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La malattia del cinismo
e House of Cards, ovvero l’Occidente, la Cina
e le loro incomprensioni

David Cameron and President Xi visit a local pub, The Plough at Cadsden during his visit to Chequers, Number 10

 

 

L’ultimo tentativo di trasformazione della Cina e il suo rapporto con l’Occidente visti attraverso la lente di un antropologo tedesco. In questa lunga conversazione Enrico Andrea Pia intervista Hans Steinmüller, antropologo della Cina e autore di “Irony, Cynicism and the Chinese State” (Routledge Contemporary China Series).

Quello rappresentato in questa prima fotografia è a mio parere un momento simbolicamente importante: il presidente cinese Xi Jinping che diventa uno di noi, il classico tipo da pub. Ma la reazione dei media e dell’opinione pubblica inglese alla visita ufficiale di Xi in Gran Bretagna ci dice qualcosa di più. Interpellato sulla visita di Xi, Ai Weiwei – dopo che nei giorni della visita ufficiale i giornali inglesi avevano evitato di parlare delle molte proteste pubbliche per l’arrivo di Xi verificatesi a Londra – ha sostenuto che la Gran Bretagna ha definitivamente accantonato qualsiasi interesse per i diritti umani.  Dal canto suo l’Economist recensisce l’ultima frequentatissima mostra di Ai alla Royal Academy suggerendo, con toni cospiratori, che il celebre artista starebbe sfruttando a suo vantaggio i preconcetti occidentali sulla brutalità dello Stato Cinese: “mentre la storia dei grandi progressi fatti da questa nazione viene taciuta”. Ci chiediamo abitualmente fino a che punto la Cina si stia occidentalizzando, ma molto spesso evitiamo di porci la domanda opposta: quale è l’effetto della crescita Cinese su valori occidentali un tempo reputati inviolabili come i diritti umani? Pensi che la Cina stia in qualche modo costringendoci a ripensare noi stessi?

 

 

La visita di Xi in Gran Bretagna è stato un evento decisamente interessante. Si è parlato pochissimo ad esempio di diritti umani. Intervistato al pub con Xi, il premier britannico David Cameron ha fatto una specie di gaffe rispondendo a una domanda su che birra stesse bevendo: “Sto bevendo quello che beve lei (I’m having what SHE is having)” confondendo la pronuncia del cognome cinese di Xi con quella del pronome femminile inglese. Tanto basta per il cinese di David. Il fatto interessante però è che i tabloid inglesi erano maggiormente interessati a questo genere di notizie che ad informare i propri lettori delle molte vicende che attualmente riguardano il governo cinese come Taiwan, il Tibet, le consistenti violazioni dei diritti umani e via dicendo. La questione forse più dibattuta dai media locali è stata il probabile coinvolgimento dei cinesi nella prossima costruzione di una nuova centrale nucleare nel Somerset. Chi avrebbe mai potuto prevedere solo dieci anni fa che il governo britannico avrebbe un giorno chiesto alla Cina di venire in Inghilterra a costruire una centrale nucleare su suolo britannico? Possiamo partire da queste considerazioni per cercare di capire in che direzione le relazioni fra Occidente e Cina stanno andando? In certa misura penso che quella britannica sia una questione a parte. Se pensi che solo quattro anni fa avevamo il Dalai Lama in visita ufficiale a Londra e che adesso le relazioni fra i due paesi siano andate decisamente peggiorando, le vicende attuali sembrano riguardare maggiormente il governo Tory e le sue posizioni di politica estera.

Alla domanda sul ruolo della Cina nel ridefinire cosa siamo in quanto paesi occidentali, quali valori ci rappresentano e i diritti umani è difficile rispondere. Tra gli osservatori c’è un certo sospetto che il vago malessere con cui una volta i governi occidentali si relazionavano alla Cina, “con il naso tappato” diciamo, stia lentamente venendo rimpiazzato da una mentalità più pragmatica e collaborativa. Ma non penso che questo slittamento del “gusto” occidentale verso la Cina sia indice di un cambiamento sostanziale della sfera pubblica occidentale e dei suoi valori. Questo semplicemente perché i diritti umani rappresentano soltanto una tra le peculiarità attraverso le quali l’Occidente si pensa ed immagina. Mentre un aspetto decisamente più importante di questa auto-rappresentazione occidentale è sicuramente legato al capitalismo e al suo funzionamento.

 

 

Questo tuo ultimo commento ci porta ad affrontare un aspetto della politica Europea e Britannica che tendiamo spesso a dimenticare ma che è cruciale per capire le nostre relazioni con la Cina: l’ipocrisia occidentale e i suoi doppi standard. In una certa misura questa ipocrisia è figlia del colonialismo, ma mi interessano gli effetti contemporanei di questa attitudine storica verso la Cina. Viviamo in un’epoca di politiche economiche volte a implementare regimi di austerità nelle finanze pubbliche. Il discorso politico e mediatico che sembra conseguirne è che in queste condizioni la nostra rappresentazione pubblica della Cina debba diventare maggiormente accomodante e volta a rappresentare questo paese e il suo governo come un potenziale partner economico. Ma questo è in qualche modo un tradimento di antichi convincimenti liberali e ci troviamo ora come intrappolati in una serie di giustificazioni sul perché e in che modo possiamo prendere il soldi cinesi senza sentirci ipocriti. Pensi che questi “doppi standard” siano una caratteristica europea o sono forse figli dell’effetto dell’ascesa Cinese sul teatro mondiale?

 

 

I doppi standard sono una sorta di oggetto elettivo per me. I doppi standard esistono in tutte le culture, e penso ci siano tradizioni diverse di ipocrisia in Cina ed in Europa. Quando leggi quotidiani cinesi, guardi la tv di Stato o senti parlare cittadini cinesi, ti rendi subito conto che una delle rappresentazioni collettive più comuni riguarda la democrazia occidentale. La vedono come una sorta di teatro delle marionette. Ricordo vivamente le ultime elezioni americane e il modo in cui i miei amici e colleghi cinesi ne discutevano. E ricordo la conversazione che avemmo su un articolo pubblicato dal Nanfang Zhoumo in cui i contendenti alla presidenza erano rappresentati proprio come pupazzi in un teatro di cartapesta. I toni di quella conversazione erano molto simili a quelli che oggi vediamo usati in show americani come “House of Cards”: la politica come l’ennesimo gioco di potere in cui ideali e valori non contano nulla. L’idea è che la democrazia non cambi le dinamiche della politica. Gli stessi giochi di potere, lo stesso sprezzo per gli ideali  potrebbero avvenire sotto un regime autocratico o fascista. In Cina è una metafora molto potente questa, e c’è poco da stupirsi se oggi “House of Cards” è un best seller in Cina. Dall’altro lato questa è una narrazione estremamente conveniente al Partito Comunista, perché permette ai suoi membri di dire: “Democrazia, che intendi? è tutto sempre una lotta feroce per il potere. Stati Uniti? guarda Guantanamo e le violazioni dei diritti umani che accadono lì”.

Pensa ad alcuni dissidenti Cinesi di oggi. Personalmente apprezzo molto il lavoro di Hu Ping, un manifestante di Tian’anmen ora residente negli Stati Uniti. Qualche anno fa Hu scrisse questo articolo intitolato Quanru Bing ovvero “la Malattia del Cinismo” in cui sostiene che la società cinese moderna e la sua cultura sarebbero irrimediabilmente infettate da una sorta di cinismo esistenziale, a tal punto che la politica locale non riesca più a funzionare senza operare in accordo con questo cinismo. Quello che a noi sembra ironico se non assurdo della Cina moderna, il fatto ad esempio che sia un partito che si ostina ad appellarsi “comunista” ad avere accompagnato e guidato la più impressionante e veloce transizione che qualsiasi società umana abbia mai compiuto verso un sistema capitalistico, appare comprensibile nel dibattito pubblico cinese in quanto facilmente inquadrabile all’interno di coordinate culturali e cognitive che presuppongono il cinismo come la base universale del comportamento umano. O almeno questo è l’argomento avanzato da Hu. Personalmente penso che questo argomento sia sicuramente rilevante ma al tempo stesso troppo estremo. Nella vita reale e nella politica di tutti i giorni è tutto più sfocato e confuso: ideali e valori persistono assieme alla delegittimazione che di essi ne fa il cinismo, e la politica nello specifico non è mai solo “sesso, soldi e potere”, come in “House of Cards”.

 

LONDON, Ombeline_v

 

Vorrei un attimo tornare a Hu e al network di attivisti nati e formati dall’esperienza di Tianan’men. Attivisti come Chen Guangcheng, Wan Yanhai e Ai Weiwei stesso, per quanto diversissimi fra loro, sembrano anch’essi guidati da una sorta di cinismo o doppio standard. In molte interviste pubbliche o rilasciate a ricercatori che hanno collaborato con loro, i reduci di Tian’anmen appaiono muoversi su una sorta di doppio binario politico: da una parte un attivismo di stampo popolare e liberale: estendere alcuni diritti fondamentali a cittadini cinesi che ne sono attualmente privi o rendere il welfare cinese più accessibile e funzionale nei confronti di segmenti marginalizzati della popolazione cinese (migranti, minoranze, carcerati). Dall’altra un attivismo più “carbonaro” e rivoluzionario, con l’intento di rendere più popolari in Cina concetti e pratiche politiche occidentali, come la democrazia dal basso, la “direct action” e la lotta all’establishment attraverso lo strumento della causa legale civile. Quale è il tuo punto di vista? È cinismo anche questo?

 

 

È una questione molto complicata e in un certo senso è sicuramente vero. Ci sono persone negli Stati Uniti e in America che sarebbero molto contente di vedere la fine del mono-partitismo in Cina. Queste persone sono spesso le stesse che hanno supportato in passato o tutt’oggi supportano – anche economicamente – attivisti cinesi coinvolti in battaglie politiche riconducibili al progetto più generale di indurre un cambiamento di regime in Cina. Pensa ad Ai weiwei, in un certo senso è il dissidente modello, il dissidente che “noi occidentali” vogliamo, uno la cui linea politica è in perfetta sintonia con la democrazia liberale occidentale. Un dissidente che dice: “il Partito Comunista è una buona cosa, è solo la sua attuale composizione che va contestata” è un dissidente che non ci piace, che non ha nulla da dirci, un dissidente noioso in certa misura. Il fatto che i dissidenti modello siano organici all’establishment occidentale è un elemento che gioca in favore alla risposta Cinese ortodossa a questo attivismo di matrice cinese. “Ci sono motivi ulteriori” dice il partito ai propri cittadini “a muovere le azioni di queste persone. Non vogliono davvero il bene della nazione cinese, attenti alla mano che li guida”.

Torniamo insomma al teatro delle marionette di cui abbiamo parlato prima. Questo non vuol dire che il governo cinese non sia mai disposto a vedere nell’attivismo dei propri cittadini una spalla su cui appoggiarsi. L’ambientalismo cinese per esempio è un movimento dal basso di natura politica fatto di tante persone che sono riuscite a rendersi indispensabili al governo e molte delle politiche più recenti a tutela dell’ambiente possono essere ricondotte a queste nuove forme di inaspettata collaborazione fra governi locali e cittadini attivi politicamente. Alle volte penso che sia una questione generazionale: la generazione che ha vissuto gli eventi dell’89, sia cinesi che stranieri, è in qualche modo irrimediabilmente segnata da quell’esperienza, mentre la generazione successiva, la nostra, sembra essere più aperta alla collaborazione con il governo, per quanto ci sia il riconoscimento che questo sia un regime anti-democratico ed elitario. Ragioniamo in termini diversi e siamo più disposti al compromesso.

 

 

Gli investimenti che la Cina si appresta fare in Europa raccontano una storia interessante circa l’economia cinese, una storia di riconversione da una economia basata sulle esportazioni di prodotti a basso costo a una centrata sulla stimolazione della domanda interna, innovazione, terzo settore e sull’investimento in infrastrutture all’estero per garantirsi importanti posizioni di rendita su mercati esteri in futuro. Questo è un modello di sviluppo moderato che il governo cinese chiama xin chengtai, il “new normal”. Ma la mia impressione, che deriva in larga parte dal mio lavoro in Cina come antropologo, è che se un “old normal” è mai esistito, questo non è stato per nulla “normale” per la gran parte di cittadini cinesi che oggi vive alla periferia del miracolo cinese. Quale è la tua opinione da esperto su questa riconversione e sulla Cina sotto il governo di Xi Jinping?

 

 

Penso che per comprendere appieno questa riconversione sia necessario prima di tutto capire “da cosa” la Cina si stia riconvertendo. Che cosa esisteva prima che deve ora essere riconvertito? E questo è il ruolo centrale che il settore primario, l’agricoltura, ha avuto nella società cinese per lungo tempo, sia dal punto di vista sociale che economico. In un certo senso il “new normal” può essere descritto nei classici termini dei processi di modernizzazione, il settore agricolo si rimpicciolisce per diventare più produttivo, la gente migra e entra nell’industria e nei servizi, si crea una domanda per più servizi e le infrastrutture decollano. Dal punto di vista sociologico un processo di modernizzazione è sempre accompagnato da cambiamenti nella percezione e nel senso delle persone comuni. Uno di questi cambiamenti è un sensibilità maggiore nei confronti dell’ineguaglianza sociale. Ciò non è semplicemente dovuto al fatto che la modernizzazione produca maggiore ineguaglianza – lo fa sicuramente e massivamente ma ogni società rurale e anch’essa ricca di forme di disparità socioeconomica – ma anche dal fatto che la gente comincia a percepire quest’ineguaglianza come più significativa per la propria vita. La promessa di mobilità sociale è accompagnata dal disappunto quando questa viene disattesa.

L’antropologo cinese Liu Xin nella sua bellissima etnografia sul processo di modernizzazione in Cina (“In One’s own Shadow”) chiama quest’effetto sulla percezione delle persone “la produzione dell’ineguaglianza”, la situazione in cui lo sviluppo economico, soprattutto in micro comunità rurali, porta con sé una divisione di classe più apparente e irritante, dove il ricco e il povero vivono fianco a fianco e devono confrontarsi nei nuovi termini stabiliti dalla logica dell’accumulazione capitalistica. È stato questo processo di improvviso impoverimento materiale e sociale dei lavoratori agricoli cinesi che ha portato il governo ad abolire la tassa sull’agricoltura nel 2003. Ma in Cina questa abolizione ha rappresentato un cambiamento radicale nel modo in cui la vita rurale e l’agricoltura veniva immaginata. È stato come dire: “questo tipo di produzione e la forma di vita ad essa collegata non è più rappresentativa della nuova Cina”. In un certo senso questo stesso stravolgimento è avvenuto in Europa con la de-industrializzazione delle nostre economie. Un qualcosa avvenuto dopo la caduta del Muro di Berlino che la nostra coscienza collettiva non riesce ancora ad accettare. In termini economici l’agricoltura Cinese non conta più molto, infatti e da anni che la Cina importa molto riso e soia per esempio dal Sud-est asiatico. La sfida più grande è come hai ben detto tu quella di riconvertire una società che esportava e risparmiava molto – una società rurale basata su una agricoltura molto efficiente – in una che consuma e spende di più, dipendente dalle importazioni.

 

LIFE Magazine March 7, 1949 (2) – SAIGON STILL OFFERS CLUBS, RACING, OPIUM, manhhai

 

Ma qui torniamo a quello che sembra essere diventato il tema più rilevante di questa intervista. Il cinismo, doppio standard o se vuoi schizofrenia della Cina contemporanea. Fattori che a me appaiono tutti caratterizzare anche il modo in cui questo “new normal” è stato pensato. Correttamente sottolinei come l’agricoltura Cinese sia ora in secondo piano, me se dai una scorsa ai documenti riguardanti i punti centrali e gli obbiettivi da perseguire per questo nuovo piano quinquennale – io lo ho fatto mentre ero in Yunnan aiutato da un amico funzionario che aveva accesso a documenti riservati -, noti subito che quello che la Cina sembra voler perseguire, almeno dal punto della sua produzione agricola, è una sorta di autarchia o sicurezza alimentare come viene chiamata, oggi dove all’economia è richiesto di produrre tutti i cereali essenziali da consumarsi sul territorio cinese. Io lo leggo come un segno di rinnovato indipendentismo alimentare che tradisce una certa voglia di supremazia su di una situazione politica nell’estremo oriente ancora piuttosto incerta su chi nei prossimi anni ne diventerà l’attore principale.

 

 

Questo è meraviglioso dal mio punto di vista. Ha sicuramente a che fare con i doppi standard e la natura intrinsecamente manipolativa del concetto di Stato nazione […] In Cina c’e’ stato un periodo in cui l’idea stessa di nazione era strettamente legata a chi ne abitava le campagne. Mao Zedong aveva questo modo di dire: “La campagna circonda la città’”, intendendo che la rivoluzione in Cina sarebbe potuta avvenire solo quando i contadini ne avessero condiviso gli obbiettivi. Questo senso di supremazia della campagna ha ancora forte presa sulla gente comune oggi: la vera Cina, la Cina profonda, la Cina che agisce politicamente è quella rurale e i suoi membri sono contadini. Questo era del resto l’argomento di Fei Xiaotong, il famoso antropologo cinese, che la Chine profonde è quella che viene dalla terra. Ma il problema è proprio questo, che il discorso pubblico Cinese contemporaneo sembra essersi dimenticato di questa nozione, e l’unico modo in cui senti oggi parlare della popolazione rurale cinese è in termini dispregiativi, gente rozza e senza cultura. Doppio standard, di nuovo. Questa è una modalità di auto-rappresentazione tipica degli Stati nazione, non solo della Cina. Particolarismo e Universalismo: per essere nazioni dobbiamo essere diversi da tutte le altre nazioni, c’è qualcosa che ci rende diversi dagli altri. Nel caso della Cina, la sua storia millenaria e rurale. Ma a seguire hai la volontà delle nazioni di essere luoghi a cui tutti possono pensare di appartenere, luoghi moderni, sviluppati, stati di diritto e di valori universali. Il punto è che questa idea di modernità è in conflitto con il concetto di nucleo primigenio e indiviso del carattere nazionale. Questa contraddizione produce forme di ambiguità cinismo e ironia che sono parte integrante della Cina di oggi.

 

On Yorkshire’s Slavery They Built The Old Empire …, Tim Green

 

Il Primo Ministro Li Keqiang è recentemente intervenuto sul futuro delle campagne Cinesi, dichiarando che il governo promuoverà il ripopolamento delle campagne svuotate da anni di migrazione urbana. L’idea di Li è quella di ridefinire la campagna non solo come luogo di produzione ma di consumo e di possibile residenza, dopo anni di crescita delle città cinesi in termini di estensione e popolazione. Tu sei un antropologo che ha lavorato a lungo nella Cina rurale, cosa pensi di questa proposta e dello stato delle campagne cinesi. È ancora importante studiare la campagna per capire la Cina di oggi?

 

Penso che sia ancora importante. Nonostante quello di cui ho parlato prima, del fatto che la Cina rurale sia perdendo il suo primato culturale all’interno della rappresentazione collettiva della nazione cinese, non va dimenticato che metà della popolazione cinese è ancora registrata come residente in territorio extra-urbano. Tutti gli anni viene pubblicato un documento governativo riguardante la campagna e questi documenti tendono ad avere alta priorità. Quindi, in un senso forse ritualistico, si può dire che il governo centrale ritiene la campagna come un luogo ancora importante per perseguire un concetto di nazione sostenibile. O meglio un luogo cruciale dove poter ribilianciare i pesanti squilibri dovuti alla modernizzazione. I sussidi per l’agricoltura sono una, ma non certo l’unica politica attualmente in vigore specificatamente disegnata per la campagna. Ve ne sono altre generalmente raggruppate sotto l’etichetta di “nuova campagna socialista”, un termine ombrello ormai in uso da più di dieci anni. Questa termine usualmente comprende politiche volte alla promozione del ripopolamento delle campagne, l’industria rurale e la costituzione di aree semi-rurali di villaggi modelli collegati fra loro da infrastrutture iper-moderne che in qualche modo dovrebbero ricordare la campagna semi-urbanizzata a cui siamo così familiari noi europei. Insomma l’idea è quella di ideare nuovi modi di “ruralità”, di stare in campagna. Una cosa da notare è che questa nuova ruralità è in una certa misura un modo di andare oltre il sistema dello hukou, della registrazione di residenza permanente, uno strumento che anche legalmente certificava la necessità di dividere la campagna e la città come luoghi socialmente e funzionalmente complementari.Questo è sicuramente un cambiamento chiave che la società cinese sta attraversando in questo momento. Abbiamo parlato poco fa di ineguaglianza sociale, e a mio avviso quella fra campagna e città è la regina delle ineguaglianze cinesi, con tutto il corollario di lavoratori migranti trattati come cittadini di seconda fascia.

 

 

Andrea Enrico Pia è fellow in “Anthropology of China” presso la London School of Economics

Recentemente ha pubblicato “Storia dell’antropologia cinese”, Seid editore