Asia

Se per l’Onu democrazia
è soltanto sviluppo




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Day 5 Sanya, Philip McMaster

 

Le agenzie di sviluppo delle Nazioni unite si muovono spesso nel campo minato della politica. Schiacciate tra lo zelo col quale gli Stati membri difendono la loro sovranità e la necessità di favorire cambiamenti strutturali, queste agenzie operano con prudenza. Tuttavia ancora promuovono, sebbene timidamente, valori democratici come la partecipazione, l’impegno civile, la responsabilità e la piena cittadinanza. Almeno finora.

 

Sembrerebbe infatti che la UN Economic and Social Commission for Asia and the Pacific (ESCAP) abbia deciso che la democrazia non è più necessaria.

 

La ESCAP, con sede a Bangkok, è la divisione delle Nazioni unite che si occupa delle politiche di sviluppo nella regione Asia-Pacifico. Svolge un ruolo essenziale nell’applicazione nella Regione di accordi, convenzioni e progetti globali e, allo stesso tempo, sostiene i paesi membri nei loro programmi di sviluppo. L’edizione 2017 dello Economic and Social Survey – la principale pubblicazione dell’ESCAP – contiene un capitolo nel quale si analizza come la governance influisce sullo sviluppo: è qui che l’ESCAP mette da parte la democrazia.

 

Nella sua interpretazione della governance, l’ESCAP ha scelto di abbandonare le tradizionali definizioni della Banca mondiale e dello United Nations Development Program (UNDP) in quanto “includono aspetti politici che fanno implicitamente riferimento al rispetto della democrazia”. La ridefinizione non-politica della governance da parte dell’ESCAP viene d’altro canto giustificata dalla “diversità di culture, esperienze storiche e livelli di sviluppo” dei paesi della Regione.

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Secondo lo Economic and Social Survey, poiché gli argomenti in questione riguardano lo sviluppo piuttosto che la politica, la governance dovrebbe essere “valutata da come il potere viene esercitato invece che da come è ottenuto”. Non sorprende che ne consegua che “si può essere d’accordo o meno su come è stato ottenuto il potere, ma regimi autoritari possono essere ben governati, così come l’esistenza della democrazia non è né necessaria né sufficiente – dal punto di vista dello sviluppo – a garantire una buona governance e, di conseguenza, uno sviluppo sostenibile”.

 

Questa definizione cosiddetta “apolitica” della governance è la ragione per la quale il Survey nelle sue analisi utilizza soltanto quattro dei sei indicatori del database “World Governance Indicators” della Banca mondiale: efficienza del governo, qualità delle norme, stato di diritto, controllo della corruzione. Le altre due – partecipazione e accountability, e stabilità politica e assenza di violenza – sono considerate troppo politiche ed escluse dalle analisi.

 

Per quanto riguarda la riformulazione del concetto di governance proposta dall’ESCAP, risulta difficile comprendere per quale motivo la diversità regionale necessiterebbe che gli aspetti politici vengano esclusi dalle sue analisi. Il testo non chiarisce la logica di questo nesso causale, ma si potrebbe immaginare che si tratti di un richiamo a qualche forma di eccezionalismo asiatico, con tutte le conseguenze che derivano da un simile approccio. La versione della governance del Survey soffre delle stesse pecche concettuali del modello che la ha ispirata: limita la governance al funzionamento del governo, ignorando di conseguenza altri fondamentali attori non statali della governance e confondendola con la governabilità.

 

La posizione assunta dall’ESCAP nel suo Survey ha diverse allarmanti ripercussioni.

Anzitutto, essa sposa una visione tecnocratica dello sviluppo.

Firoze Manji ha studiato il processo di “de-politicizzazione della povertà”, sostenendo che l’agenda internazionale dello sviluppo aveva bisogno di cancellare le inefficienze, una delle quali era la battaglia per i diritti sociali, politici, economici o civili come componente strutturale dello sviluppo.

 

In questa agenda, i diritti e la libertà cessano di essere il soggetto centrale dello sviluppo. Lo sradicamento della povertà viene riconsiderato some il risultato di un’economia della percolazione dall’alto verso il basso e questioni come la distribuzione del potere e la giustizia sociale vengono marginalizzate dai processi di “sviluppo reale”. A causa di questo cambiamento, i pesi e contrappesi garantiti dall’accountability democratica vengono sostituiti dall’influenza degli esperti di sviluppo.

 

 

Secondo, una riformulazione a-politica della governance che esclude i principi democratici mina la capacità dell’ESCAP – e di qualsiasi altra agenzia delle Nazioni Unite il cui lavoro include strategie di responsabilizzazione, inclusione, giustizia sociale, partecipazione o cittadinanza attiva – di raggiungere i suoi obiettivi statutari. Nel loro lavoro le Nazioni Unite hanno spesso lottato per tenere assieme le differenti dimensioni dello sviluppo. Ma la governance, così come viene definita sia dallo UNDP che dalla Banca mondiale, è uno dei pochi framework in grado di rappresentare un ponte tra il loro lavoro tecnico, politico, sociale, economico, ambientale e culturale. Invece di rafforzare questo framework, l’ESCAP lo ha indebolito, estrapolandone una parte e ignorando il resto.

 

Soprattutto, la posizione dell’ESCAP scredita gli sforzi dell’intero sistema per raggiungere i Sustainable Development Goals (SDGs) contraddicendo accordi globali come la 2030 Agenda for Sustainable Development, nella quale democrazia, buona governance e stato di diritto vengono riconosciute come componenti essenziali. Dopo tutto, il motto dei SDGs è non lasciare indietro nessuno. Ma se accountability, rappresentanza, stabilità politica e l’assenza di violenza vengono escluse, allora l’intero sforzo diventa inutile.

 

Inoltre contraddice l’assioma delle Nazioni Unite della democrazia come ideale universalmente riconosciuto nonché uno dei valori e principi fondanti delle Nazioni Unite, per non parlare della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (articolo 25).

 

Infine, l’’ESCAP stabilisce un precedente pericoloso nel momento in cui afferma che che è irrilevante come il potere viene acquisito. Da ciò potrebbe derivare che è irrilevante anche come il potere viene mantenuto, anche se il Survey non affronta questo argomento. Ed è ipocrita sostenere che la nuova definizione si applichi solo alle analisi delle questioni legate allo sviluppo.

 

In realtà, il concetto di governance dell’ESCAP verrà percepito come un condono delle violazioni dei diritti umani, della repressione della dissidenza, della limitazione della libertà d’espressione, della violenza istituzionale e del rovesciamento mediante la forza di governi legittimi. Finché i servizi vengono forniti in maniera efficiente, tutto è accettabile: una luce verde per i regimi di paesi dove si verificano queste pratiche, per continuare a esercitare il potere allo stesso modo.
È ironico che, nel formulare una definizione a-politica della governance, l’ESCAP finisca per assumere una posizione molto politica che, per le Nazioni Unite, è piuttosto allarmante.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

Jorge Carrillo-Rodriguez è un ex funzionario della United Nations Economic and Social Commission for Asia and the Pacific (ESCAP)



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