai nostri colleghi è quella di ricerca: da poco abbiamo ad esempio pubblicato la prima serie (44 volumi) della collana di opere cinesi conservate presso la Biblioteca Vaticana e a breve usciranno i restanti volumi (in totale 330): questa attività è nata come un progetto del nostro IC, in collaborazione con altre istituzioni italiane e cinesi. Abbiamo poi editato volumi di didattica del cinese, come quelli di cinese elementare, volumi sulla storia della sinologia italiana, abbiamo formato dottorandi in sinologia, sia cinesi a Roma sia italiani a Pechino. Insomma si tratta di una collaborazione assai articolata, che ha trovato nell’IC un formidabile strumento di sostegno.

 

Studi sinologici in Italia e Istituti Confucio: qual è il nesso e quale può essere il contributo degli Istituti allo studio della Cina contemporanea in Italia.

Se partiamo dal presupposto che per sviluppare gli studi sulla Cina contemporanea è necessario mantenere un rapporto costante anche con il mondo accademico cinese – oltre evidentemente che con la comunità internazionale – allora gli IC sono uno strumento per facilitare tali rapporti, consentendo ai nostri studenti di trascorrere periodi anche lunghi di studio presso istituzioni accademiche cinesi; organizzare conferenze, seminari, invitare in Italia studiosi cinesi, sostenere le nostre biblioteche nell’aggiornamento di materiali cinesi, ecc. Tutte queste attività sarebbero difficilmente sostenibili in tale ampiezza senza il sostegno degli IC.

 

Alcune università occidentali, soprattutto statunitensi, ma anche in Europa (Stoccolma), non hanno rinnovato l’accordo con l’università partner cinese per proseguire le attività. Come valuta queste decisioni, e cosa ci può dire del dibattito interno allo Hanban sul futuro degli Istituti?

Il vero dibattito non è, a mio avviso, su i problemi di libertà accademica all’estero nelle università che accolgono gli IC, ma se tale modello centrato sulla collaborazione fra istituzioni cinesi e straniere, potrà reggere alla pressione da parte della Cina per organizzare un numero sempre maggiore di attività. In altre parole, temo che un giorno o l’altro gli IC vorranno uscire dalle università proprio a causa delle loro dimensioni e questo sarà una grande perdita per le università stesse. Io non vedo positivamente un’uscita degli IC dalle università, perché è solo all’interno dello spazio accademico che è possibile mettere in atto forme di collaborazione veramente utili tanto per noi quanto per i colleghi cinesi, che vivendo nelle nostre università imparano a conoscere da vicino i nostri sistemi formativi. Quanto alla libertà accademica, è un problema che non conosco all’estero, in Italia neppure il rettore può ordinare ad un docente di trattare o non trattare un certo argomento, al punto che nelle nostre università vi sono perfino docenti che pronunciano frasi negazioniste dell’Olocausto e i rettori non sono in grado di sanzionarli, figuratevi se questo sia possibile per un ente straniero come Hanban.

 

La trasparenza, il merito, la libertà accademica sono temi molto delicati all’interno delle università italiane. Alcuni ritengono che gli Istituti non siano esempi da seguire, in questo senso. Lei ha riscontrato problematiche riconducibili alla censura di temi relativi a Taiwan, Tibet e Xinjiang durante la sua carriera?

Il nostro IC si occupa soprattutto di lingua e cultura cinese, ma abbiamo anche organizzato eventi che includevano studiosi provenienti da Taiwan o abbiamo toccato tematiche relative al Tibet, ma in queste occasioni nessuno di Hanban o del nostro IC mi ha fatto pressioni o osservazioni. Nessuna delle nostre attività ha mai subìto alcuna censura diretta da parte dei nostri partner o di Hanban.

 

Cosa ci può dire delle difficoltà di comunicazione interculturale
all’interno degli Istituti Confucio? Forse quello che alcuni occidentali chiamano “censura” è semplicemente una difficoltà a capire e integrarsi, da parte cinese, nel sistema universitario italiano?

Forse in ragione dei rapporti pregressi con l’Università di Lingue Straniere nostra partner, in questi anni non ho mai avuto un problema di comunicazione con i colleghi cinesi o una diversità di vedute circa lo svolgimento delle attività dell’IC tale da generare problemi o contrasti. Ogni evento o attività è stata preventivamente discussa e concordata in modo collegiale.

 

Come vede il futuro degli Istituti Confucio in Italia e in Europa?

Spero possano continuare a svilupparsi all’interno delle università straniere, contribuendo sempre di più allo sviluppo della ricerca accademica in campo sinologico e alla formazione di nuove generazioni di sinologi capaci di comprendere la Cina per agire come intermediari fra questi due mondi.

 

 

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