Visto da Pechino

Taiwan, The Donald
in tv azzarda un baratto
Cosa farà da presidente?




I giorni che ci separano dall’insediamento ufficiale di Donald Trump alla Casa Bianca – in programma per il 20 gennaio prossimo – sembrano destinati a essere segnati da un costante aumento della tensione tra Washington e Pechino. Trump negli ultimi giorni, con un paio di mosse a sorpresa, ha deciso di puntare direttamente al bersaglio grosso, cioè alla Cina.

Il 2 dicembre il presidente eletto ha annunciato sul suo account twitter che Tsai Ing-wen, la presidentessa democratica dell’isola di Taiwan, il giorno stesso gli aveva telefonato per complimentarsi per la sua vittoria alle elezioni presidenziali Usa. Nessun presidente statunitense dal 1979 si era più direttamente rivolto ai capi di Taiwan, dopo la precedente scelta del 1972 – con l’incontro tra Nixon e Mao – di riconoscere da parte degli Stati Uniti, come interlocutori ufficiali, i soli comunisti di Pechino; che infatti considerano l’isola di Taiwan una provincia ribelle e non uno Stato indipendente. Ad oggi esiste quindi, tra americani e cinesi, una generale condivisione sulla cosiddetta politica di “un’unica Cina”, che è stata nei decenni più volte riconfermata con successive dichiarazioni congiunte.

Il presidente eletto alza la posta sul tavolo delle relazioni sino-americane, consapevole che prima del suo insediamento può parlare a titolo personale, senza impegnare ufficialmente gli Usa

Ma evidentemente, dietro questa grave rottura delle consuetudini diplomatiche operata da Trump, si può ipotizzare che ci sia una strategia precisa. Infatti Trump, domenica scorsa, durante un’intervista a Fox News, ha rincarato la dose, lasciando intendere che si avvicina il momento, per Washington, di rimettere in discussione non solo la consolidata pratica diplomatica iniziata nel 1979, ma il concetto stesso di “un’unica Cina”.

Trump ha infatti dichiarato alla tv all news: “Comprendo perfettamente la politica di un’unica Cina, ma non capisco il motivo per cui dovremmo sentirci legati a questa politica senza fare un accordo con i cinesi anche in altri ambiti, compreso quello commerciale”.

Come uno scaltro giocatore di poker Trump starebbe alzando la posta sul tavolo delle relazioni sino-americane, consapevole del fatto che ancora per qualche settimana, prima del suo insediamento ufficiale, egli parla a titolo personale, cioè senza impegnare ufficialmente gli Stati Uniti.

Tuttavia le sue parole pesano e dalla Cina si sono affrettati a rispondergli per le rime.
“La politica di un’unica Cina è il fondamento stesso di qualsiasi legame tra Cina e Stati Uniti”, ha replicato ieri in conferenza stampa Geng Shuang, portavoce del Ministro degli esteri cinese. Ciò significa che, dal punto di vista del governo di Pechino, Trump sta giocando col fuoco, poiché nessuna trattativa è possibile avendo come oggetto lo status di Taiwan, considerata da Pechino parte inalienabile del sacro suolo della Repubblica popolare cinese.
Come su un ultimo confine invalicabile, si fronteggiano due opposti schieramenti. Da un lato i cinesi, sempre più sicuri di se stessi e sempre meno disposti a scendere a compromessi sulle questioni che giudicano non contrattabili, come la sovranità su Taiwan, ma anche quella sul Mar cinese meridionale.

Tsai, esordio senza botto con omesso Compromesso →

 

D’altro canto, di fronte alle coste cinesi, acquartierati in decine di basi militari, ci sono gli statunitensi, sempre meno unica super-potenza a dettare la linea di condotta in ambiente internazionale, ma ancora pesantemente armati e in grado di scatenare un conflitto che avrebbe effetti devastanti.

A testimonianza di ciò, il 25 novembre, per la prima volta in modo organico, è stato pubblicato un rapporto sulla presenza delle forze armate statunitensi nella regione (美国在亚太地区的军力报告) a cura del National Institute for South China Sea Studies (中国南海研究院), con sede nell’isola di Hainan, sul golfo del Tonchino.

Il suo direttore, Wu Shicun, nella conferenza stampa di presentazione tenutasi a Pechino, riafferma il fatto che con l’elezione di Trump la politica di forza americana nella regione non muterà in modo sostanziale. Il pericolo più grande – e sempre meno improbabile – è la rottura dell’equilibrio raggiunto finora tra la pretesa egemonica degli Stati Uniti e la crescente forza militare e assertiva della Cina.

Gli Stati Uniti da parte loro stanno mantenendo in campo risorse enormi, ossia 585 miliardi di dollari di spese militari, a bilancio per il 2017, e 368 mila militari già schierati nella regione Asia-Pacifico.

Anche Zhu Feng, direttore del South China Sea Center dell’università di Nanchino, alla suddetta conferenza stampa, ribadisce che la politica militare di Trump nell’Oceano Pacifico sarà incentrata “più sulla continuità che sul cambiamento”.

Probabilmente non verranno usati dalla prossima amministrazione americana termini come “riequilibrio”, che hanno caratterizzato il progetto del “Pivot to Asia”, ma nei fatti il progetto di trasferire entro il 2020 il 60% della potenza militare americana di fronte alle coste della Cina non subirà né interruzioni né marce indietro.

Anzi, molto probabilmente, come in passato è successo per le altre amministrazioni a guida repubblicana, quella di Trump “non farà eccezione” nell’aumentare le spese militari. Mentre le sue prime uscite diplomatiche nei confronti della Cina non promettono nulla di buono.

 



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