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Confucio, “No a patti col diavolo, ecco perché non ho voluto l’Istituto”




confucio

standing somewhere on the campus of the university of wisconsin-madison, phil roeder

 

La notizia della chiusura dell’Istituto Confucio dell’Università di Stoccolma sta favorendo un dibattito su tematiche quali libertà accademica, merito, i principi che dovrebbero guidare l’insegnamento universitario, comunicazione interculturale. Questioni che vanno ben al di là della presenza degli Istituti culturali cinesi nelle università europee. Ciononostante, è proprio su questi ultimi che, per il momento, ci si continua a concentrare: negli ultimi giorni il conservatore Alex Johnstone, membro del Parlamento scozzese, ha sollevato la questione dell’interferenza degli Istituti nelle attività accademiche delle università della Scozia, seguito dalla nazionalista Linda Fabiani, anche lei parlamentare, nonché Presidente del Gruppo parlamentare scozzese sul Tibet.

Dopo l’intervento del sinologo Klauko Laitinen, proponiamo quello del professor Edward Friedman, emeritus dell’Università di Wisconsin-Madison, che ci ricorda quanto infuocata sia la discussione negli Stati Uniti. Esperto di nazionalismo, economia politica, processi di democratizzazione e globalizzazione, nonché già collaboratore di ChinaFile, Friedman è conosciuto per i suoi lavori storici e politologici realizzati in una prospettiva comparativista, ma anche per le sue posizioni – talvolta provocatorie e ideologiche – a favore dei diritti umani e dei principi democratici. Friedman racconta a cinaforum, non senza una certa soddisfazione, che nella sua Università la proposta di aprire un Istituto Confucio è stata rifiutata.

 

 

Gli Istituti Confucio (IC) promossi dal Partito Comunista Cinese (Pcc) riflettono il punto di vista dei gruppi al potere nella Repubblica Popolare Cinese (Rpc), secondo i quali la ragione principale per cui il mondo non pensa che il Pcc sia meraviglioso è perché l'”Occidente” sarebbe depositario del dominio del soft power ideologico globale, e lo userebbe per demonizzare il Pcc. Per questa ragione la Rpc ha investito molti miliardi di dollari ai fini di persuadere il mondo che i cinesi sono gli eredi di una cultura gloriosa (che è un fatto, ma un fatto vero per tutte le civiltà), la cui leadership attuale sarebbe auspicabile per tutta l’umanità, perché i cinesi – e solo i cinesi – avrebbero una civiltà degna della loro cultura. Questa, considerata unica e magnifica, li ha educati a essere sinceri paternalisti, con una leadership che si prende cura sempre della sua filiale prole. Questa auto-convinzione di essere nel giusto in realtà nasconde la storia di espansionismo militare della Cina, un dato di fatto per tutti gli imperi monarchici, in Asia, Europa e in ogni altro posto.

 

Per farla breve, gli IC sono parte di una strategia globale del Pcc che mira a rendere la Cina egemone in tutto il mondo. Oltre che per gli IC, la Repubblica popolare cinese investe grosse somme di denaro per far sì che le informazioni fornite dai media cinesi entrino nei network giornalistici e informativi degli altri paesi, in modo da “persuadere” tutti a immaginare la Cina come un buon partner, unico per la comunità internazionale, qualunque siano le sue posizioni su Corea del Nord, Iran e Siria. Il Pcc vuole che il mondo dimentichi che il governo cinese è una dittatura monopartitica che non rispetta i diritti umani fondamentali, e a tal fine spende molto per far sì che si re-interpreti la Cina, credendola infine una nazione che rispetta i principi dalla buona governance, che sa come sviluppare un’economia e far uscire il suo popolo dalla povertà. Ci si aspetta dunque che i docenti degli IC presentino la storia, la cultura e la politica cinese in modo da diffondere questa visione idealizzata della dittatura del Pcc.

 

Per far sì che le università ospitanti valutino che valga la pena fare tutto questo, la parte cinese stanzia i fondi per pagare docenti cinesi che insegnino la lingua agli studenti della stessa università. Per gli atenei meno finanziati, che non possono permettersi di pagare insegnanti di cinese, così come per quei dirigenti universitari che vogliono che i propri studenti abbiano l’opportunità di studiare una lingua, il mandarino, oggi molto importante nel mercato del lavoro, aprire le porte a un IC è un “patto col diavolo” fatto in buona fede, con lo scopo di andare incontro alle necessità dei propri studenti. In alcuni casi può anche essere un compromesso fatto con piena consapevolezza di cosa ci sia in gioco.

 

Poiché lo scopo del Pcc è far acquisire una buona reputazione alla Cina, e far sì che la Rpc non sia vista come un paria per le sue sistematiche e crudeli violazioni dei diritti umani, coloro che amministrano gli IC per conto del Pcc possono anche fare accordi separati con alcune tra le più prestigiose università nel mondo per soddisfare un particolare interesse accademico, e in quel caso il Pcc accetta di venire meno alla sua missione propagandistica.

Quella missione che include la demonizzazione e l’esclusione del gruppo spirituale conosciuto come Falungong; l’opposizione ai punti di vista positivi sul leader spirituale tibetano, vincitore del premio Nobel per la Pace, il Dalai Lama, e alle dichiarazioni di sofferenza del popolo tibetano la cui cultura è in via di distruzione – così come nel caso della popolazione musulmana uigura di lingua turca; nonché il rifiuto delle descrizioni positive della solida democrazia che governa la nazione di Taiwan, che il Pcc insiste essere parte della Rpc, sebbene essa, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale e dell’arrivo dei militari di Chiang Kai-shek sull’isola, non sia mai stata governata da popolazioni cinesi o sinizzate del continente asiatico.

 

Per un’università avere un IC significa rinunciare al suo diritto di scegliere il proprio corpo docente sulla base del merito. È un tradimento di ciò che l’accademia dovrebbe essere. Per quelle università più piccole e meno finanziate cercare di andare incontro agli studenti che vogliono imparare il cinese, e scegliere di istituire un IC, è un male minore, anche se resta il fatto che gran parte degli IC minano la libertà accademica. Per questo sempre più università vedono questo compromesso come basato sulla rinuncia della libertà accademica, un cattivo affare e un danneggiamento delle loro fondamentali posizioni di principio. Così un certo numero di esse stanno rifiutando i soldi del Pcc, e stanno invece promuovendo i valori di libertà, merito e autonomia.

 

 

L’intervento del professor Friedman è il terzo della serie di articoli proposti da cinaforum su Istituti Confucio e libertà accademica

L’articolo sulla chiusura dell’Istituto Confucio di Stoccolma

L’intervento del direttore dell’Istituto Confucio di Helsinki, Kauko Laitinen

 

 



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