Editoriale

Colpire un paio di Nike
per educare 1 miliardo
di consumatori cinesi




I

l 15 marzo, in occasione della Giornata mondiale del consumatore, la televisione di Stato cinese manda in onda in prima serata un popolarissimo show nel corso del quale vengono smascherati prodotti scadenti e denunciate truffe commerciali.

 

Ieri sera nel mirino di “315 Gala” della CCTV sono finite Nike e Muji: il colosso dell’abbigliamento sportivo yankee è stato accusato di aver mentito nella pubblicità cinese delle sue “Hyperdunk”, tessendo le lodi di un fantomatico ammortizzatore iper-tecnologico in realtà assente dalla suola delle scarpe in vendita a oltre 1.300 yuan. La catena fashion giapponese invece avrebbe esportato tè e torte prodotti in aree vicine a quella del disastro nucleare di Fukushima, senza indicarlo sulle confezioni destinate alla Repubblica popolare.
Mentre i volubili consumatori cinesi aggiornavano in diretta la loro lista nera, a Wall Street le azioni della multinazionale di sportswear calavano dell’1%, a 56,75 dollari, e Nike (per la quale la Cina è il secondo mercato, dopo quello statunitense) era costretta a correggere la sua campagna di advertisement. Muji invece ha respinto ogni addebito, definendo “fuorviante” il servizio della CCTV.

 

L’anno scorso era toccato all’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, scusarsi dopo che “315 Gala” aveva sputtanato gli scadenti servizi post vendita offerti in Cina del gigante hi-tech californiano.

 

Per quanto possa apparire paradossale che il Paese accusato da anni di inondare i mercati globali di prodotti di scarsa qualità si metta a fustigare pratiche scorrette e disfunzioni dei marchi stranieri questa circostanza indica piuttosto il segno dei tempi. Sì, perché la classe media cinese ammonta ormai a circa 250 milioni di persone e non soltanto i consumatori della Repubblica popolare diventano sempre più esigenti ma, soprattutto, i brand cinesi in un futuro prossimo potrebbero contribuire a dettare le regole della globalizzazione.

Le corporation delle economie avanzate rivendicano ancora un ruolo di primo piano in Cina. Ma Pechino vuole sviluppare i suoi brand ed entrare nella stanza dei bottoni della globalizzazione

Dopo aver svenduto per oltre tre decenni la sua forza lavoro e il suo ambiente alle corporation straniere, la Cina ha varato un progetto – denominato “Made in China 2025” – che punta all’ammodernamento, entro una decina di anni, della sua manifattura, i cui produttori dovranno essere capaci di ideare e fabbricare beni ad alto valore aggiunto in grado di soddisfare i sempre più schizzionosi consumatori locali e di competere sui mercati internazionali. Questo piano ambizioso, al quale il presidente Xi Jinping ha legato il suo mandato, rappresenta una sfida aperta al dominio finora incontrastato del capitalismo globale da parte delle economie avanzate. Un documento pubblicato negli ultimi giorni dalla camera di commercio dell’Unione europea in Cina (“China Manufacturing 2025, Putting industrial Policy Ahead of Market Forces”) esprime il timore che questo percorso sia guidato dallo Stato – attraverso finanziamenti miliardari, sussidi, e il ruolo rilevante riservato alle State owned enterprise – e che alle aziende e alle istituzioni finanziarie internazionali venga lasciata una fetta della torta giudicata troppo piccola.

 

È probabile che – in linea con il suo consolidato dirigismo – con l’avanzare di questo progetto la Cina alzerà un certo numero di barriere. E se i “concorrenti” di Facebook (QQ) e Twitter (Sina weibo) hanno dato vita a monopoli grazie alle praterie apertegli dalla censura di Stato che ha bloccato l’accesso nella Repubblica popolare degli originali stranieri, per far decollare la sua nuova manifattura Pechino impiegherà, a seconda degli avversari e delle circostanze, un’ampia gamma di strumenti: dalle famigerate barriere non tariffarie, al sostegno diretto delle banche di Stato alle major nazionali alle compagnie individuate come strategiche.

 

In Cina la strada è stata già tracciata da grandi aziende private come Haier, Alibaba, Huawei… Oggi nella seconda economia del Pianeta 2/3 della produzione ¾ della forza lavoro arrivano dal settore privato: compagnie innovative che – dopo essere diventate grandi grazie ai vantaggi e alle protezioni di un mercato interno che, nel 2030, potrà contare su 1 miliardo di persone residenti in città – si sono proiettate all’assalto di quelli globali.

 

Il sogno isolazionista di Trump – un incubo per la leadership di Pechino – nasce anche dalla constatazione di questa apparentemente inarrestabile avanzata del capitalismo cinese. Ma se Trump oserà alzare barriere indigeste per i mandarini della globalizzazione, Nike e tante altre potrebbero subire pesanti perdite. Nello stesso giorno in cui questo messaggio veniva lanciato ufficialmente dall’Assemblea nazionale del popolo dal premier Li Keqiang, la CCTV si è occupata di trasmetterlo in maniera più comprensibile per il nuovo inquilino della Casa Bianca.



Commenti


Articoli correlati