Asia, Internazionale

“Si apre il nord-ovest cinese, Pechino sempre più potenza globale”




cinaforum

GB.PAK.09.0061, balazs gardi

 

La visita di Stato in Pakistan del presidente cinese Xi Jinping (lunedì 20 e martedì 21 aprile scorso) può essere considerata un punto di svolta per le già ottime relazioni bilaterali Pechino-Islamabad, alla luce dell’annuncio dell’avvio del Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) nell’ambito del progetto “One Belt, One Road” promosso e finanziato da Pechino. L’avanzata della Cina verso ovest si presenta ricca di opportunità, ma anche di nuovi problemi e sfide, in un’area politicamente instabile. Diversi sono gli attori che rivendicano un ruolo o territori in quella parte di Asia meridionale a cavallo tra Cina, Pakistan e India, dove sussistono “border disputes”, confini tuttora contesi. Inoltre, la politica interna dei vari paesi si interseca con le dinamiche internazionali e complica il quadro. Di questo e altro abbiamo parlato con il professor Athar Hussein, pakistano, Direttore dell’Asia Research Centre alla London School of Economics, impegnato in una serie di progetti Onu ed europei sui “popoli senza stato” e sullo sviluppo urbano e rurale in Asia.

 

Profssor Hussein, qual è il progetto cinese che sta dietro ai massicci investimenti annunciati da Xi Jinping in Pakistan?

La Cina ha appena siglato accordi per investire 47 miliardi di dollari in Pakistan, ed è evidente che questi vanno inserito nel più ampio disegno di Pechino di diventare una vera potenza globale, a fianco degli Stati Uniti. Bisogna considerare che il nord-ovest cinese, finora, è come se fosse rimasto “sigillato”, perché la Cina in quelle aree ha sempre avuto tensioni con i suoi vicini. Ma ora Pechino vuole superare il limite di essere considerata una potenza affacciata sul Pacifico, e pensare in grande. Quindi il primo significato di questi investimenti è politico e strategico. D’altra parte, è vero che la Cina importa petrolio e risorse naturali principalmente via mare, anche perché è più economico. Ma il suo progetto è di costruire oleodotti e metanodotti che attraversino il Pakistan: a quel punto l’importazione via terra diventerebbe più che conveniente. Questo le permetterebbe di realizzare il suo disegno di importare petrolio dall’Iran via terra, un piano che non era mai decollato a causa dell’opposizione degli Stati Uniti. Quindi, il rafforzamento delle relazioni tra Cina e Pakistan rende anche più solido il legame con l’alleato storico della Cina nell’area, l’Iran. Inoltre, la cooperazione militare tra i due paesi è proficua, e non si limita alla fornitura di armamenti e aerei militari “made in China” a Islamabad, ma va molto oltre. Quando la Cina aprì i suoi confini occidentali (negli anni Ottanta, ndr), Pechino sapeva che i militari pakistani, la maggioranza dei quali si era formata negli Stati Uniti, avevano molto da insegnare in termini di tecnologia militare e lavorazione e utilizzo dell’uranio. Al tempo i cinesi volevano avvalersi della loro esperienza per trasferire tecnologia in una Cina ancora povera e senza mezzi. Ora la situazione è cambiata radicalmente e i cinesi stanno vendendo reattori nucleari con tecnologia francese al Pakistan.

 

Quali problemi può causare a Pechino il separatismo in Xinjiang e Balochistan, due regioni che saranno attraversate dal Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC)?

Si tratta di un problema molto serio, ed è proprio di questo che ho parlato durante la sessione sui “popoli senza stato” al 28° Human Rights Council dell’Onu, che si è concluso a Ginevra il 1° aprile scorso. Il Balochistan è un’area tra Iran e Pakistan. Il Balochistan pakistano è sotto assedio militare, la cui popolazione viene continuamente trasferita dall’esercito un posto all’altro. L’area è caratterizzata da alte montagne, e la densità di popolazione è bassa, le infrastrutture sono molto carenti, le comunicazioni estremamente difficili. I soldati pakistani controllano l’area da decenni, mentre i membri del clan separatista dei Bugti sono tutti in esilio ed erano presenti alla sessione sui “popoli senza stato” di Ginevra. Questo è sicuramente un problema per Pechino, Inoltre, come sappiamo, il Pakistan ha un governo che non può essere considerato stabile, il Paese non è sotto controllo, la gente è sotto una “dittatura religiosa”. Ora, i cinesi stanno portando avanti negoziati con Islamabad, vogliono che il Pakistan diventi un paese stabile. In generale possiamo dire che la Cina si sente più sicura di sé rispetto al passato e ritiene che i problemi di separatismo nei due paesi possano essere tenuti sotto controllo.

 

Cina e Stati Uniti competeranno per l’influenza sul Pakistan?

Cina e Pakistan hanno sempre avuto rapporti molto stretti. Ma fino a poco tempo fa erano due paesi poveri. Ora la Cina è diventata ricca, finanziariamente più ricca degli Stati Uniti, quindi ha un grande potere di attrazione sui suoi vicini. Inoltre, questa ascesa di Pechino accelererà ulteriormente quando decollerà la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) – un’idea originariamente avanzata dal mio amico Joseph Stiglitz –, un progetto di istituzione finanziaria internazionale che i cinesi stanno portando avanti in maniera molto abile. Ritengo che gli Usa dovrebbero cominciare a pensare seriamente che le cose stanno cambiando molto velocemente, e adattare di conseguenza la propria politica estera. In questo momento per il Pakistan la Cina è un partner fondamentale, dal rapporto con Pechino Islamabad ha solo da guadagnare.

 

Cosa cambia per l’India il rafforzamento delle relazioni Cina-Pakistan?

La chiave di questa risposta sta nella questione della regione contesa del Kashmir. La prospettiva cinese sul Kashmir è molto cambiata dagli anni ’90, ed è molto diversa da quella statunitense ed europea. Pechino vede la cosa come un problema essenzialmente bilaterale, e vuole mantenere un certo equilibrio, senza schierarsi. Come ha spesso dichiarato il premier Li Keqiang, la Cina intende migliorare i propri rapporti con l’India. È vero che si sta configurando un aggregato politico che vede l’India, gli Stati Uniti e il Giappone stare fianco a fianco, ma è anche vero che per l’India la Cina è molto importante dal punto di vista economico, così come per il Giappone, di cui costituisce il maggior partner commerciale. La Cina può assicurare all’India di controllare il Pakistan, e un Pakistan sotto controllo è uno degli interessi principali di New Delhi.

 

Come vede invece i futuri sviluppi delle relazioni tra Cina e Pakistan?

Secondo i sondaggi, l’80%-85% dei pakistani vede la Cina con favore. Non è la stessa cosa da parte cinese. Sicuramente la Cina è più importante per il Pakistan di quanto non sia il Pakistan per la Cina. Il problema è che il potere centrale in Pakistan non è così forte: diverse fazioni se lo contendono, mentre Pechino vorrebbe trattare con un governo forte e stabile. Un tempo era molto semplice passare in Pakistan dalla Cina attraverso la Karakorum highway, ora è molto complesso, i controlli da parte cinese sono rigidi. Nello stesso tempo, Pechino è interessata al porto di Gwadar, da cui parte l’80% delle esportazioni dell’area per il Medio Oriente e il resto del mondo. I cinesi stanno costruendo il nuovo porto in acque profonde che, per le loro merci, costituirà uno hub fondamentale, collegandole al Medio Oriente e all’Africa. Per quel che riguarda i collegamenti via terra, quello della ferrovia attraverso i monti del Karakorum è un progetto molto costoso, mentre la superstrada è più facilmente realizzabile, visto che c’è già la Karakorum Highway, che va implementata (rimane chiusa molti mesi all’anno). Questo sviluppo delle infrastrutture per un paese come il Pakistan è più che benvenuto.

 

Cosa ci può dire dei campi di addestramento di militanti uiguri in Pakistan?

La zona di Peshawar, una delle roccaforte dei talebani, è quella dove si trova la maggioranza degli uiguri in Pakistan. Ritengo che in Pakistan non se ne sappia molto: la gente sa che gli uiguri sono musulmani e che sono oppressi, ecco tutto. Nelle zone del nord-ovest del paese e tra i pashtun dell’Afghanistan (il maggiore gruppo etnico del paese, ndr) c’è sicuramente più simpatia. Nello stesso tempo gli uiguri non sono considerati buoni musulmani, poiché molti di loro bevono e fumano, e sono poche le donne uigure che indossano il velo. L’Islam tra gli uiguri non è rispettato come i talebani vorrebbero.

 

 



Commenti


Articoli correlati