Internazionale

“I Confucio come le corporation Usa, influenzano didattica e ricerca”




confucius in tokyo, tim arai

 

Finora il dibattito di cinaforum.net sul ruolo degli Istituti Confucio è stato animato da interventi di storici della Cina, direttori di Istituti e docenti di lingua. A questo punto vi proponiamo la prospettiva dell’antropologo Joseph Bosco, professore associato presso il Dipartimento di Antropologia della Chinese University of Hong Kong, con interessi di ricerca che spaziano dall’antropologia economica, alla religione a Taiwan e nella Cina meridionale. La sua ultima pubblicazione è “The Problem of Greed in Economic Anthropology: Sumptuary Laws and New Consumerism in China”, Economic Anthropology, 1:167-185 (2014). Joseph Bosco, il cui nome cinese è Lin Zhou 林舟, parla anche italiano (i suoi genitori erano professori d’italiano negli Stati Uniti, e ha frequentato la seconda media a Roma… ci informa), e ha accettato con piacere l’intervista su un tema
che gli sta particolarmente a cuore.

 

Professor Bosco, gli Istituti Confucio, a differenza dei British Institute e dei Goethe, sono collocati all’interno delle università italiane ed europee, e con queste collaborano nell’erogare finanziamenti e nell’organizzazione congiunta di eventi e attività culturali. La presenza degli IC nelle università rappresenta un problema per la libertà accademica? Ci sono prove di interferenze con le attività didattiche?

Gli Istituti Confucio (IC) costituiscono un problema per la libertà accademica, poiché le decisioni sulle assunzioni e sulla sponsorizzazione di eventi vengono prese al di fuori delle università. Anche il British Institute, il Goethe Institut, l’Alliance Française e la Società Dante Alighieri ricevono finanziamenti governativi, fanno corsi di lingua e sponsorizzano eventi, ma agiscono sotto la propria responsabilità e con il proprio nome, e non dentro un campus universitario. Gli IC sono gestiti dallo Hanban, organizzazione diretta da funzionari governativi di alto grado. Ci sono stati casi di interferenza politica palese nelle attività universitarie, come quando il Direttore dell’IC della North Carolina State University ha avvertito i colleghi che i finanziamenti erogati per l’IC sarebbero stati in pericolo, se l’Università non avesse impedito al Dalai Lama di parlare nel campus. È anche stato provato che gli IC assumono insegnanti di lingua che seguono la linea politica di Pechino su questioni delicate come il Quattro Giugno e la Falun Gong. La possibilità di assumere o licenziare i docenti in base a criteri accademici, e non politici, è fondamentale per la libertà accademica all’interno delle università.

 

I primi segnali di tensioni tra le autorità accademiche e gli istituti Confucio si sono manifestati negli Stati Uniti e in Canada (Chicago, Pennsylvania e Toronto), con la chiusura di alcuni Istituti. Qual è stata l’origine del problema negli USA?

Le prime tensioni sono emerse recentemente negli Stati Uniti dopo che l’antropologo Marshall Sahlins, il 18 novembre del 2013, aveva scritto un articolo, che è stato molto letto, su The Nation. Si tratta di uno scritto sugli IC dal taglio molto critico. Una parte di studiosi ed esperti di Cina vedevano già con un certo disagio l’espansione degli IC nelle università americane, alcuni avevano già manifestato il loro scetticismo, ma nessuno si era ancora espresso con un approccio critico così chiaro e tagliente. Altri invece valutavano la presenza degli IC per quei fondi che venivano offerti per la promozione degli studi sulla Cina, di cui le università hanno un disperato bisogno. Sahlins, che non è un esperto di Cina ed è in pensione, ha parlato come il bambino della storia “Gli abiti nuovi dell’imperatore” (di Hans Christian Andersen, da cui la famosa espressione “Il re è nudo!” ndt), sostenendo che la realtà era che l’Università di Chicago stava scendendo a compromessi sui suoi principi accademici. Una volta che la questione è stata sollevata e che sempre più persone hanno cominciato a parlarne, chi gestisce le università ha cominciato a rendersi conto che la posizione degli IC nelle istituzioni universitarie è problematica, così è emersa una serie di preoccupazioni, e abbiamo assistito a un crescendo di proteste.

Sono dell’idea che l’espansione degli IC sia stata possibile solo grazie al neoliberismo che si è diffuso negli ultimi trent’anni. Le corporation stanno finanziando sempre di più la ricerca all’interno delle università, persino quelle ricerche che sono di proprietà dell’università e rimangono confidenziali. Negli Stati Uniti, i miliardari della destra e gli ultra liberisti finanziano le cattedre con l’accordo che il professore insegni adottando una certa prospettiva, e le università accettano questi fondi perché il sempre più magro supporto statale le rende meno caute rispetto al passato. Gli IC rientrano appieno in questo contesto di “donazioni ideologiche”.

Naturalmente molti sponsor vogliono imporre le loro condizioni su come i fondi donati verranno usati. A volte tali condizioni sono ragionevoli. Per esempio, non è un problema se uno sponsor vuole sostenere lo studio della Corea, del Giappone o delle religioni cinesi, fino a quando l’università ha il controllo delle assunzioni e di come vengono spesi i fondi (anche in casi di questo tipo, in realtà, ci sono state perplessità: per esempio quando la Sasakawa Foundation ha stanziato dei fondi per studi sul Giappone, alcuni hanno sostenuto che quei soldi fossero sporchi di sangue perché lo sponsor era stato etichettato come un criminale di guerra dopo la Seconda guerra mondiale). La Chiang Ching-kuo Foundation di Taiwan si è guadagnata una buona reputazione come fondazione accademica che sostiene gli studi sulla Cina e su Taiwan, e non interferisce nella ricerca, anche se è taiwanese. La maggior parte delle università non accetterebbe mai sponsorizzazioni vincolanti per le assunzioni, o che implichino l’adozione di un certo approccio nello studio e nella ricerca su una data tematica. Negli IC le assunzioni vengono gestite dall’Istituto stesso. Non conosco altre situazioni in cui le università permettano a un governo straniero di assumere docenti e responsabili che lavoreranno nel loro campus, se non per brevi programmi di scambio come il Fulbright Program.

Nelle università americane ci sono altri programmi finanziati da governi, per esempio quelli a supporto degli studi su Corea e Giappone. Ma in tutti questi casi, i sussidi e le sovvenzioni vengono dati in gestione agli organi delle università, che li distribuiscono come borse di studio, salari dei docenti o per l’acquisto di libri per la biblioteca. Tutte queste attività sono controllate dalle università, e mentre alcuni si preoccupano che i destinatari dei fondi potrebbero comunque fare attenzione – quando organizzano eventi e quando insegnano – a trattare certi argomenti, per evitare di offendere lo sponsor e mettere a repentaglio future possibilità di finanziamento, il controllo del finanziatore è comunque indiretto. Nel caso degli IC, i docenti e i responsabili amministrativi vengono selezionati e formati dalla Cina per promuovere gli interessi statali cinesi. È ironico il fatto che questa situazione vada in fin dei conti a minare l’efficacia degli IC, poiché gli studenti americani prendono consapevolezza dell’autoritarismo cinese quando tematiche delicate quali le “tre T” (Taiwan, Tibet e Tiananmen) non possono essere affrontate in classe in quanto argomenti tabù.

 

L’Istituto Confucio di Stoccolma, il primo aperto in Europa nel 2005, verrà chiuso nel giugno prossimo. Le motivazioni di questa decisione delle autorità accademiche svedesi non sono chiare, poiché si continua a dichiarare che “sono stati dieci anni di proficua e positiva collaborazione”. Lo scorso luglio c’è stato un episodio di censura al Convegno biennale della European Association of Chinese Studies, ma questa non sembra essere una motivazione sufficiente da portare alla chiusura dell’Istituto di Stoccolma. Perché questa chiusura improvvisa ora, dopo dieci anni di attività?

L’incidente portoghese è un fatto molto eloquente. Dal punto di vista dello Hanban, lo status di Taiwan è una questione interna cinese, e gli stranieri non dovrebbero neanche azzardarsi a chiedere informazioni sul tema (si veda l’intervista della Bbc alla Direttrice esecutiva dello Hanban Xu Lin, pubblicata il 22 dicembre scorso). Lo staff dello Hanban ha stracciato quattro pagine del programma perché in esso vi era menzionata una organizzazione taiwanese non gradita, anche se anch’essa era uno sponsor del convegno. Prendere l’opuscolo del programma e stracciare di propria iniziativa le pagine dove si trova qualcosa su cui non si è d’accordo è un esempio plateale di interferenza accademica. Può sembrare una questione di minore importanza, ma sono proprio queste le circostanze, apparentemente marginali, a cui gli studiosi devono fare più attenzione.

Nel momento in cui i funzionari cinesi vedono le “tre T” come argomenti su cui non è legittimo discutere, e considerano le domande su questi temi come tentativi di dare un taglio politico al dibattito, ci troviamo di fronte a due prospettive, a due concezioni di “politica” e di “democrazia” – quella cinese e quella occidentale – molto diverse. Questi problemi semplicemente non esisterebbero se lo Hanban gestisse i suoi programmi al di fuori dei campus universitari: potrebbero insegnare ciò che vogliono, invitare chi desiderano ed escludere chiunque non sia loro gradito. Se questo problema esiste è solo perché lo Hanban cerca di influenzare i programmi didattici e i dibattiti che avvengono all’interno dei campus stranieri. L’ironia sta nel fatto che, sostenendo che le “tre T” sono questioni interne cinesi, in cui gli stranieri non dovrebbero immischiarsi – nemmeno se si trovano nei loro rispettivi paesi – la Cina dà prova di voler cominciare a esercitare la propria autorità fuori dal suo territorio, considerando queste questioni come domestiche anche se se ne discute in università oltre confine.

 

Gli ultimi eventi che hanno coinvolto gli IC ci portano a riflettere sulla natura del soft power cinese. Come è concepito e perché sembra non essere così efficace come quello statunitense?

I governi autoritari non sono molto bravi a presentare una immagine positiva di se stessi. I funzionari di basso grado spesso si preoccupano più di dare supporto alla linea dello Stato e di compiacere i propri superiori, che di prestare attenzione al pubblico straniero. La Cina è cambiata molto negli ultimi 30 anni; chi ha passato molto tempo in Cina, capisce meglio la complessità di questo paese. Per queste persone è facile comprendere che c’è uno spazio crescente per l’individualismo e la libertà personale, ma è uno spazio che esiste insieme alla deprimente repressione dei dissidenti. Abbiamo avuto modo di osservare una rapida crescita del benessere per milioni di persone, sebbene questa crescita abbia generato l’aumento di una ricchezza oscena e, per molti altri, della povertà. Più si conosce della Cina, e meglio si riescono a comprendere i successi e le sfide che questo paese ha di fronte. I tentativi dello Stato di imporre un’immagine del paese come se fosse un paradiso (i testi delle scuole superiori si intitolano letteralmente “Il paradiso cinese”) si ritorceranno contro lo stesso Stato, così come è stato dimostrato dalla recente ricerca sugli IC in America: Hubbert, J. (2014). “Ambiguous States: Confucius Institutes and Chinese Soft Power in the U.S. Classroom.” PoLAR: Political and Legal Anthropology Review 37(2): 329-349.

 

Torniamo un attimo all’argomento di partenza. Per quale motivo gli Istituti Confucio si appoggiano alle università locali? Forse per una forma si rispetto e riconoscimento dell’autorità delle università del posto, o per tentare di influire sulle attività accademiche?

Penso sia chiaro che la loro speranza è di poter trarre beneficio dal rispetto di cui godono istituzioni accademiche consolidate. Infatti lo Hanban predilige le università d’élite rispetto a quelle marginali, importanti solo a livello regionale. Questo non si può biasimare: la colpa ricade interamente sulle università straniere che non sono riuscite a proteggere meglio la loro reputazione e le loro istituzioni.

 

Secondo lei, gli Istituti Confucio possono essere, così come dichiarano, dei ponti tra culture?

Sicuramente sì. Prima però devono rinunciare a voler gestire i loro programmi all’interno delle università. Gli IC dovrebbero essere indipendenti, in modo che tutti siano consapevoli dei loro scopi. Oppure, ancora meglio sarebbe se potessero attivare dei programmi accademici che includano dei dibatti su questioni imbarazzanti e controverse, e che mostrino la posizione cinese, e che la Cina non ha paura di difendere i suoi valori e i suoi ideali (per esempio l’unità nazionale, il divieto di professare credi religiosi al di fuori delle religioni patriottiche, etc.). È però ingenuo aspettarsi tutto questo da un paese autoritario. Io penso che qualsiasi modello di “soft power” possa funzionare veramente solo nelle democrazie (considerando il concetto di democrazia come abbastanza ampio, ma è comunque qualcosa che alla Cina ancora manca).

I ponti necessitano di forti teste di ponte ad entrambe le estremità. La Cina non permetterebbe ai “Benjamin Franklin Institutes” (se vogliamo considerare il popolare filosofo americano come il rappresentante degli Stati Uniti) di insediarsi nelle proprie università. Nello stesso tempo hanno ragione i cinesi quando sostengono che gli accordi sono stati firmati volontariamente, quindi non è giusto prendersela con la Cina, bisognerebbe invece indirizzare le critiche a quelle istituzioni straniere che hanno accettato accordi dai termini così penalizzanti.

La risposta ufficiale da parte della Cina dopo che il Toronto Public School System ha annunciato che non avrebbe rinnovato l’accordo con l’IC è stata: “Coloro che rifiutano gli IC sono molto spesso figure che hanno un profondo pregiudizio contro la Cina. Sembrano incapaci di evitare di applicare un’etichetta politica su qualcosa che non è altro che un programma linguistico e culturale, per di più di alta qualità. Alcune persone apparentemente hanno bisogno di un nuovo paio di lenti correttive che le aiutino a vedere gli Istituti da una prospettiva più obiettiva e imparziale.” Nella propaganda cinese, non c’è alcuno spazio per l’idea che le istituzioni e i valori di entrambe le parti rendano tale scambio complicato.

È vero che parte dei critici degli IC nutrono delle preoccupazioni di natura politica (per esempio sono anti-comunisti, o non si sentono a proprio agio rispetto alla rapida ascesa cinese), nello stesso tempo è importante riconoscere che nella critica ci sono in gioco anche molte questioni valide, come il controllo dell’accademia e le libertà democratiche. Xu Lin, nella già citata intervista del 22 dicembre, vede come ovvio e naturale che tutti gli insegnanti degli Istituti siano d’accordo con la politica statale sulle “tre T”, e sembra incapace di vedere come il suo controllo degli insegnanti, e le richieste di presentare dei report alla fine di ogni semestre, confermino che gli americani temono che in fondo a tutto ci sia una missione politica. Fortunatamente, altri, in Cina, lo capiscono. Il fatto che troviamo una diversità tale di opinioni è un segno di quanto diversa sia la Cina, e di quanto rapidamente si stia aprendo. Ci sono anche dei netizen molto critici rispetto agli IC: “Sebbene la chiusura sia un peccato, nello stesso tempo usare il mantello mancese e il qipao (abito tradizionale femminile, ndt) per rappresentare la cultura cinese è duro da accettare. In più, si diffonde una “cultura castrata”, volta ad aumentare il servilismo. Veramente questo non può rappresentare la Cina.” (虽然关了挺可惜的,但是马褂旗袍甚至马褂旗装来代表汉文化实在让人受不了。而且传播的文化都是那种被阉割的儒家增加奴性的东西,实在不能代表我华夏)”.

E’ vero dunque che il governo sta cercando di soffocare il dibattito aperto, ma chi mai penserebbe che commenti online come questo siano permessi nella Cina odierna?

 

 

I Confucio non ci piacciono più?

Il mio Confucio limpido e vivace

Confucio, “No a patti col diavolo, ecco perché non ho voluto l’Istituto”

Ben gestiti e diversi, così si salvaguarda la libertà nei Confucio

 

 



Commenti


Articoli correlati