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Confucio, non solo caratteri e aquiloni




 Alessandra Lavagnino rivendica l’assoluta indipendenza della Università degli Studi di Milano, dove è professore ordinario di Lingua e cultura cinese, rispetto all’Istituto Confucio del capoluogo lombardo, che dirige, e, nello stesso tempo, valorizza le iniziative di proficua collaborazione tra le due istituzioni. Un esempio? Grazie alla presenza dei Confucio negli atenei è possibile favorire il contatto degli studiosi cinesi con la comunità accademica internazionale dalla quale – per motivi ideologici o di chiusura – per anni erano rimasti isolati. “Bisogna discutere anche delle questioni più scottanti – sostiene Lavagnino – ma il nostro compito è dar vita a dibattiti articolati, non quello di dare spazio alle opposte tifoserie (Viva la Cina, Abbasso la Cina)”. E ancora, attraverso la parabola degli Istituti, è possibile leggere lo sviluppo della proiezione globale di un Paese che all’estero si propone investendo in scambi culturali e mezzi di comunicazione di massa, non certo in censura

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È fondamentalmente interdisciplinare e intersettoriale, il dibattito sugli Istituti Confucio che abbiamo incoraggiato come Cinaforum, e si sta arricchendo di contributi provenienti da accademici e studiosi con background, esperienze, bagagli di conoscenza e prospettive diversi. Il primo Direttore di un Istituto Confucio italiano a intervenire è Alessandra Lavagnino, professore ordinario di Lingua e cultura cinese e Direttore dell’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano (fondato nel novembre 2009). Alessandra Lavagnino ha trascorso molti anni in Cina per studio e per lavoro, insegnando presso numerosi atenei e istituzioni cinesi, e per 4 anni (dal 1994 al 1998) è stata Consigliere per la stampa presso l’Ambasciata d’Italia a Pechino. È membro dell’AISC (Associazione Italiana Studi Cinesi), e fa parte del Comitato scientifico della rivista Mondo cinese. È accademico fondatore e membro del Consiglio direttivo della Classe di studi sull’Estremo Oriente dell’Accademia Ambrosiana, nonché Direttore del CARC (Contemporary Asia Research Centre) dell’Università degli Studi di Milano.
Ha tradotto e curato numerosi testi di letteratura cinese antica, moderna e contemporanea, ed è autrice di volumi, saggi e articoli sulla cultura cinese.

 

In attesa della prima domanda, la Professoressa Lavagnino riprende l’intervista a Joseph Bosco pubblicata su cinaforum.net

La gestione degli Istituti Confucio (IC) è abbastanza diversificata, non credo che esista un unico modello. Il professor Bosco sostiene che “gli IC sono gestiti da Hanban”, ma questo – almeno per quanto riguarda l’IC dell’Università Statale di Milano – non è vero. Per quanto riguarda l’organizzazione delle nostre attività, il nostro modo di procedere è assai chiaro: insieme ai i miei collaboratori elaboriamo alcuni progetti, che possono riguardare l’attivazione di un corso, di un’attività, di un’iniziativa… poi ne discutiamo con il condirettore cinese, il progetto viene approvato da tutti noi e successivamente entra nel nostro budget di previsione che viene poi proposto al finanziamento di Hanban L’intera gestione pratica è dell’università, ovvero segue le medesime procedure amministrative in vigore presso l’Università e, vi assicuro, è una gestione molto trasparente. Quindi Hanban ogni anno, sulla base di un budget che noi presentiamo, invia una somma per i progetti che vuole finanziare. E alla fine il budget consuntivo delle spese effettuate non lo firma Hanban, lo firmo io, in quanto Direttore, e lo firma poi il Rettore di Unimi che presiede il Board del nostro IC. La sostanza è che siamo noi a decidere cosa si fa all’interno dell’IC dell’Università degli Studi di Milano: ogni anno andiamo a caccia di progetti da proporre e da realizzare, pensiamo a nuove proposte, ospiti da invitare, convegni, pubblicazioni…
Tengo anche a specificare che il progetto didattico curricolare dell’Università degli Studi di Milano – il corso triennale e biennale di Lingua e cultura cinese attivato presso la Facoltà di Mediazione Linguistica – non ha niente a che fare con l’IC. Nel quinquennio del nostro Corso di studi – che ha una storia e un’esperienza ben più lunga dell’IC – i temi, i materiali didattici, i docenti, gli esami, le attività, le iniziative e gli eventi non hanno niente a che vedere con l’Istituto Confucio, al 100%. Io non sono al corrente di cosa avvenga negli IC degli altri Atenei. Ovviamente abbiamo alcune caratteristiche in comune, però ciascuno adotta il suo sistema.
Per quanto riguarda i corsi di lingua e cultura cinese del nostro IC, che ripeto sono altri rispetto alla didattica curricolare dell’Università, abbiamo costituito una sezione didattica che organizza una serie di corsi per la popolazione e per gli studenti che vogliono frequentarli. IC tiene corsi serali per la popolazione, corsi per i bambini, corsi dedicati, ad esempio alla Prefettura, in Comune, allo IED… Ma questa non è Università, è IC.
Il curriculum in cui rientra lo studio della lingua e della cultura cinese nella Facoltà di Mediazione Linguistica e Culturale ha un taglio professionalizzante che nulla ha a che vedere con il Confucio, lo ribadisco. Se ci sono poi studenti Unimi che vogliono venire a fare i corsi di calligrafia al Confucio, bene, ma non rientra nel loro percorso didattico ufficiale. Vogliono fare il corso di preparazione all’’Esame di Proficiency (HSK)? Bene, ma non rientra nel loro percorso didattico ufficiale. I materiali didattici adottati nella nostra Università non sono materiali cinesi, sono i nostri, siamo noi docenti di Lingua e di cultura cinese a selezionare e a scegliere come impostare la didattica e quali testi adottare. Naturalmente, con IC organizziamo moltissime attività alle quali anche i nostri studenti universitari sono invitati a partecipare, se vogliono: conferenze, seminari… e l’IC è utilissimo per valorizzare una serie di progetti didattici e di ricerca che siamo noi a decidere. Ma soprattutto: abbiamo una lunga e ricca esperienza nella didattica del cinese ad italiani. Non abbiamo bisogno che altri ci dicano, o ci impongano come si insegna il cinese! Per dirla in termini chiari: non è Hanban che impone e dirige la nostra struttura didattica! E vorrei aggiungere che, per quanto riguarda la didattica universitaria ufficiale in Università, ritengo che il compito di sostenere e potenziare il finanziamento per i corsi curricolari come il Cinese, ormai sempre più richiesto a tutti i livelli, tocchi in prima persona alle nostre strutture, alle Università, al Ministero dell’Istruzione italiano, non ad altri. L’IC è, e deve rimanere, un’altra storia.

 

Bosco si riferisce alle università americane…

Certo, capisco e ne prendo atto. Ma mi sembra che questi casi costituiscano la prova di quanto il ‘monolite’ Cina sia oggi assai più sfaccettato, e la buona riuscita dei progetti dipenda in grandissima parte dalle persone che li mettono in atto, dalla loro esperienza, dalla loro capacità di dialogare e di comprendere, e anche di conoscere le realtà nelle quali lavorano e con le quali si confrontano. Vorrei fare un esempio: quando sono andata per la prima volta a insegnare italiano in Cina era il 1974, ed io in quanto Esperto straniero – primo lettore di scambio all’Università di Lingue Estere di Shanghai – ricevevo lo stipendio dai cinesi, ero sottoposta ai loro programmi, e dovevo contrattare con il Comitato rivoluzionario del Dipartimento ogni più piccolo particolare. I testi didattici per l’insegnamento dell’italiano erano, ovviamente, cinesi: la lezione numero 1 era intitolata: “Geografia dell’Albania”, perché l’Italia era un “paese capitalista” e non si poteva neanche nominare, e quindi nei libri di testo studiavamo i termini specifici della geografia applicati all’Albania… e lì io potevo intervenire ben poco, perché dipendevo completamente da loro, e in quel periodo non esisteva possibilità alcuna di mediazione. Ecco. Mi sembra che oggi fortunatamente la situazione in Cina sia assai diversa, e che nel mondo accademico esistano davvero molti margini per ragionare e riflettere su metodologie e contenuti. Ma soprattutto: in Italia non funziona così e l’Università degli Studi di Milano non dipende da Pechino. In nulla.

 

Come avviene la selezione degli insegnanti e del materiale didattico degli Istituti?

Gli insegnanti italiani del nostro IC li scegliamo noi, mentre Hanban, attraverso il Direttore cinese, propone i docenti cinesi. Per esempio, dalla nostra Università partner nel progetto IC (Liaoning Normal University di Dalian) arrivano periodicamente giovani docenti volontari (zhiyuanzhi 志愿者), che sono retribuiti da Hanban, ma il responsabile didattico dei corsi che si tengono al Confucio è un italiano, non è un cinese (anche perché non sono tanti i cinesi che conoscono l’italiano così bene da poter intervenire nella progettazione e nei contenuti dei corsi). Ripeto: non accettiamo ‘pacchetti’ preconfezionati che vengono da fuori, ma siamo pronti a un serio confronto per individuare le migliori pratiche e le metodologie più efficaci. E anche in questo delicato settore, come nella realizzazione di ogni progetto collegiale, molto dipende dalle persone con le quali si ha a che fare, perché si può trovare il cinese con i paraocchi – come c’è l’italiano con i paraocchi – c’è il cinese rigido e c’è il cinese aperto, che è felice di sperimentare nuove metodologie e di confrontarsi…. Questa è una cosa da sottolineare: molto dipende dagli interlocutori. Personalmente non ritengo pericoloso per la mia libertà accademica avere un IC nella mia università, purché la gestione continui ad essere effettuata in maniera professionale e trasparente, come ritengo sia avvenuto in questi cinque anni. E vorrei aggiungere che trovo assai intelligente il progetto di mettere gli IC dentro le università, perché mi sembra un buon modo per innalzare il livello qualitativo della diffusione della lingua cinese, grazie al confronto concreto con le più avanzate metodologie internazionali.

 

Bosco però sostiene anche che – soprattutto in seguito alle ultime polemiche, critiche, notizie di chiusure, etc. – sarebbe utile che gli IC proponessero dibattiti su temi scottanti, in modo da dimostrare che la Cina non ha paura di sostenere i propri valori.

Noi questi temi li proponiamo e li abbiamo proposti. La settimana scorsa ho invitato Wang Gang, autore di English, uno scrittore molto interessante. È venuto da noi Yan Lianke (autore di Servire il popolo). È venuto anche Mo Yan, ben prima che vincesse il Nobel, e ricordo che alcuni colleghi di Hanban, all’epoca, avevano espresso qualche perplessità, del tipo, “ma che lo inviti a fare?”…

 

Quindi lei è d’accordo sul fatto di proporre dibatti anche su quelle che Bosco chiama le tre T: Taiwan, Tibet e Tiananmen…

A me piacerebbe ci fosse qualcuno che propone un bel progetto su uno di questi temi: saremmo felicissimi di ospitare questo tipo di interventi. Noi siamo un’università, non facciamo propaganda, e come università il nostro impegno è quello di invitare persone che affrontino ogni tematica in maniera articolata e critica. Ad esempio: io non sono una tibetologa e non posso parlare di Tibet, ma sono prontissima a ospitare un qualunque intervento di esperti. Non c’è alcun tipo di pregiudizio, basta che sia una proposta articolata. Perché a un certo punto non vorrei neanche che venga soltanto X a dirmi “Ah quanto sono cattivi i cinesi”, oppure Y a dire “Ah come sono bravi i cinesi!”. Il ruolo dell’università è quello di sviluppare un dibattito critico. E in questi ultimi anni, anche grazie all’IC, abbiamo potuto realizzare moltissime iniziative importanti, cito ad esempio l’importante Convegno internazionale “Lacan e la Cina”, e la psicanalisi in Cina, come sappiamo, è un tema abbastanza sensibile…

 

Recentemente ha accenato al fatto che gli IC, secondo lei, sono il primo esperimento dei cinesi per affacciarsi al mondo, per uscire fuori con la loro cultura…

Fin dall’inizio, quando anni fa sentii parlare – dalla Cina – di questo grande progetto, pensai che fosse qualcosa di molto intelligente e coraggioso: significava da parte della Cina voler finalmente entrare in collegamento diretto con quella “sinologia” internazionale della quale i cinesi della Rpc non avevano mai fatto parte, salvo poche eccezioni. Chi conosce la Cina lo sa bene: la ricerca sinologica in Cina era fino ad epoca recente isolata dal resto della comunità scientifica internazionale, aveva subito il forte colpo della Rivoluzione Culturale e, oltre alle ben note pregiudiziali ideologiche, non erano molti gli investimenti interni per tali ricerche, e soprattutto mancava un condivisione con la comunità internazionale. Difficili i viaggi, lo scambio di pubblicazioni, gli aggiornamenti reciproci.
A questo proposito mi viene in mente un esempio che mi riguarda: nel 2012 in occasione della Conferenza della European Association of Chinese Studies che si teneva a Parigi, ero stata invitata a partecipare ad un Panel internazionale sul Wen xin diao long, un antico testo cinese del quale mi ero occupata per molti anni in passato. Contemporaneamente ricevevo dalla Sede centrale di Hanban l’invito ad andare a Pechino, proprio nel medesimo periodo, per un’altra Conferenza di argomento sinologico. Il fatto che Hanban non fosse, evidentemente, a conoscenza della importante scadenza accademica in ambito sinologico europeo dimostra quanto tenue sia il legame tra delle realtà che secondo me dovrebbero conoscersi meglio ed essere in reciproca comunicazione.

Penso perciò che il progetto IC possa davvero costituire una buona piattaforma, se intelligentemente costruita, per mettere in positivo contatto queste realtà. Ecco, il rapporto con la comunità accademica internazionale, con la quale molti studiosi e giovani cinesi non sono mai stati in contatto, per motivi ideologici, o per motivi di chiusura, è molto importante: quando i nostri colleghi cinesi che vengono a collaborare con noi nell’IC arrivano in Università trovano nel confronto con i colleghi italiani nuovi stimoli e nuovi interessi di ricerca: io li vedo un anno dopo l’altro fiorire, diventano sempre più attivi anche nel migliorare il loro italiano, si incuriosiscono e approfondiscono tematiche nuove, frequentano le nostre biblioteche, hanno accesso a testi, fonti, repertori introvabili in Cina… Imparare, per esempio, a scrivere un articolo accademico, a citare correttamente una fonte: sembra una cosa pedante, però significa acquisire un approccio critico allo studio disciplinare che non fa parte della tradizione culturale cinese.

 

Come interpreta l’imminente chiusura dell’IC di Stoccolma?

Non ho informazioni dirette: possono esserci stati problemi con funzionari cinesi un po’ rigidi, o ingenuità da parte della controparte straniera. Penso che per gestire un IC ci voglia da parte nostra una solidità che viene anche dall’esperienza: bisogna conoscere la Cina, conoscere il cinese, e sapere che quando i cinesi dicono una cosa spesso ne vogliono dire un’altra, e questo non ha niente a che vedere con il fatto che “sono comunisti!”, è una differenza culturale. E i fraintendimenti di tipo culturale sono spesso all’origine di molte polemiche… e poi ci sono anche dei problemi di “faccia” (mianzi 面子, la “rispettabilità” per i cinesi, ndr).

 

Come valuta il contributo degli IC allo sviluppo degli studi sinologici in Italia?

Da parte di Hanban è chiara l’aspirazione a innalzare il livello e la qualità degli insegnamenti: non solo aquiloni e calligrafia! Per il momento comunque si investe molto sulla diffusione della lingua e della cultura cinese di base, e funziona, ma la ricerca sinologica è un’altra cosa. Recentemente stanno cominciando a lanciare una serie di progetti per finanziare dottorati in Cina, borse di studio, periodi di studio e perfezionamento più mirati. E per i nostri studenti è molto utile andare in Cina per raccogliere materiale, fare indagini, inchieste, etc., poi però è importante studiare nelle grandi biblioteche internazionali che sono patrimoni di sapere critico.
Comunque l’IC non si occupa di fornire una formazione sinologica ad alto livello; quello che offrono agli studenti è la possibilità di andare in Cina a formarsi, di vedere le cose di persona. Per me il contributo allo studio sulla Cina contemporanea interessante e importante c’è non perché Hanban finanzia l’insegnamento del cinese, ma perché i ragazzi che ora stanno studiando il cinese, acquisendo una conoscenza più profonda e diretta di questa realtà, cresceranno con una visione della Cina meno superficiale e banale di quella che hanno le altre generazioni. Non mi pare che il ruolo e il fine di Hanban sia quello di voler direttamente indirizzare l’opinione pubblica su alcuni temi, mi sembrerebbe grossolano e anche banale, tutto sommato.

 

Com’è la situazione in Europa?

In Europa ci sono degli esperimenti belli e coraggiosi di approfondimenti di tematiche specifiche, che sono stati messi in atto presso prestigiose istituzioni universitarie. Alla London School of Economics c’è il Confucius Institute for Business diretto da Nick Byrne, a Copenhagen c’è l’IC musicale al Conservatorio, sempre a Londra c’è il Confucius Institute for Traditional Medicine, con il quale l’IC e la nostra Facoltà di Medicina ha collaborato per una bella mostra didattica sull’antica tradizione medica cinese.
Vorrei concludere dicendo che la Cina sì, è oggi molto più sicura, più assertiva di prima, basta vedere come si propone nei diversi tavoli internazionali. Ma, francamente, nel quadro dello sviluppo di una nuova public diplomacy (cfr. il più recente intervento da Bruxelles apparso su Cinaforum) mi sembra che Hanban stia investendo, massicciamente, per costruire una piattaforma solida e durevole basata proprio sull’insegnamento e sugli scambi accademici e non tanto in grossolane operazioni di controllo censorio che risulterebbero tutto sommato controproducenti. Mi sembra più strategico oggi, per capire quello che sta succedendo, approfondire e analizzare come e quanto Pechino stia investendo a livello di sviluppo mediatico sul piano internazionale per proporre la propria visione del mondo (reti Tv in inglese, stampa, new media ecc.) …

Ah, ecco cosa abbiamo fatto, poco dopo la inaugurazione del nostro IC, con i fondi di Hanban: abbiamo pubblicato un volumetto che si intitola Confucio re senza corona (Milano, ObarraO, 2011), il risultato di una serie di conferenze che abbiamo tenuto a Milano, e nel quale abbiamo raccolto anche due bei testi di Lu Xun su Confucio, nella preziosa traduzione di Edoarda Masi. Anche questo è stato finanziato da Confucio.

 

 

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