Internazionale

Le alleanze necessarie
per una leadership globale




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Restaurant in Dongcheng District, Beijing (China), Matt Paish

 

Nel sistema tributario e gerarchico imperiale, la Cina si trovava al centro di una rete di rapporti differenziati con le altre realtà statali a seconda degli obblighi sottoscritti. Un plurisecolare schema teorico descriveva la diffusione della superiore civiltà cinese per via di cerchi concentrici che allontanandosi sempre più dal centro – la Città proibita – segnavano l’aumento del livello di barbarie dei popoli.

 

La diplomazia della Repubblica popolare cinese ha creato, soprattutto negli ultimi anni, una vasta rete di rapporti a diversi livelli. La fine dell’impero (1911) ha portato con sé anche il definitivo superamento della visione sinocentrica, tuttavia il persistere dell’influenza di quest’ultima – senza ovviamente l’aspetto gerarchico – potrebbe essere rilevato nelle modalità d’azione della Repubblica popolare cinese, in riferimento alla ricerca di diversi gradi di collaborazione in ambiti che possono variare a seconda della controparte.

 

In un palcoscenico internazionale caratterizzato dalla presenza di “reti multidimensionali”, lo studioso cinese Zheng Bijian (conosciuto come il padre dell’espressione “ascesa pacifica”) ha invitato la Cina a espandere gradualmente la convergenza di interessi e a costruire comunità di interessi con i suoi vicini e le regioni circostanti, così come con tutti i paesi e tutte le regioni. Per il governo cinese la partnership si configura come il rapporto bilaterale più elevato nel proprio sistema diplomatico e può svilupparsi secondo gradi e intensità diverse: partnership, partnership globale, partnership strategica e partnership strategica globale. C’è quindi una costante: il rifiuto di legarsi ad alleanze formali e di entrare in organizzazione internazionali che richiedano cessioni di sovranità.

 

“L’intesa modello? Quella col Pakistan, non la ‘One Belt, One Road'”

 

La creazione della Shanghai cooperation organisation (Sco) non rappresenta certo un’eccezione, trattandosi di organismo di coordinamento e collaborazione in materia di sicurezza tra Stati che mantengono la propria piena sovranità e anche distinte politiche estere. La vera eccezione è rappresenta dal Trattato di amicizia, alleanza e mutua assistenza che la giovanissima Repubblica popolare cinese strinse con l’Unione sovietica nel febbraio del 1950. Ma anche in quel caso si trattava di “pendere da una parte”, cioè di non farsi ingabbiare nel rapporto con la grande potenza socialista e conservare la propria autonomia.

 

Oggi c’è chi vorrebbe una vera e propria svolta nella diplomazia cinese, così da levare all’alleanza con l’Urss il carattere d’eccezionalità. Si tratta di Yan Xuetong, direttore dell’Istituto di relazioni internazionali dell’Università Tsinghua di Pechino, che in un’intervista rilasciata il 9 febbraio scorso al New York Times ha esposto la necessità di una politica estera più assertiva in nome di un “realismo morale” che combina l’impegno interno nella costruzione di una società più a misura d’uomo con quello dell’avvio di una fase di vere e proprie partnership militari con l’estero, sul modello dell’alleanza di fatto con il Pakistan. Per colui che Foreign Policy ha elencato tra i 100 più influenti intellettuali al mondo, sarebbe giunto anche il momento di prendere in considerazione la costruzione di basi militari all’estero e di abbandonare una politica di aiuti economici che legano in maniera incerta il paese che li riceve al donatore: “È impossibile cambiare la natura delle relazioni della Cina con gli altri paese solo con l’assistenza economica o con i prestiti. Quindi non credo che l’iniziativa ‘One Belt One Road’ per lo sviluppo economico in tutta l’Eurasia possa cambiare radicalmente la natura delle relazioni”.

 

Proprio questa assistenza economica deve essere limitata al minimo necessario per dirigere gli aiuti militari verso paesi amici in modo da approfondire la cooperazione e garantirsi un sostegno politico. Un cambiamento che per l’accademico deriva direttamente dall’invito maoista (poi rilanciato da Deng) del “cercare la verità nei fatti” e dalla necessità di adattarsi a un contesto profondamente mutato, perché il principio di non alleanza adottato agli inizi degli anni Ottanta “ha rappresentato la strategia giusta per una Cina che era una potenza molto debole e ha servito gli interessi del Paese per due decenni”, ma ora la Cina è “diventata la seconda potenza mondiale, e il principio di non alleanza non serve ai suoi interessi”.

 

E, ancor di più, un cambiamento dalle conseguenze assai positive perché più alleati ottiene la Cina, più equilibrato e stabile sarà il rapporto con gli Stati Uniti; in caso contrario “maggiore è la possibilità che Washington prosegua nella politica di contenimento, producendo un rapporto più instabile”.

 

 

Diego Angelo Bertozzi è studioso di storia del movimento operaio e politica internazionale

 

 



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