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Pechino «non diventerà
il poliziotto del mondo»,
ma la Cina di Xi Jinping
si arma come un impero

Spentasi l’eco della quasi-quarta crisi dello Stretto – quella che, nell’agosto scorso, ha trascinato Xi Jinping e Joe Biden in un confronto al calore bianco -, la diplomazia di Pechino si è rimessa in moto a tutto vapore, nel tentativo di far comprendere al mondo le “buone intenzioni” della Cina.

L’occasione è arrivata con la fine della politica “contagi zero”, e la ripresa dei viaggi di Xi Jinping, il presidente globetrotter che ha girato il mondo più di tutti i suoi predecessori. L’obiettivo di Xi e compagni – dopo che, durante i quasi tre anni di chiusura delle sue frontiere, l’immagine della Cina, tra gli elettori e le élite dell’Occidente, è crollata – è quello di riprendere l’iniziativa, uscire dall’angolo in cui Washington ha provato a mettere la leadership di Pechino, imputandole, tra l’altro, l’intenzione di attaccare Taiwan e il sostegno alla Russia di Putin che ha invaso l’Ucraina.

 

Dunque Xi Jinping e l’immenso apparato di propaganda del Partito comunista cinese si sono mobilitati, affinché i commerci e gli investimenti della Cina (i più redditizi sono tuttora quelli con Stati Uniti ed Europa) vengano ostacolati il meno possibile dai sospetti e dai timori che – da Washington, a Bruxelles, a Ottawa, a Canberra – la sua ascesa ha suscitato.
Il decoupling dalla Cina, che l’amministrazione Biden sta perseguendo con decisione in ambito tecnologico, è per Pechino una ferita aperta, prima che un’opportunità per accelerare l’innovazione autoctona (zìzhŭ chuàngxīn). Con la strategia della “doppia circolazione interna-internazionale” (guónèi guójì shuāng xúnhuán)  Xi Jinping e compagni sperano al contrario di integrare sempre più le filiere produttive e il mercato cinese nei commerci globali, per mettere al riparo da critiche e interferenze l’interpretazione fondamentalista che il Partito comunista dà della sovranità statale e del principio di non ingerenza, per prevenire qualsiasi accenno di “rivoluzione colorata” nella Repubblica popolare cinese.

 

In questo quadro è interessante la visita che l’ex colonnello dell’Esercito popolare di liberazione (Epl), Zhou Bo, ha compiuto presso la Chatham House di Londra, tra i più prestigiosi centri studio di politica internazionale, in un paese che al momento ha rapporti decisamente tesi con la Cina.

Zhou Bo è un esperto di relazioni internazionali, ricercatore presso il Centre for International Security and Strategy (CISS) dell’Università Tsinghua di Pechino, che ho citato nel mio “Xi, Xi, Xi – Il XX Congresso del Partito comunista e la Cina nel mondo post-pandemia” (Carocci, 2022). Ebbene alla Chatham House Zhou ha voluto lanciare il messaggio secondo cui «la Cina non ha alcun interesse ad agire come poliziotto del mondo». «Anche se ha l’obiettivo di costruire un esercito forte, le operazioni all’estero della Cina saranno di carattere umanitario – ha assicurato Zhou -, principalmente sotto forma di operazioni militari non belliche, e non mirate a farla diventare un poliziotto del mondo come gli Usa».

 

Zhou ha risposto così a una domanda sulla Global Security Initiative lanciata da Xi Jinping durante l’ultimo Boao Forum for Asia (20-22 aprile 2022), con l’obiettivo dichiarato di «raggiungere una pace e uno sviluppo sostenibili nel mondo».
Che la Cina di Xi Jinping – il presidente che, dieci anni fa, ha avviato una modernizzazione dell’Epl senza precedenti – non voglia diventare il poliziotto del mondo, è plausibile: la Cina non ha gli strumenti né, soprattutto, l’interesse a ripercorre la strada intrapresa dagli Stati Uniti dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. La sua è una “ascesa pacifica” prodotta dall’intensità delle sue relazioni economiche più che dalla forza del suo esercito.

 

I cantieri della Repubblica popolare cinese però producono una nave da guerra avanzata ogni sei settimane, mentre anche nel campo dell’aeronautica militare le sue industrie sfornano aerei sempre più sofisticati, per non parlare dei missili, da tempo fiore all’occhiello delle forze armate di Pechino. Il bilancio per la difesa, in costante aumento, nel 2022 è stato di 230 miliardi di dollari: 1/5 di quello degli Stati Uniti, ma va tenuto presente che produrre armi in Cina costa meno e che mentre gli Stati Uniti hanno interesse a sfoggiare i muscoli, la Cina vuole evitare di intimorire ulteriormente i paesi vicini e innervosire gli avversari, per cui è possibile che i suoi budget ufficiali per gli armamenti siano sottostimati.

 

Dunque pacifisti e progressisti dovrebbero chiedersi non tanto se l’obiettivo della Cina (che ha un’unica base militare all’estero, a Gibuti) sia diventare il prossimo poliziotto del mondo, quanto piuttosto quale ne sia la causa e quali potrebbero essere le ripercussioni del riarmo della Cina, che dalla stagione di “riforma e apertura” non è mai stata una potenza militare, avendo chiuso al sicuro nei depositi le sue “poche” centinaia di testate nucleari (sulle quali Mao faceva grande affidamento) e avendo invece mantenuto attivo – fino all’arrivo di Xi Jinping – un disorganizzato e pletorico esercito contadino.

 

Sia chiaro, non discutiamo della legittimità di una grande nazione – un “grande paese socialista moderno” direbbe Xi Jinping – ad armarsi.

Il fatto è che tutto – la sua espansione economica e commerciale all’estero, le minacce di ritorsioni economiche ai governi che non intendano rispettarne le “linee rosse”, la crescente influenza nell’ambito di vecchie e nuove organizzazioni internazionali, e infine il suo massiccio riarmo – ci parlano di un nuovo imperialismo, già in conflitto con quello statunitense. E se dall’inizio degli anni Novanta fino all’arrivo, nel 2012, di Xi Jinping, qualcuno ha potuto credere all’avvento di un G2 Cina-Stati Uniti (o, per dirla con Karl Kautsky, all’avvento di un “ultra-imperialismo” nel quale le grandi potenze si dividono il mondo”) a partire dal XVIII Congresso del Partito comunista cinese e, molto di più, col XIX, è risultata molto più appropriata al caso sino-statunitense la teoria di Lenin, secondo cui gli imperialismi sono destinati a scontrarsi.
Xi Jinping ha dichiarato più volte che l’Epl deve essere pronto a «combattere e vincere le guerre». A difesa, beninteso, di quelli che la Repubblica popolare cinese considera i suoi interessi inalienabili: la sovranità su Taiwan anzitutto, ma anche sul 90% del Mar cinese meridionale… e poi ci sono i contenziosi territoriali che Pechino ha con New Delhi.

 

Ma qualcuno può davvero credere che, in futuro, una potenza come la Cina, rinuncerebbe a usare la forza per difendere i suoi interessi al di fuori del suo cortile di casa?

C’è chi si illude che un nuovo ordine internazionale potrà nascere dalla retorica del tiānxià (tutti sotto il cielo), che promuove il rispetto reciproco e l’accettazione delle varie culture e la loro fusione volontaria per un mondo migliore, dove nessuno domina. Ma la cultura cinese classica – così come il marxismo sinizzato e il nazionalismo – vengono utilizzati da tempo dal Partito comunista cinese per dare forma a quel pot-pourri ideologico che ha la funzione primaria di far apparire meno intollerabile la distanza tra gli obiettivi ufficiali del partito e la vita reale, che si tratti delle disuguaglianze sociali in Cina, così come delle tensioni provocate dalla sua espansione nel mondo.

 

Michelangelo Cocco è autore di “Xi, Xi, Xi – Il XX Congresso del Partito comunista e la Cina nel mondo post-pandemia” (Carocci editore, 2022).