Editoriale

Charlie don’t golf,
nemmeno a Mar-a-Lago




I

l primo faccia a faccia, giovedì scorso, tra Donald Trump e Xi Jinping è stato preceduto dal rituale lancio di missili di Kim Jong-un nel Mar del Giappone e accompagnato da una pioggia di “Tomahawk” a stelle e strisce sulla base siriana di Shayrat. I due giorni di colloqui tra il presidente dell’America first e quello che sogna una Cina ricca e forte sono stati quasi interamente oscurati dalla cortina fumogena che l’inquilino della Casa Bianca ha steso sul caos dell’amministrazione della nazione che dal dopoguerra ha guidato il “mondo libero”, che oggi sembrerebbe affidata a un gruppo di dilettanti allo sbaraglio.

 

Il raid anti-Assad non può esser piaciuto ai comunisti cinesi arrivati a Mar-a-Lago, tutti intenti a dispensar sorrisi e a pubblicare dichiarazioni distensive nei confronti di un avversario che temono e col quale hanno intrecciato legami – economici, finanziari e tra i rispettivi popoli – apparentemente indissolubili.
A differenza del premier giapponese sbarcato nella kitschissima residenza di Trump un mese e mezzo prima di lui, Xi non ha giocato a golf con l’inquilino della Casa Bianca: il presidente cinese è un “appassionato di calcio” – riferiscono le agiografie – e allo sport dei ricchi ha dichiarato guerra nell’ambito della sua campagna anti-corruzione. “Charlie don’t golf”, il nemico non gioca a golf, potremmo dire parafrasando la celeberrima battuta del colonnello Kilgore in “Apocalypse Now”.

Tuttavia in Florida Xi ha avuto l’opportunità di osservare “in action” l’affarista divenuto Presidente che sfogava la sua frustrazione per le difficoltà interne e per la manifesta incapacità a governare un mondo sempre più “multicentrico” sparando razzi contro il moloc-Assad, obiettivo facile indicato da una campagna mediatica che l’ha bollato come il mostro che gasa i bambini di Idlib.

 

E se è vero che Trump ha agito senza passare per il Consiglio di sicurezza Onu (del quale la Cina è uno dei cinque membri permanenti) e che Pechino in Siria, almeno ufficialmente, non ha “boots on the ground”, soldati impegnati in battaglia, certamente l’aver informato Xi dell’azione militare quattro ore dopo l’ordine di attacco non può essere apparso che come uno sgarbo. Romano Prodi sostiene sul Messaggero di oggi che “la Cina non dimenticherà tanto presto questo affronto”. Trump, l’abbiamo già ipotizzato su cinaforum, può essere il presidente che accelera in maniera drammatica “Il declino dell’America”, una tendenza – magistralmente illustrata dal sociologo Immanuel Wallerstein – che viene da lontano, dagli anni Settanta della crisi del petrolio e della sconfitta degli Usa in Vietnam, il decennio in cui Trump fece fortuna.

Le spese militari, nuovi progetti multilaterali, la politica del fatto compiuto nei suoi mari stanno spingendo Pechino verso quella che, contro ogni evidenza, non vuole chiamare egemonia in Asia

Sono passati quarant’anni, e oggi non è chiaro quale tra queste due ipotesi potrebbe essere più letale per gli Stati Uniti d’America: un’altra guerra o un’uscita di scena anticipata di Trump. Sostenuto dal “complesso militare-industriale”, Trump afferma di voler rispolverare la politica reaganina di “Peace through strength”, riproponendo la Guerra fredda in un mondo che però non è più diviso in due blocchi e nel quale Washington ha perso il primato morale e politico che ancora le veniva riconosciuto prima che devastasse follemente il Medio Oriente. Le resta tuttavia un apparato militare più distruttivo di quello di tutti gli altri Stati del Pianeta messi assieme. D’altro canto un impeachment che rimuovesse The President of the United Stakes dalla poltrona sulla quale l’hanno portato elezioni democratiche potrebbe rivelarsi altrettanto pernicioso per l’autorità statunitense nel mondo. Sia come sia, la quinta generazione di leader comunisti cinesi osserva con preoccupazione un Pianeta troppo instabile per assecondare i suoi commerci e permettere alla Repubblica popolare fondata dall’artefice della Rivoluzione culturale di affermarsi nel XXI secolo come potenza “responsabile” nel consesso internazionale. Da qui la necessità di cooperare con gli Usa, rappresentata da Xi durante le sette ore passate con Trump lo scorso weekend, nonostante tutti i dossier che oppongono la prima alla seconda economia del Pianeta: dalla Corea del nord al commercio internazionale, da Taiwan al Mar cinese meridionale.

 

“Tra i grandi paesi coesistono nello stesso tempo cooperazione e differenze. Per quanto riguarda le relazioni Cina-Stati Uniti, il loro bisogno di collaborazione economica supera di gran lunga la competizione e la complementarità economica pesa di più delle loro divergenze”, ha provato a rassicurare il ministro degli esteri Wang Yi, di ritorno da un vertice senza alcun accordo, nonostante i cinesi abbiano preso l’iniziativa provando a spingere l’acceleratore sul doppio binario scambi-investimenti.

 

La leadership di Pechino – che nell’autunno prossimo si riunirà in un congresso che rinnoverà cinque componenti su sette (tranne Xi e il premier Li Keqiang) del Comitato permanente del Politburo, l’organismo che, di fatto, governa il Paese – è pronta a contribuire a finanziare il piano per l’ammodernamento delle infrastrutture americane su cui punta Trump, provando così anche a raffreddarne gli ardori protezionistici che rischiano di danneggiare gravemente l’export cinese.

 

D’altro canto negli ultimi anni le spese militari, la politica del fatto compiuto nei “suoi” mari e i grandi progetti multilaterali cinesi stanno spingendo decisamente Pechino verso quella che, contro ogni evidenza, si ostina a non voler chiamare “egemonia” in Asia, una proiezione di potenza che la porta, inevitabilmente, a scontrarsi con chi voglia continuare a far vestire agli Stati Uniti i panni dei gendarmi di un mondo che guarda sempre di più a Oriente.

 

Mentre scriviamo, un gruppo di navi da guerra Usa guidato dalla portaerei “USS Carl Vinson” si sta dirigendo verso la penisola Coreana, per mostrare a Kim (e a Pechino) i muscoli dell’America di Trump dopo le ultime provocazioni militari del giovane despota nordcoreano, che Xi non ha ancora voluto incontrare ma il cui paese resta pur sempre un alleato, senza il quale la Cina si ritroverebbe decine di migliaia di marine statunitensi (attualmente dispiegati a sud del 38° parallelo) al confine segnato dal fiume Yalu.

Se davvero Trump punirà unilateralmente anche la Corea del nord, le relazioni tra Cina e Stati Uniti, il cui deterioramento è andato in scena sul set hollywoodiano di Mar-a-Lago, rischiano il naufragio.



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