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Le “sette rinunce” dei ragazzi di Seoul

cinaforum

Cheonggyecheon, Seoul, Louis Constant

 

In Corea del Sud ci sono 410.000 giovani tra i 20 e 30 anni disoccupati e in cerca di lavoro. Nel 2013 erano 330.000 e la cifra attuale è quella più alta degli ultimi 15 anni. Ma questa crisi sempre più profonda della società non rappresenta affatto una sorpresa.

Dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997-98, il pacchetto di salvataggio promosso dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha richiesto un’ulteriore ristrutturazione dell’economia sudcoreana, come se non bastasse quella portata avanti per tutti gli anni Novanta. Il risultato della ricerca di un mercato del lavoro più flessibile – sia da parte del governo che delle multinazionali in mano a poche famiglie note come chaebol – è stato una generazione completamente nuova di lavoratori irregolari o interinali.

Mentre le chaebol sudcoreane si sono riprese bene dalla crisi, i giovani ne sono usciti con un alto tasso di disoccupazione e lavoro precario, al punto che oggi questi ragazzi nella società sudcoreana vengono identificati come “la generazione delle sette rinunce”, dove le “sette rinunce” sono quella all’amore, al matrimonio, alla procreazione, ai rapporti sociali, a un appartamento di proprietà, ai sogni e alla speranza.

 

 

Secondo un recente sondaggio del giornale Chung-Ang Ilbo, i giovani tra i 20 e i 30 anni che fanno parte della generazione delle “sette rinunce” hanno rinunciato soprattutto al matrimonio e ai sogni. Le ragazze, in particolare, hanno rinunciato alla maternità e al matrimonio. E i lavoratori sudcoreani in generale sentono di essere stati abbandonati sia dal governo sia dalle corporation.

 

Come altrove, la partecipazione all’occupazione, l’educazione e la formazione sono importanti per i giovani sudcoreani per inserirsi nel mercato del lavoro e rendersi indipendenti. In gran parte il problema della disoccupazione giovanile in Corea del Sud è nascosto da una partecipazione relativamente bassa (solo il 46%) della forza lavoro tra i 15 e i 29 anni, della quale attualmente è impiegata il 41,7%. Ma il tasso medio di disoccupazione del 9,9% sottostima ampiamente la disoccupazione giovanile e la sotto-occupazione, perché oltre il 58% della popolazione sudcoreana compresa tra i 15 e i 29 anni non ha un impiego retribuito.

Mediamente i giovani impiegano undici mesi per trovare il loro primo lavoro. E il periodo medio d’impiego per il primo lavoro è di 14,6 mesi. Chi non ha un impiego pagato si dedica alla formazione professionale e alla preparazione per gli esami d’impiego (33,2%), si occupa dei figli e delle faccende domestiche (19,8%), o semplicemente “ammazza il tempo” (18,7%). Attualmente la percentuale di coloro che, non avendo un impiego retribuito, sono alla ricerca di lavoro è scesa al 13%. Come a voler rinviare l’inevitabile, molti studenti sudcoreani restano a scuola soltanto perché non riescono a trovare un lavoro. In questo modo molti giovani sudcoreani ben istruiti si trovano a competere per un numero limitato di prestigiosi lavori a tempo pieno invece di fare richiesta per posizioni lavorative meno desiderabili.

 

E molte piccole e medie imprese (SME) soffrono di una cronica mancanza di forza lavoro, perché molti studenti di college evitano lavori mal pagati e faticosi nella speranza di assicurarsi un impiego migliore. Le SME sono costrette a competere per assumere più lavoratori immigrati, i cui numeri e periodi di permanenza sono limitati dalle norme varate dal governo. Nelle attuali condizioni del mercato del lavoro è improbabile che questo divario tra domanda e offerta venga risolto presto.

 

L’amministrazione della presidente Park Geun-hye ha provato per anni a varare un piano per aumentare al 70% il tasso d’occupazione complessivo entro il 2017. Desiderosa di rivitalizzare l’economia sudcoreana, duramente colpita dalla recente epidemia di MERS, Park ha spinto per una riforma del mercato del lavoro che favorisse l’impiego, specialmente tra i giovani. Ha promosso un sistema di tetti salariali che dovrebbe garantire la sicurezza del lavoro per i lavoratori regolari che percepiscono un salario elevato, ma diminuendolo progressivamente dopo una certa età. Secondo Park si tratta di una soluzione vantaggiosa sia per le nuove generazioni, sia per le vecchie.

 

Ma la federazione dei sindacati coreani – una delle due principali confederazioni della Corea del Sud – ha boicottato, a partire dall’aprile scorso, il dialogo a tre con il governo e gli imprenditori per la sua contrarietà a questa riforma del mercato del lavoro. E i giovani tra i 20 e i 30 anni non sembrano meno arrabbiati, specialmente a causa del debole sistema di welfare.

Negli ultimi tre anni, il salario minimo sotto il governo Park è aumentato annualmente di oltre il 7%, da 4,860 won a 6,030 won  (circa 5,10 dollari Usa) all’ora, del 24% complessivamente. E il prossimo anno salirà ulteriormente, dell’8,1%.

 

Nell’ambito del suo piano per risuscitare l’economia, Park ha incontrato il mese scorso i capi di 17 chaebol, ai quali ha chiesto aiuto per risolvere la crisi sempre più profonda della disoccupazione giovanile. Ha perfino fatto rilasciare l’ex presidente di SK Group, Choi Tae-won, che stava scontando in carcere una condanna a quattro anni per frode. Non sorprende che SK Group, il terzo più grosso conglomerato sudcoreano, abbia recentemente annunciato che assumerà 24.000 giovani entro il 2017.

 

Cinque delle dieci maggiori chaebol – Samsung, Hyundai Motors, LG, Lotte e Hanwha Group – hanno anch’esse annunciato piani per assumere giovani nei prossimi quattro anni, a partire dal 2015, aggiungendo nel complesso fino a 96.569 nuove posizioni, incluse quelle di SK Group. Ma, secondo il giornale Han’gyoreh, 90,000 di queste sono “internship” di vario genere. Alcune chaebol hanno chiaramente gonfiato le cifre ritoccando all’insù i dati delle assunzioni già pianificate da tempo.

 

Malgrado queste sue politiche, nel complesso il governo di Park è giudicato incompetente. Alcuni sostengono che il mercato del lavoro sudcoreano dovrebbe diventare più flessibile per assorbire la forza lavoro giovane inattiva, sottovalutando però il fatto che la sicurezza del lavoro in Corea del Sud è la peggiore (e la più flessibile) tra le grandi economie, con un periodo lavorativo medio (estremamente breve) di 5,6 anni per ogni impiego.

 

Per invertire la rotta servirebbe un più drastico cambiamento fondamentale di politica, preceduto da un cambiamento di paradigma nella gestione economica da parte del governo e nelle relazioni tra l’esecutivo e gli imprenditori. Politici e burocrati devono pensare strategicamente per trasferire dagli imprenditori ai lavoratori (vecchi e giovani) una porzione maggiore dei frutti della crescita economica sudcoreana. Un approccio potrebbe essere quello di stanziare una porzione più ampia dei guadagni della crescita economica più direttamente per la creazione di posti di lavoro, per esempio rafforzando la domanda interna. Limitarsi a lasciar dettare alle chaebol la politica nazionale renderà soltanto più ricchi i ricchi e più poveri i poveri.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

Hyung-A Kim è professore associato di politica coreana presso la Australian National University.

Una versione più ampia di questo articolo è apparsa su Asian Currents.