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Trump, lo sguardo Stretto




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八斗子 基隆 Keelung, Taiwan, Toomore Chiang

 

In seguito alla chiacchierata telefonica tra la leader taiwanese Tsai Ing-wen e Donald Trump del 2 dicembre scorso, le relazioni economiche e politiche tra gli Stati Uniti e Cina sembrano destinate a entrare in periodo di turbolenza. Dopo che – come ha riferito lo stesso The Donald – la “presidente di Taiwan” si è congratulata con lui per il suo prossimo ingresso alla Casa bianca, la Cina ha risposto accusando Taiwan di aver giocato sporco, dato che la chiamata è partita da Taipei e non da Washington. Tuttavia, la risposta del presidente eletto non ha contribuito a calmare le acque. Dichiarando che gli Usa non debbono sentirsi obbligati a rispettare il principio “Una sola Cina” Trump ha infatti provocato l’ira di Pechino. Situazione resa ancora più incandescente dai dettagli della dichiarazione del leader repubblicano, il quale ha sottolineato che Washington deve contrastare Pechino soprattutto alla luce delle sue manovre cinesi in campo valutario, delle loro azioni nel Mar cinese meridionale e del loro sostegno alla Corea del nord.

 

Sulle vere ragioni dietro la mossa di Trump sono state avanzate diverse ipotesi: il desiderio di negoziare migliori accordi commerciali con Pechino sembra offrirne una prima, anche alla luce di un dato non trascurabile, ossia l’enorme debito estero americano, nelle mani soprattutto della Cina e del Giappone. Tuttavia, c’è ancora molto da capire sul perché Trump abbia deciso di accendere subito una miccia così pericolosa, soprattutto all’indomani dell’annuncio del desiderio di voler abbandonare il progetto dell’area di libero scambio della TPP (Trans-Pacific Partnership).

 

 

Sul versante americano, questo gesto evidenzia come la politica del Pivot to Asia varata dall’amministrazione Obama non sia destinata a scomparire, ma che anzi con Trump potrebbe subire sì delle modifiche, ma volte a rafforzarla. L’attuale Segretario della Difesa, Ashton Carter, in un recente articolo pubblicato su Foreign Affairs, ha ricordato l’importanza economico-politica che l’Asia-Pacifico riveste per il futuro degli Stati Uniti e dalla quale non potrà sottrarsi.

 

A ulteriore riprova del profondo coinvolgimento americano nell’area, nella primavera di quest’anno, gli Stati Uniti hanno avviato il nuovo programma di sicurezza regionale, il Southeast Asia Maritime Security Initiative (MSI) che, tra i suoi obiettivi, prevede quello, nemmeno troppo velato, di contrastare l’assertività cinese.

 

 

Allo stesso tempo, un altro punto su cui riflettere, e che si intreccia inevitabilmente con la forte probabilità che il Pivot rimarrà l’elemento strategico centrale di Washington, è la strategia americana del Third Offset Strategy. Essa consiste nella creazione di un piano economico e strategico di politica interna ma anche estera – che tiene in considerazione anche gli alleati –, in grado di mantenere la superiorità militare americana nel XXI secolo. Mentre la prima e la seconda “offset strategy” vennero sviluppate durante la Guerra fredda allo scopo di creare un deterrente nucleare credibile nei confronti dell’Unione Sovietica, la terza risponde ad altre necessità legate alla contingenza, ossia la crescita di attori statuali in diverse aree del mondo e la progressiva riduzione dell’influenza americana a favore di un mondo multipolare.

 

Questi assunti strategici, inoltre, sono stati anche ampiamente confermati dall’ultima pubblicazione (il mese scorso) del rapporto annuale della U.S. – China Economic and Security Commission Review, in cui si pone l’accento sul mantenimento di piani finanziari ampiamente sostenibili in grado di garantire un equilibrio tra mezzi e fini per un efficace implementazione strategica nella regione Asia-Pacifico.

 

 

Taiwan per Pechino non è uno Stato indipendente e sovrano, bensì una provincia “ribelle” che, prima o poi, verrà riassorbita dalla madrepatria. Questo punto di vista ha una doppia origine: una puramente storica, l’altra geopolitica.

La prima riguarda il senso dello Stato e il ruolo che il partito cinese riveste al suo interno. Le due entità, al momento, non sono chiaramente scisse, al punto che spesso una istituzione viene identificata con l’altra. Di conseguenza Pechino continua a nutrire un’insofferenza nei confronti dell’Isola, perché rappresenta ancora la parte incompiuta della guerra civile, culminata con la vittoria del Partito comunista e con la sconfitta e successiva ritirata della fazione nazionalista presso l’Isola di Taiwan.

La seconda ragione è più geopolitica e riguarda la posizione dell’Isola che, legandosi ad altri Stati come Giappone, Filippine e Borneo, costituisce quella che è stata definita la first island chain, ossia la prima catena di isole, interpretata dalla Cina come un cordone di accerchiamento, nonché contenimento, della sua ascesa politico-militare. Condizione che ha spinto Pechino, per esempio, ad adottare la dottrina della Offshore Defence, ossia un insieme di misure militari e strategiche volte a impedire futuri interventi militari nemici (statunitensi) contro la Cina, sfruttando una delle basi americane posizionate lungo la prima catena di isole. Questa dottrina, tra l’altro, ha ricevuto ulteriore rafforzamento con la pubblicazione, nel 2014, di un manuale militare in tre volumi che disciplina le tecniche strategiche e tattiche di come avviare un’operazione militare d’attacco nei confronti di un’Isola.

 

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Infine, questa sensibilità nei confronti di Taiwan si sta già palesando – anche a causa della recente conversazione telefonica – attraverso alcune manovre militari, come per esempio accerchiamenti aerei effettuati la settimana scorsa da parte del PLAAF (People’s Liberation Army Air Force), allo scopo di inviare un messaggio preciso all’Isola, anche alla luce della recente celebrazione, da parte di Taiwan, del settantesimo anniversario della “conquista” dell’Isola Taiping: territorio del Mar Cinese Meridionale conteso con la Cina. Inoltre, nel caso in questione, quelle che Pechino ha definito semplici esercitazioni militari – ossia le operazioni di sorvolo del canale di Bashi e dello stretto di Miyako – hanno, tuttavia, accresciuto le preoccupazioni giapponesi che, proprio durante le manovre aeree cinesi, hanno fatto decollare due F-15 per “controllare” le operazioni di volo di Pechino.

 

Inoltre, guardando ad una prospettiva regionale più ampia, la Cina potrebbe anche opporsi – come ritorsione per l’atteggiamento americano – alle potenziali future risoluzioni delle Nazioni unite miranti a contenere, attraverso ulteriori sanzioni, la Corea del Nord.

 

Di conseguenza si evince che se la scelta di Trump di scuotere lo scenario internazionale rispondesse davvero a una mossa diplomatica di natura puramente bilaterale, The Donald avrebbe sbagliato di grosso, dato che in primis non ha tenuto in considerazione la complessità dei rapporti regionali e, in secondo luogo, le proprie valutazioni sulla politica di “Una sola Cina” risultano quantomeno azzardate. Essa, infatti, rappresenta il frutto di decenni di lavoro diplomatico e trattarla come una semplice merce di scambio qualunque rischia di essere altamente controproducente.

 

 

In altre parole, Trump starebbe pericolosamente sottovalutando le sensibilità storiche che contraddistinguono le politiche estere di altri paesi. Eppure, la recente scomparsa di Fidel Castro avrebbe dovuto riaccendere alcune riflessioni storiche importanti: gli Stati Uniti avrebbero dovuto ricordarsi quanto delicata fosse stata per loro la vicenda dei missili di Cuba per la quale le due superpotenze si trovarono sull’orlo di una guerra nucleare. Così come la sottovalutazione americana del possibile intervento cinese nella guerra di Corea: nonostante l’inferiore assetto militare e contro qualsiasi calcolo “razionale”, la Cina intervenne nel conflitto con grande stupore degli Stati Uniti.

 

Di conseguenza Trump avrebbe dovuto capire che certe azioni, per quanto simboliche, possono davvero scoperchiare un vaso di Pandora. Ma questa possibile mancanza di sensibilità (aspetto che verrà confermato o smentito nei prossimi mesi) potrebbe essere il frutto o della propria incompetenza in politica estera, oppure della figura che lui stesso incarna, ossia uomo politico ma anche uomo d’affari, sulla quale figura, infatti, si sono susseguite continue notizie di presunti interessi economici personali nell’Isola, che giustificherebbero la ragione principale che sta dietro alla famosa conversazione telefonica, la quale potrebbe, a sua volta, mandare in frantumi quarant’anni di lavoro diplomatico volto a stabilizzare il rapporto sino-americano.



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