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Cina/Usa, la rivalità
è strategica: se le daranno
di santa ragione
anche se/quando passerà
la crisi dei dazi sull’export

Negli ultimi giorni i media si sono arrovellati per stabilire se la tregua di tre mesi sui dazi raggiunta sabato scorso a Buenos Aires tra la delegazione cinese e quella statunitense sia da considerare un successo diplomatico di Pechino oppure di Washington.

 

Si tratta di una questione sostanzialmente irrilevante, perché lo scontro degli ultimi mesi sulle tariffe non è che il sintomo di una tendenza foriera di conseguenze ben più gravi: quella del deterioramento della relazione bilaterale tra Cina e Stati Uniti – per la leadership cinese finora “La” relazione bilaterale – che si è manifestata in maniera evidente sotto la presidenza Trump e che è una conseguenza dell’ascesa di Pechino e del modello alternativo di cui è portatrice, in patria e all’estero.

 

Lo scorso fine settimana, nella capitale argentina Trump ha schierato di fronte ai compassati diplomatici cinesi pezzi da novanta come il guerrafondaio John Bolton, e Peter Navarro, l’accademico-ultrà autore del pamphlet “Death by China”, che pure i cinesi avevano chiesto di non incontrare più ai tavoli delle trattative delicate. Il faccia a faccia a margine del G20 argentino era stato preceduto dalla visita alle acque delle Paracel – l’arcipelago del Mar cinese meridionale conteso tra Pechino e i suoi vicini asiatici – della nave da guerra “USS Chanchellorsville”, in missione per garantirvi la “libertà di navigazione”.

 

L’America del palazzinaro Trump, a differenza di quella dell’avvocato Obama, non le manda a dire, ed è pronta usare la sua potenza, per imporre “pace attraverso la fermezza”, come ai tempi di Ronald Reagan. Solo che per gli yankee gli avversari di oggi, i cinesi, sono più ostici e infidi dei nemici di allora, i sovietici.

 

Per scongiurare l’inasprirsi di un braccio di ferro che danneggerebbe i suoi business globali, a questa America Pechino è pronta a fare concessioni anche importanti: spazio agli investimenti, anche non in joint-venture, a stelle e strisce nei mercati in espansione della Repubblica popolare; aumento sostanzioso delle importazioni di merci statunitensi, a cominciare dalla soia; più spazio agli Usa nei servizi e nella finanza in Cina, e così via (l’elenco completo lo conosceremo nei prossimi giorni, quando i negoziati entreranno nei dettagli).
Per ora, questa tregua tattica è servita a entrambi a rivendicare un successo interno.

Il comunicato della Casa Bianca ha spacciato per un successo di Trump la promessa dei cinesi che “inizieranno immediatamente a negoziare su cambiamenti strutturali riguardo al trasferimento forzoso di tecnologia, alla protezione della proprietà intellettuale, alle barriere non tariffarie, ai cyber attacchi e i cyber furti, all’agricoltura e ai servizi”.

 

Mentre l’agenzia Xinhua ha commentato la trasferta argentina di Xi e compagni con toni patriottici: “La delegazione cinese ha agito razionalmente nonostante le prepotenze (Usa) e non si è lasciata prendere dal panico di fronte alla guerra commerciale senza precedenti. Si è mostrata inflessibile nella difesa dei suoi interessi essenziali e ha risposto in maniera decisa e potente”.
La realtà è che Washington vuole depotenziare “Made in China 2025”, il progetto della leadership cinese che punta a trasformare la ex fabbrica del mondo esportatrice di merci a basso costo, mettendola alla pari con i giganti manifatturieri più avanzati (Corea, Germania, Giappone). Questo piano strategico si sta sviluppando grazie a massicci investimenti statali in ricerca e sviluppo (279 miliardi di dollari nel 2017, +70,9% rispetto a cinque anni prima, quando iniziò il primo mandato di Xi).

 

“Made in China 2025” mira a rendere le auto elettriche cinesi Nio belle e performanti più delle Tesla (rispetto alle quali costano la metà), i robot industriali sfornati dalle fabbriche della Repubblica popolare efficienti come quelli della tedesca Kuka (non a caso acquisita due anni fa dalla cinese Midea).

 

Se in alcuni settori, come il nucleare, o la costruzione di infrastrutture, Pechino è leader già da anni, è proprio in quelli dell’automotive, della robotica e dell’elettronica che ora vuole sfidare il primato dei paesi avanzati. Il mese scorso, la classifica Top 500 dei computer più potenti del mondo ha certificato che in Cina ne sono installati 227, negli Stati Uniti 109. E se è vero che i due più veloci hanno sede nel Dipartimento dell’Energia Usa, è altrettanto vero che il terzo e il quarto sono nei centri nazionali di supercomputer delle città di Wuxi e Canton. È per provare a rallentare questa rincorsa che la Commissione sugli investimenti stranieri negli Stati Uniti (Cfius) sta bloccando uno dopo l’altro gli assalti di fondi di Pechino ai produttori statunitensi di microchip. Tuttavia – sostengono molti economisti – i divieti a investire all’estero potrebbero avere l’effetto indesiderato di accelerare l’innovazione cinese autoctona.

 

Questa concorrenza hi-tech viaggia di pari passo con quella geopolitica, cioè con l’aumento dell’influenza globale della Cina, anche grazie alla sua Nuova via della Seta, che promette investimenti infrastrutturali in mezzo mondo per favorire lo sviluppo degli scambi internazionali. E alle istituzioni finanziarie internazionali, come la Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (Aiib), create dalla Cina negli ultimi tempi.

 

Nello stesso tempo, le “riforme strutturali” fin qui varate da Xi, e vanno in direzione opposta ai desiderata Usa: riaffermazione del ruolo guida del Partito-Stato nell’economia e massicci investimenti pubblici nel settore ricerca e innovazione, creazione di colossi (statali) in grado di competere sui mercati internazionali.

 

Nella Nuova era di Xi Jinping, la Cina non ha alcuna intenzione di farsi assegnare i compiti a casa da Washington. Riequilibrare – aumentando massicciamente le importazioni dagli Usa – il colossale deficit commerciale di Washington nei confronti di Pechino (375 miliardi di dollari nel 2017) è un sacrificio che Pechino può permettersi (a danno di altri paesi che dovranno ridurre le esportazioni verso la Cina).

 

Per il resto però non c’è che una soluzione: che nel medio periodo gli Stati Uniti si abituino a convivere con uno sfidante la loro superiorità tecnologica.

L’economia della Nuova era di Xi, che ha rimesso al centro la manifattura, punta tutto su questo, e su questo non è disposta a negoziare.