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Corea del nord, Pechino:
serve soluzione pacifica
Trump: avanti anche da soli




 

La Cina invita gli Stati Uniti a cercare una soluzione pacifica alla crisi tra Washington e Pyongyang, mentre la portaerei “USS Carl Vinson”, alla guida di una pattuglia di navi da guerra Usa, si sta avvicinando alla penisola coreana.

Xi Jinping e Donald Trump, hanno avuto oggi una conversazione telefonica durante la quale il presidente cinese – riferisce Xinhua – ha sottolineato che “la Cina è impegnata a perseguire l’obiettivo della denuclearizzazione della Penisola, salvaguardandone la pace e la stabilità, e invita a risolvere i problemi attraverso mezzi pacifici”. Pechino – prosegue la trascrizione della telefonata pubblicata dall’agenzia di stampa governativa – “vuole mantenere una stretta comunicazione e coordinamento con gli Stati Uniti” sulla questione. Acqua sul fuoco dunque, nel tentativo di fermare una pericolosa escalation, per il momento verbale.
La presa di posizione ufficiale di Pechino fa seguito alle minacce lanciate via Twitter dall’inquilino della Casa Bianca, che ieri aveva scritto: “Ho spiegato al presidente cinese che potrebbero avere con gli Usa un accordo commerciale molto migliore se risolvessero il problema nord-coreano”. E, ancora: “La Corea del nord sta cercando problemi. Se la Cina decide di dare una mano, benissimo. Altrimenti risolveremo il problema senza di loro! U.S.A.”.


E mentre autorevoli commentatori dei media nostrani (gli stessi che avevano scommesso sulla vittoria di Hillary Clinton alle ultime presidenziali Usa) si affannano ad analizzare il gioco di Trump, che starebbe “bluffando” solo per costringere Pechino a “fare di più” per fermare il programma nucleare del leader coreano Kim Jong-un, il capo di gabinetto del governo Abe, Yoshihide Suga, ha avvisato i giapponesi residenti in Corea del sud a tenersi pronti per una possibile evacuazione, non potendo escludere il ricorso all’uso della forza da parte di Trump.

Nessun ordine né allerta di evacuazione dalla Corea del sud (probabile obiettivo di Pyongyang come rappresagli a un eventuale attacco Usa) risulta però da parte di Washington che a sud del 38° Parallelo ha migliaia di residenti, oltre a 30 soldati.

 

La telefonata di oggi tra Xi e Trump fa seguito all’incontro tra i due lo scorso fine settimana a Mar-a Lago, al termine del quale entrambe le delegazioni avevano ammesso che sulla questione nord-coreana restano profonde differenze.

In Florida il presidente Usa aveva informato il suo omologo cinese dell’attacco contro la Siria quattro ore dopo averlo ordinato. Oggi Xi Jinping ha parlato di Siria, marcando le distanze dalle dal raid missilistico unilaterale dell’amministrazione repubblicana contro la base di Shayrat: “Qualsiasi uso di armi chimiche è inaccettabile – ha affermato il presidente cinese -. Ma dovremmo puntare a risolvere il problema con strumenti politici. Preservare l’unità del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è molto importante per risolvere la questione siriana e spero che il Consiglio parlerà con una voce unica”.

 

Nel momento in cui le pressioni Usa aumentano, la questione ora è cosa può davvero fare la Cina per bloccare i nuovi test missilistici e atomici che Pyongyang potrebbe condurre questo fine settimana, quando ricorrerà il 105° anniversario della nascita del fondatore della patria Kim Il-sung e la “USS Carl Vinson” avrà raggiunto la Penisola.

 

La Cina ha appena sospeso l’acquisto di carbone da Pyongyang, ma certamente non può permettersi di portare le sue pressioni economiche fino a mettere in ginocchio il regime di Kim.

 

Qualsiasi ipotesi di denuclearizzazione a Pyongyang non può prescindere da un accordo con Pechino. Anche se Xi Jinping è talmente irritato dalle mosse spericolate di Kim da non averlo mai incontrato, i due paesi condividono un confine, lungo il fiume Yalu, sono alleati, e hanno combattuto fianco a fianco nella Guerra di Corea (1950-1953) contro i sudcoreani e gli Stati Uniti accorsi in loro sostegno. Una destabilizzazione o, peggio, un collasso del regno di Kim potrebbe aprire la strada a una riunificazione della penisola coreana sotto egida statunitense, un vero e proprio incubo strategico per Pechino, che si troverebbe di nuovo i marine al confine, 65 anni dopo la firma dell’armistizio di Panmunjeom.

Non solo, ma un attacco alla Corea del nord implicherebbe con ogni probabilità una risposta militare di quest’ultima, che può colpire con facilità – anche con armi nucleari – i nemici del sud, e forse anche il Giappone. Insomma un scenario di guerra vera, almeno regionale.

 

 

Nelle scorse settimane era stato il segretario di Stato Usa, Rexxon Mobil Tillerson, a decretare la fine della politica della “pazienza strategica”, quella che sotto Obama scommetteva sul dialogo nell’ambito di colloqui a sei (Stati Uniti, Corea del nord, Corea del sud, Cina, Giappone e Russia) interrottisi però nel lontano 2011. Poi l’intervista di Trump al Financial Times, nella quale The Donald ha tuonato che “se la Cina non troverà una soluzione per la Corea del nord, lo faremo noi”. Infine, dopo l’ultimo lancio di missili nordcoreani nel mar del Giappone (mercoledì della scorsa settimana, alla vigilia del faccia a faccia Trump-Xi a Mar-a-Lago) sempre Tillerson aveva dichiarato che “abbiamo già parlato abbastanza di Corea del nord, non abbiamo ulteriori commenti”.
Qualche settimana fa, Washington aveva iniziato a proteggere ulteriormente la Corea del sud, spedendo a Seul la prima batteria di THAAD, un sistema anti-missili di ultima generazione il cui dispiegamento ha fatto infuriare Pechino, perché i suoi radar avrebbero il potere di penetrare nello spazio aereo cinese.

 

 



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