Asia

Le buone azioni di Zio Kim
piazzate da The Donald




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È una vera e propria corsa agli armamenti quella che si è scatenata in Giappone e Corea del sud (i due principali alleati degli Stati Uniti in Asia orientale) parallelamente agli ultimi esperimenti nucleari e missilistici del dittatore nordcoreano Kim Jong-un.


Giovedì 30 agosto, il giorno dopo il lancio da parte di Pyongyang del razzo “Hwasong-12” che ha sorvolato l’isola di Hokkaido, il ministro della difesa nipponico, Itsunori Onodera, ha presentato per il 2018 un bilancio monstre di oltre 48 miliardi di dollari. La lista della spesa – che dovrà passare al vaglio del parlamento – include tra l’altro vettori balistici, caccia invisibili F-35, convertiplani V-22 Osprey.

 

Il nazionalista Shinzo Abe aveva subito stigmatizzato il test nordcoreano come una “minaccia grave e senza precedenti”. Il 3 settembre, quando Pyongyang ha fatto esplodere nel sottosuolo una bomba H, il premier di Tokyo ha rilanciato l’allarme: “Lo sviluppo atomico e missilistico della Corea del nord rappresenta ora una minaccia nuova – più grave e imminente – contro la sicurezza nazionale del Giappone e mette seriamente in pericolo la pace e la sicurezza della regione”.
Toccherà al titolare della difesa Onodera (come altri componenti del governo affiliato a Nippon Kaigi, una potente lobby di nostalgici del militarismo dell’ex imperatore Hirohito che vuole liberare il Paese dai vincoli della costituzione pacifista postbellica) provare a far digerire all’opinione pubblica anche gli stanziamenti richiesti per sistemi militari d’attacco, vietati dalla legge fondamentale dello Stato.

 

Ma la strada è tracciata. Nel budget redatto da Onodera si legge che “in seguito al nuovo livello raggiunto dalla minaccia missilistica e nucleare nordcoreana, il ministero inizierà a dotarsi di nuovi strumenti”. Secondo i media locali, già il 17 agosto scorso Onodera ha discusso al Pentagono col suo omologo statunitense, James Mattis, del possibile schieramento in Giappone anche di uno scudo missilistico Lockheed Martin Aegis Ashore, un privilegio (dal costo di oltre 700 milioni di dollari) riservato finora solo ai fedelissimi della NATO Romania e Polonia (in quest’ultimo paese dovrebbe essere installato nel 2018).

 

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Sul fronte dei rapporti militari con i partner dell’estremo Oriente non si può dire che Donald Trump non si stia muovendo con una certa coerenza. Infatti, già durante la campagna elettorale, il futuro presidente suscitò sconcerto a Tokyo e a Seoul dichiarando che “sarebbe meglio che il Giappone si proteggesse da sé contro questo maniaco della Corea del nord” e che “ce la passeremmo meglio se la Corea del sud si difendesse da sola… devono farlo, altrimenti, che ci paghino”.

 

Detto fatto. La settimana scorsa, dopo una conversazione telefonica con Moon Jae-in, The Donald “ha dato la sua approvazione all’acquisto già pianificato da parte della Corea del sud di attrezzature militari statunitensi per miliardi di dollari”, si legge in una nota della Casa Bianca del 1 settembre scorso. Secondo i media di Seoul e Tokyo, Trump avrebbe espresso al suo omologo sudcoreano la volontà di vendergli sistemi di difesa per “svariati miliardi di dollari”. Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) rileva che, tra il 2010 e il 2016, gli Stati Uniti hanno fornito a Seoul armi per 5 miliardi di dollari.

 

Fonti della presidenza sudcoreana  citate dall’agenzia Reuters, aggiungono che la Casa Bianca ha dato a Moon anche l’ok alla revisione del trattato militare bilaterale che limita (a 800 chilometri) la gittata e a 500 chilogrammi (la carica) dei missili installati in Corea del sud.

Infine, il 4 settembre, il ministero della difesa sudcoreano ha annunciato che – oltre alle due già operative a Seongju – a sud del 38° parallelo saranno presto operative altre quattro batterie del sistema anti-missile THAAD, prodotto da Lockheed Martin.

E starebbero per fare rotta sulla Corea del sud anche i nuovi bombardieri F-35 fabbricati da Lockheed Martin, che hanno ormai effettuato 100.000 ore di collaudo in volo. Uno squadrone è già in Giappone. Il nuovo super jet statunitense avrà la sua rivincita combattendo in Corea, dopo le polemiche per i costi (80 milioni per unità) e presunti deficit di sicurezza?

 

 

 

La folle corsa alla guerra ingrassa soprattutto le grandi corporation statunitensi: più di tutte Lockheed Martin, ma in prima linea ci sono anche gli altri quattro giganti della difesa Usa: Boeing, Raytheon, General Dynamics e Northrop Grumman.

Secondo indiscrezioni riportate dalla Reuters del 18 giugno scorso, la multinazionale con sede in Maryland sta per finalizzare una commessa da oltre 37 miliardi di dollari con undici Stati per la fornitura di 440 F-35, che verrebbero consegnati in tre tranche, tra il 2018 e il 2020.

Gli Stati acquirenti sono: Giappone, Corea del sud, Australia, Stati Uniti, Italia, Israele, Gran Bretagna, Turchia, Danimarca, Olanda e Norvegia.

 

 

Intanto – mentre la tensione tra Washington e Pyongyang raggiunge l’acme – le azioni di Lockheed Martin in borsa procedono a gonfie vele. Da mesi ormai i titoli del principale fornitore del Pentagono chiudono a Wall Street al di sopra dei 300 dollari, con picchi di 305,75 il 14 agosto (dopo l’aumento della tensione per l’ultimo pacchetto di sanzioni contro Pyongyang), 306,32 il 29 agosto (quando il missile “Hwasong-12” ha sorvolato il Giappone). Dal giugno scorso Lockheed Martin guadagna mediamente al NYSE oltre il 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

 

 

Il settore della difesa ha contribuito con oltre 29 milioni di dollari alla campagna del 2016 che ha portato alla Casa Bianca Donald Trump. Secondo i dati della Commissione elettorale federale, Lockheed Martin è stata il finanziatore più generoso, con 3.635.333 dollari, il 57,9% dei quali sono andati al Partito Repubblicano.

L’11 luglio scorso, il senatore John McCain ha provato ad arginare l’invadenza di queste corporation nella politica dell’Amministrazione. “Ho detto che non voglio gente dalle cinque big – si è opposto il presidente del Comitato forze armate del Senato statunitense -. Ne abbiamo avuti già un paio, adesso basta”.

 

 

Il 21 giugno il candidato alla poltrona di vice capo del Pentagono, Patrick Shanahan (alla Boeing dal 1986), era stato bacchettato da McCain nel corso di un’audizione di conferma: “Non sono felicissimo che lei provenga da una delle cinque corporation alle quali va il 90% delle imposte versate dai contribuenti. Io devo assicurarmi che la volpe non venga rimessa nel pollaio”.

 

 

Ma nelle ultime settimane, sempre come papabile sottosegretario alla difesa, si parla insistentemente di John Rood, manco a farlo apposta vice presidente di Lockheed Martin.

 



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