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I 5 “non permetteremo mai”
di Xi Jinping: nell’attesa
del successore di Trump,
il Partito blinda il Partito

Le celebrazioni per il 75° anniversario della “Vittoria della Guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese e della Guerra mondiale antifascista” sono state utilizzate da Xi Jinping per lanciare un avvertimento agli Stati Uniti: guai a chi «denigra il Partito comunista» – così ha sintetizzato in un titolo “South China Morning Post”.

Un messaggio non rituale, che evidenzia il timore della leadership di Pechino che l’offensiva statunitense non abbia motivazioni meramente economiche (trade war) e/o propagandistiche (presidenziali Usa), e che miri in realtà al Partito che governa la Cina ininterrottamente dal 1949. Quel Pcc che, di fronte a un’inedita emergenza pandemica, si è rivelato ancora una volta un efficace strumento di governance: la dimostrazione – secondo Xi e compagni – della “superiorità” del “modello cinese” rispetto alle democrazie liberali.

 

Il 3 settembre scorso, durante una conferenza organizzata dal Comitato centrale, dal Consiglio di stato (il governo cinese) e dalla Commissione militare centrale, Xi ha anzitutto reso omaggio «al patriottismo, al carattere nazionale, all’eroismo e alla ferrea volontà di vittoria mostrata al mondo dal popolo cinese» durante la Seconda guerra sino-giapponese, cominciata nel 1937 e conclusasi con la resa del Giappone il 2 settembre 1945, conflitto nel quale la Cina pagò un tributo di oltre 20 milioni di morti.

 

Xi ha inoltre invitato a «sforzarsi per promuovere un’amicizia imperitura tra i due popoli della Cina e del Giappone, contribuendo alla pace nel mondo», tendendo così per l’ennesima volta la mano al nemico di un tempo, il riavvicinamento col quale – è l’auspicio del presidente cinese – continuerà anche con il successore di Shinzo Abe nell’esecutivo nipponico, e chiunque sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca.

 

Mentre l’economia nazionale è alle prese con una brusca riduzione della domanda dall’estero e l’Amministrazione Trump affonda i suoi ultimi colpi contro i giganti tecnologici cinesi, Xi ha fatto appello al patriottismo, scommettendo sul «grande spirito di resistenza all’aggressione» che «motiverà sempre il popolo cinese a superare qualsiasi difficoltà e ostacolo sulla strada della rinascita nazionale».

 

Ricordando la fine della Guerra in Asia, il “Quotidiano del popolo” ha descritto così lo scontro con Washington: «Alcuni politici statunitensi hanno lanciato attacchi infondati alla Cina in maniera sfacciata, gettando fango sul sistema politico cinese, interferendo pesantemente negli affari interni della Cina, lanciando mosse provocatorie nel Mar cinese meridionale, tentando – tra le altre misure aggressive – di scavare un solco tra il Partito che governa la Cina e il popolo cinese».

 

L’organo ufficiale del Comitato centrale del Partito minimizza («alcuni politici statunitensi»), ma a Pechino sono in tanti a ritenere ormai chiusa la lunga stagione – partita con le riforme di mercato di Deng Xiaoping – durante la quale l’Occidente aveva tollerato il Pcc in ragione degli enormi vantaggi (manodopera a basso costo e mercati di sbocco) tratti dalle sue corporation in una Cina che non era ancora emersa come player economico-commerciale e politico globale. Con il catch-up, la rimonta tecnologica cinese degli ultimi anni di cui Huawei rappresenta solo la punta dell’iceberg, per gli Stati Uniti il Partito si è trasformato da socio in affari in minaccia.

 

La Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America del 2017 ha certificato una “competizione strategica” con la Cina, definita una “potenza revisionista” che punta a «modellare un mondo antitetico ai valori e agli interessi degli Stati Uniti», a «rimpiazzarli nella regione Indo-Pacifico», e a «espandere l’influenza del suo modello economico guidato dallo stato e riordinare la Regione a suo favore». A Washington strateghi e analisti politici, repubblicani e democratici, si sono convinti che il motore dei progressi compiuti negli ultimi decenni dal gigante asiatico è il Partito comunista cinese e che la “missione” che si è dato il suo segretario generale, Xi Jinping, è quella di trasformare il Partito in una macchina sempre più efficiente, che fonda la sua azione su strumenti e valori “alternativi”: un sistema politico autoritario; un’ideologia marxista-confuciano-nazionalista; il superamento del Washington consensus nelle relazioni internazionali.

 

Per questo l’offensiva statunitense è indirizzata al cuore politico della Cina, al Partito fondato da Mao e compagni quasi un secolo fa. Siamo di fronte a una svolta storica, checché ne dicano tutti coloro che attribuiscono le attuali tensioni tra Pechino e Washington alla bizzarra figura di Donald Trump.

 

Dunque l’ennesima difesa della centralità assoluta del Partito comunista nel “modello cinese” e della necessità di rafforzare sempre più il Pcc, la sua presa sulla società e sull’economia, è arrivata nel discorso pronunciato da Xi il 3 settembre attraverso l’elencazione di cinque scenari che «non permetteremo mai».

 

— Il popolo cinese non permetterà mai ad alcun individuo o forza di distorcere la storia del Pcc o denigrare la natura e la missione del Partito;

— il popolo cinese non permetterà mai ad alcun individuo o forza di distorcere e alterare la via del socialismo con caratteristiche cinesi, o di negare e denigrare i grandi risultati raggiunti dal popolo cinese nella costruzione del socialismo;

— il popolo cinese non permetterà mai ad alcun individuo o forza di separare il Pcc dal popolo cinese o di contrapporre il Partito al popolo cinese;

— il popolo cinese non permetterà mai ad alcun individuo o forza di imporre la loro volontà sulla Cina attraverso la prepotenza, di cambiare la direzione del progresso della Cina, o di ostacolare gli sforzi del popolo cinese per ottenere una vita migliore;

— il popolo cinese non permetterà mai ad alcun individuo o forza di mettere in pericolo la sua esistenza pacifica e il suo diritto allo sviluppo, di ostacolare i suoi scambi e la sua cooperazione con altri popoli, o di danneggiare la nobile causa della pace e dello sviluppo dell’umanità.

 

Mentre si fa sempre più chiara la posta in gioco dello scontro epocale tra Cina e Stati Uniti, il Partito unico si ripropone così come unico rappresentante del popolo cinese, facendo leva sui risultati fin qui raggiunti, sul nazionalismo e sulla prospettiva di ulteriori progressi economici, in un quadro internazionale segnato da instabilità e caos.

 

Michelangelo Cocco è analista politico e direttore esecutivo del Centro Studi sulla Cina Contemporanea