Internazionale

Superpotenza riluttante:
i limiti del China power




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Chinese boy with nasal solution, Terry Chapman

 

Se vuole guidare il mondo, una grande potenza deve mettere sul tavolo una serie di requisiti che includono – ma non si limitano a -: forza materiale; desiderio di ottenere riconoscimento; sufficiente sostegno internazionale. La Cina attualmente possiede queste qualità?

 

La forza materiale si riferisce alla nozione secondo la quale una grande potenza può sopravvivere a un disastro naturale o a una catastrofe causata dall’uomo grazie al suo vantaggio geografico o alla sua vasta popolazione. La Russia, ad esempio, fu capace di frenare le ambizioni di Napoleone e, in seguito, di respingere l’aggressione di Hitler. Gli Stati Uniti, grazie alla loro forza materiale, giocarono un ruolo dominante nella ricostruzione del Pianeta dopo la devastazione della Seconda guerra mondiale. E, più recentemente, la sua forza materiale ha portato la Cina a guidare la risposta regionale alla crisi finanziaria asiatica del 1997 e alla crisi finanziaria globale del 2008.

 

I leader di grandi potenze spesso si sentono obbligati ad assumere più responsabilità nel governo del pianeta. Questo senso di responsabilità ha origine nell’identità nazionale. Ma ricercare questo riconoscimento internazionale può indurre a sovrastimare o, al contrario, a sottovalutare il potere di una nazione. Il tentativo giapponese di dominare l’Asia è un esempio del primo caso, mentre il secondo può essere riscontrato nella Cina odierna, che è già una grande potenza mondiale, ma non è ancora pronta a svolgere il suo ruolo.

 

Il presidente Xi Jinping non è l’imperatore e nemmeno il nuovo Mao →

 

In definitiva, il resto del mondo si aspetta dalle grandi potenze che queste ultime garantiscano una leadership e aiutino a mantenere l’ordine internazionale.

La continua crescita economica della Cina degli ultimi tre decenni ha fatto crescere nel mondo le aspettative che Pechino possa assumere un ruolo di leadership. Nuovi concetti come un “G2” Cina-Stati Uniti e la progressiva affermazione della Cina come “portatore di interessi responsabile” nell’ordine internazionale riassumono proprio queste attese. Certo, il resto del mondo, in particolare gli Stati uniti, ha un ruolo importante nell’incoraggiare la Cina a compiere la sua missione in maniera costruttiva.

 

Ma dovrà attendere pazientemente, perché la Cina non è ancora pronta a diventare una grande potenza, per quattro motivi principali.

 

Anzitutto, all’interno della Cina, manca un consenso generale. I leader cinesi e il popolo cinese sono profondamente divisi su una serie di questioni interne, dal ruolo del governo nell’economia e nella vita sociale, a problemi di politica estera come le dispute territoriali nel Mar cinese meridionale. Le idee della nuova “sinistra” (portate avanti da studiosi come Wang Wen, Su Changhe, Wang Yiwei) attualmente raccolgono consensi in Cina e, nello stesso tempo, le argomentazioni dei nazionalisti radicali sono sempre più popolari. Il divario tra la sinistra e la destra si sta allargando. Come potrebbe una Cina così divisa guidare il mondo?

La Cina potrà essere considerata una nazione leader soltanto se accetterà i valori liberali dominanti oppure se riuscirà a creare qualche valida alternativa accettabile a livello internazionale

In secondo luogo, la Cina rifiuta di accettare valori chiave dell’ordine internazionale liberale quali la democrazia, la libertà e lo stato di diritto. Negli ultimi anni, ai professori è stato più volte ricordato che non possono discutere di questi valori nelle aule. E ciò solleva ulteriori perplessità sulla possibilità di una leadership cinese.

E mentre respinge popolari valori liberali, la Cina non riesce a proporre alcuna accattivante alternativa. Il comunismo ha perso la sua attrattiva sia all’interno sia all’estero, e valori chiave come il confucianesimo – che enfatizza le gerarchie sociali – appaiono inaccettabili alla luce dell’importanza che nel mondo contemporaneo diamo all’eguaglianza. La Cina potrà essere considerata leader una volta che accetterà i valori liberali dominanti oppure creerà qualche valida alternativa accettabile a livello internazionale.
Terzo, la Cina non fornisce beni pubblici sufficienti per la comunità internazionale. Gli Stati Uniti guadagnarono la loro egemonia globale facilitando diversi tipi di beni pubblici sotto l’ombrello del sistema di Bretton Woods. Finora, la Cina ha lanciato la Shanghai Cooperation Organisation e ora guida la Asian Infrastructure Investment Bank, ma queste sono soltanto iniziative regionali.
La fornitura di beni pubblici dipende sia delle risorse materiali sia da quelle umane di una nazione. La Cina è molto limitata nella sua capacità di fornire beni pubblici a causa del divario tra la domanda, alle stelle, di talenti internazionali e la sua attuale offerta. Ad esempio, al novembre 2011, c’erano soltanto 519 giovani volontari cinesi a lavoro in 19 paesi, mentre, dal 1961, 220.00 volontari dei Peace Corps statunitensi hanno prestato servizio in 140 paesi.

 

Alla Cina manca anche una “mentalità da grande potenza” in grado di ispirare il mondo. I cittadini di una grande potenza dovrebbero avere a cuore il benessere e la prosperità dei popoli, sia all’interno della nazione sia all’estero. Ci si aspetta che le grandi potenze siano felici di dare di più e ricevere di meno, invece di muoversi sulla base di semplici valutazioni costi-benefici.

 

Ma la Cina non è pronta a dare di più. La Cina offre aiuti bilaterali sulla base di mutui benefici invece che nel tentativo di rafforzare il multilateralismo. La politica degli aiuti all’estero il più delle volte in Cina incontra una dura opposizione. E, a peggiorare le cose, il nazionalismo è in crescita nella comunità di internet, una tendenza che probabilmente risulterà nell’isolamento della Cina dal mondo più che in una sua maggiore integrazione.
Dunque, anche se può essere arrivato il momento in cui la Cina si assumerà responsabilità globali sulla base di partnership, la Cina non è ancora pronta per diventare la grande potenza.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM

Liang Xiaojun è professore associato del dipartimento di Diplomazia presso la China Foreign Affairs University di Pechino



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