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La confindustria tedesca:
la Cina ormai ci sfida,
ridurre la dipendenza
dai suoi mercati

Ufficialmente ancora “partner” ma, d’ora in avanti, soprattutto “concorrenti”. Così la confindustria tedescha (Bdi) vede la relazione tra Cina e Germania, la cui lunghissima luna di miele si sta facendo agitata per effetto del piano di ammodernamento dell’economia nazionale lanciato da Xi Jinping, che punta sullo sviluppo della manifattura avanzata col sostegno attivo e massiccio del Partito-Stato.

 

La federazione degli industriali teutonici sta elaborando un documento strategico intitolato “Partner e sistemi concorrenti – come far fronte al modello economico cinese a guida statale?” che, nei toni, riecheggia l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione di Trump, nel quale il presidente Usa aveva affermato che la Cina è un “rivale che sfida i nostri interessi”.

 

Anche il “position paper” dell’associazione che rappresenta 100 mila aziende con 8 milioni di dipendenti va al cuore del problema senza giri di parole: “Stiamo affrontando una competizione sistemica tra il nostro approccio di libero mercato e il modello economico cinese a guida statale”, si legge nella bozza del documento – che sarà pubblicato nel gennaio 2019 – anticipata ieri dall’agenzia Reuters.

La Bdi invita la Germania fare fronte comune con i paesi europei che ne condividano le preoccupazioni, e con gli Stati Uniti.

 

Nel frattempo, gli affari delle compagnie tedesche – entrate in Cina fin dagli anni Settanta – procedono a gonfie vele. Bmw aumenterà la produzione dopo aver ottenuto (prima multinazionale straniera a poter alzare l’asticella oltre il 50%) di arrivare al 75% nella sua joint venture con una compagnia locale, la Brilliance, per la fabbricazione di macchine elettrice. Basf investirà 10 miliardi di dollari per costruire, nella provincia del Guangdong, il suo terzo impianto chimico più grande nel mondo. Il made in Germany sarà ospite d’onore, con 170 espositori, all’Expo delle importazioni che inizia lunedì prossimo a Shanghai.

 

Dal 2016, la Germania è il primo partner commerciale della Cina (avendo soppiantato gli Stati Uniti), con la quale l’anno scorso ha registrato un interscambio pari a 188 miliardi di dollari. Un groviglio di affari e interessi che non permette certo a Berlino di voltare le spalle a Pechino da un momento all’altro.

 

Tuttavia nei veicoli a energia pulita, nella robotica e in tanti altri settori, la manifattura avanzata cinese insegue ormai da vicino quella dei paesi più sviluppati, grazie agli investimenti in ricerca e sviluppo e alla pianificazione messi in campo dal Partito comunista (nell’ambito del piano “Made in China 2025”), nonché alle conoscenze acquisite da colossi dell’innovazione come Siemens, Basf, Volkswagen…

 

Il tradizionale scambio tecnologia (tedesca) in cambio di mercati (cinesi) non è più vantaggioso come in passato, perché favorisce il catch up cinese e perché in Germania sono sempre più convinti che le aperture progressive promesse agli stranieri nella Nuova era di Xi rimarranno lettera morta. Per questo la Bdi avverte che “nonostante le attrattive del mercato cinese, per le aziende sarà sempre più importante esaminare attentamente i rischi del loro coinvolgimento in Cina e minimizzare la dipendenza diversificando i processi di produzione e distribuzione, gli stabilimenti produttivi e i mercati di vendita”.

 

Un anno fa, Dieter Kempf – forse confondendo la Nuova era aperta dal XIX Congresso del Partito comunista col periodo di declino della dinastia Qing quando, alla fine dell’Ottocento, i tedeschi conquistarono la loro concessione coloniale a Qingdao – aveva dettato “la priorità economica della leadership cinese” che “dovrebbe essere la riduzione delle barriere al commercio internazionale e agli investimenti stranieri”. Il presidente della Bdi aveva aggiunto che – 16 anni dopo l’accesso della Cina nell’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) – “ci aspettiamo una completa parità di condizioni per le imprese tedesche in Cina e mentre apprezziamo molto gli annunci del governo cinese su un mercato più libero e aperto, vogliamo finalmente vedere queste parole tradursi in fatti”.

 

Ora la confindustria tedesca non soltanto invita i suoi associati a mettere in campo tutte le iniziative necessarie a fronteggiare la concorrenza cinese, ma suona anche il campanello d’allarme contro la Nuova via della Seta, che mirerebbe ad accrescere l’influenza geopolitica di Pechino e a modellare i mercati di paesi terzi secondo i propri interessi.

 

Nei mesi scorsi il MERICS aveva pubblicato un documento dai toni da caccia alle streghe che mette in guardia contro le nuove ambizioni geopolitiche di Pechino. E nelle scorse settimane lo stesso think tank aveva criticato le presunte intenzioni del governo italiano di rompere il fronte europeo appoggiando ufficialmente la Belt and Road Initiative.

Aspettando le mosse del governo gialloverde, quello che appare evidente a prescindere dagli opportunismi nostrani è che la Nuova era di Xi Jinping ha la forza di destabilizzare vecchi equilibri e mettere in discussione relazioni consolidate.