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Via libera di Pechino,
l’Onu approva le sanzioni
più dure contro Pyongyang




La scorsa notte il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità l’ennesimo pacchetto di sanzioni contro la Corea del nord per punire i continui esperimenti atomici e missilistici effettuati da Pyongyang in violazione di risoluzioni della comunità internazionale.

 

 

Il restringimento dell’embargo voluto dagli Stati Uniti è stato approvato con il contributo determinante della Cina (uno dei cinque membri permanenti, con diritto di veto in seno al CdS), ma le punizioni varate ieri rappresentano un compromesso tra l’esigenza di Pechino (e di Mosca) di non far precipitare la crisi e quella dell’Amministrazione Trump di portare a casa qualche risultato nella delicata partita di Risiko col regime di Kim Jong-un.

 

 

Le misure a cui il Cds ha appena dato il via libera rappresentano comunque le più dure decise finora contro un Paese povero, isolato e, anche per effetto delle sanzioni, sempre più in balia di una leadership autoritaria, al potere per successione dinastica.


Le nuove misure prevedono soprattutto un’ulteriore restrizione della quantità di petrolio che la Corea del nord può importare e il bando delle esportazioni di prodotti tessili di Pyongyang.

L’agenzia ufficiale nordcoreana KCNA ha reagito affermando che Pyongyang “farà sì che gli Usa pagheranno il prezzo” per le sanzioni, i precedenti round delle quali non hanno prodotto alcun avanzamento negoziale né alcuna apertura da parte del regime.

 


La Corea del nord non potrà importare oltre 800.000 barili di petrolio a partire dal prossimo 1 ottobre fino alla fine del 2017 e non oltre 2 milioni di barili nel corso di tutto il 2018. A garantire l’applicazione di questa limitazione delle fonti energetiche dovrebbe essere la Cina, con la quale avviene oltre il 90% dell’interscambio nordcoreano e che ha centinaia di chilometri di frontiera comune con la Corea del nord.

 

Discorso simile per il tessile nordcoreano, che negli ultimi anni ha preso in subappalto una quantità crescente della produzione cinese di questo settore, originata sempre più spesso oltre frontiera, e reintrodotta in Cina per essere esportata con etichetta “Made in China”. Il divieto di importazione di prodotti e semilavorati tessili nordcoreani scatterà 90 giorni a decorrere dall’approvazione della risoluzione di ieri.


Inoltre, la risoluzione prende di mira quei guadagni dei nordcoreani all’estero che spediti in Patria “potrebbero essere impiegati per sostenere i programmi missilistici e nucleari proibiti della Repubblica popolare democratica di Corea”. Il testo approvato vieta infine ai paesi membri dell’Onu di dare permessi di lavoro a cittadini nordcoreani se non “per motivi di assistenza umanitaria, denuclearizzazione” e altri obiettivi legati alle risoluzioni su questi problemi.

 

 

Dunque un relativo annacquamento della bozza statunitense, che chiedeva il blocco totale delle esportazioni di petrolio verso Pyongyang e il blocco dei conti bancari e degli asset dei vertici del regime.

 

 

Nell’ennesimo segnale di quanto la fine del braccio di ferro Washington-Pyongyang potrebbe essere ancora lontana e dagli esiti non scontati, Nikki Haley, ha dichiarato che “il regime nordcoreano non ha ancora superato il punto di non ritorno”. La rappresentante Usa presso il CdS ha aggiunto che “se la Corea del nord continuerà lungo questa strada pericolosa, noi andremo avanti con ulteriori sanzioni. A loro la scelta”.

“La Cina non permetterà mai che la Penisola coreana finisca nella guerra e nel caos”, ha assicurato da parte sua il ministero degli Esteri di Pechino.



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