Editoriale

Tre istantanee
dal nuovo mondo




La Cina salva il Venezuela dalla bancarotta. C’è la Cina dietro la deposizione del presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe. La Stato islamico a Marawi è stato sconfitto grazie ai fucili venduti alle Filippine dalla Cina.

 

Tre notizie delle ultime ore (la prima vera, le altre due, almeno in parte, false), tre istantanee che fotografano il potere reale e di suggestione di una Cina che, nel vuoto politico e morale aperto dalla ritirata statunitense, si allarga nei quattro angoli del mondo.

 

Uno. Mentre Washington prova a spingere Caracas verso il default per far cadere il governo bolivariano, Pechino (e Mosca) stanno dando una grossa mano al presidente Nicolas Maduro e compagni. Ieri il ministero degli esteri cinese ha assicurato che il paese latinoamericano è in grado di gestire “in maniera corretta” il suo debito pubblico. Di concerto con la decisione del presidente russo Putin di riscuotere nei prossimi sei anni pagamenti “minimi” sui crediti concessi a Caracas, l’iniziativa cinese contribuisce a tenere in piedi un prezioso alleato – finito nei guai anche per l’eccessiva dipendenza della sua economia dal petrolio in cambio di prestiti.

 

Due. Dopo la cacciata del presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, si specula su un incontro avvenuto la settimana scorsa a Pechino tra il capo dei militari che hanno assunto il potere, Constantino Chiwenga, e il ministro della difesa cinese, Chang Wanquan. C’è la Cina dietro la cacciata del novantatreenne eroe dell’indipendenza dai britannici? Ieri il ministero degli esteri di Pechino ha chiarito che quel faccia a faccia rientra in “normali scambi militari”, ma è più che probabile che, data l’influenza della Cina nel paese africano (dove Pechino ha ingenti interessi nel settore delle materie prime), nella loro puntata nella capitale cinese i golpisti abbiano informato gli alleati dei loro piani.

 

Tre. Il presidente delle Filippine, lo “sceriffo anti-trafficanti” Rodrigo Duterte, ieri ha ringraziato pubblicamente il premier cinese, Li Keqiang, in visita a Manila: il colpo che ha ucciso il leader islamista Isnilon Hapilon contribuendo a stroncare l’insurrezione della città di Marawi è partito da un fucile di una recente partita cinese all’Arcipelago (che, dopo l’avvento di Duterte, non compra più armi solo dagli Usa). In realtà le armi dell’esercito che ha combattuto nell’assedio di Marawi non sono quelle cinesi (in dotazione alla polizia), ma tant’è: Duterte (una cui guardia del corpo è stata assassinata in circostanze misteriose nel settembre scorso) sta provando a riposizionare il suo paese: equidistante tra gli Stati Uniti e la Cina e… Pechino val bene una messa (in scena).

 

In quello che un tempo era in “cortile di casa degli Stati Uniti” Russia e Cina riescono a tenere in piedi un governo nemico di Washington, mentre golpisti dell’ex terzo mondo corrono ad accreditarsi a Pechino prima che a Washington e l’uomo forte di un’ex colonia a stelle strisce ringrazia i fucili cinesi che hanno cacciato i perfidi islamisti.

 

È un mondo nuovo quello che sta prendendo forma rapidamente sotto i nostri occhi, nonostante l’italietta che resta abbarbicata a quello vecchio sembri non accorgersene.



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