Africa, Internazionale

Oltre lo State to State, un nuovo ruolo per Pechino in Africa




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A 50 anni dallo storico viaggio in Africa di Zhou Enlai, la visita (dal 4 all’11 maggio scorso) del premier cinese Li Keqiang – accompagnato da una delegazione di 129 membri – in Etiopia, Nigeria, Angola e Kenya, ripropone la discussione sul ruolo della Cina nel continente africano.

Sul piano dei dati generali relativi alla cooperazione economica, Pechino si è affermata ormai da qualche anno come il principale partner commerciale dell’Africa, con un interscambio che nel 2013 ha superato i 200 miliardi di dollari. I paesi africani, Angola in testa, sono sempre più rilevanti per l’approvvigionamento di petrolio della Cina; i flussi di investimento e di finanziamenti cinesi verso il Continente sono in continua crescita. Si stima che circa 2.500 imprese cinesi siano operanti in Africa e che la diaspora cinese raggiunga ormai un milione di unità.

La nuova importanza dell’Africa per Pechino è quindi indiscutibile, come sottolineato anche dalla creazione, a partire dalla metà degli anni 2000, di una solida infrastruttura istituzionale di cooperazione (Focac) e dalla densità delle visite di leader cinesi di alto livello nel continente.

 

Non solo materie prime, così cambiano gli attori e le politiche di cooperazione

La cooperazione economica di Pechino in Africa è diventata nel tempo estremamente capillare, riguardando ormai praticamente tutti i paesi africani, ma è anche andata concentrandosi su alcuni paesi (più che aree) che per dimensioni demografiche e/o economiche e di mercati e per le dotazioni di materie prime risultano di particolare interesse: Angola, Nigeria, Sudafrica, Sudan, rendono conto di circa i 2/3 dell’interscambio commerciale. Un andamento simile è riscontrabile anche per gli investimenti e i flussi di finanziamento. Il modello di base di queste relazioni rimane imperniato sullo scambio petrolio o altre materie prime-crediti agevolati che si traducono in appalti per imprese cinesi, in particolare nel settore delle infrastrutture.

Sotto la spinta di critiche e richieste da parte di paesi africani, negli ultimi anni Pechino ha cominciato tuttavia ad affiancare agli investimenti minerari o infrastrutturali di maggiori dimensioni progetti sociali rivolti alle popolazioni locali coinvolte. E se i settori dell’estrazione mineraria e delle costruzioni rimangono preminenti, meno noto è il contributo cinese allo sviluppo del settore manifatturiero, delle tecnologie dell’informazione, dello sviluppo rurale.

Alla diversificazione di settori di attività si è andata affiancando anche quella degli attori cinesi, con una crescita del ruolo di compagnie private accanto alle state-owned enterprise, di piccoli- medi imprenditori e commercianti, professionisti (medici, ad esempio) e, più recentemente, di piccoli agricoltori che acquistano terra.

 

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La crescita della nuova diaspora cinese, composta spesso di lavoratori che rimangono in Africa dopo la fine dei loro contratti di lavoro o che si basano su reti migratorie preesistenti, complica l’analisi delle relazioni sino-africane. Il modello tradizionale di cooperazione economica State-to-State (governo cinese-governi africani) presenta il vantaggio (per l’Africa) di fornire fondi “freschi” indirizzati soprattutto verso progetti fisici di tipo infrastrutturale o attività produttive che i donatori occidentali erano restii a finanziare sulla base di considerazioni complessive sullo stato dell’economia e della governance dei singoli paesi africani.

In termini politici, gli investimenti e i prestiti cinesi forniscono un’alternativa significativa, per dimensioni e caratteristiche, ai finanziamenti occidentali agganciati alle condizionalità elaborate da World Bank e Imf. Per i governi africani, ciò si traduce nella doppia opportunità di ampliare i loro margini di manovra e negoziali nella “globalizzazione” e di riportare il ruolo dello Stato al centro delle politiche di sviluppo nazionali.

Lo svantaggio potenziale del modello di cooperazione statalista, sul quale si è focalizzata la critica occidentale, è quello di finanziare regimi corrotti, autoritari e poco sensibili ai diritti umani, in sostanza di promuovere la bad invece della good governance. Si tratta di critiche non prive di sostanza (Pechino ha finanziato regimi particolarmente repressivi o in situazioni di conflitto ai quali ha anche fornito armamenti), ma che non tengono conto del fatto che azioni corruttive, cattive condizioni di lavoro, violazione della legislazione sociale o ambientale, avvengono spesso ad opera di imprese cinesi che agiscono come attori di mercato e nel mercato. In modo non dissimile, in altri termini, da quello che hanno fatto e fanno le compagnie occidentali…

 

Dopo le grandi aziende, arrivano piccole imprese, commercianti e agricoltori

La crescita della nuova diaspora cinese e di una moltitudine di nuovi attori economici (dalle grandi imprese alle Pmi ai piccoli commercianti o agricoltori) introduce una nuova variabile sia per Pechino che per i governi africani, nel senso che impone una prospettiva non più semplicemente da Stato a Stato ma anche da società a società. Tensioni tra agenti locali e cinesi stanno emergendo ad esempio in comparti come il piccolo commercio o per i diritti sulla terra nelle zone rurali. Ma vi sono esempi anche di ristrutturazione delle reti commerciali che riescono ad accomodare gli interessi locali a valle del commercio all’ingrosso controllato da operatori cinesi.

Non è un caso che molti degli studi più recenti stiano cominciando a spostare l’attenzione su questi aspetti societari, compiendo vere e proprie “etnografie” delle relazioni sino-africane o degli impatti sulle società dei progetti di sviluppo e/o restituendo una prospettiva storica a tali relazioni.

La maggiore articolazione (in termini di settori, modalità e attori) della cooperazione cinese con l’Africa porta a una riconsiderazione dei modelli di analisi prevalenti anche solo pochi anni fa e che insistevano su una sorta di grand design di Pechino che si traduceva in un nuovo scramble alimentato da una competizione quasi a somma zero tra la Repubblica popolare cinese e l’Occidente. Per dirla diversamente, la domanda fondamentale era se il nuovo protagonismo cinese nel continente che si manifesta a partire grosso modo dal 2000 andasse o meno a costituire una minaccia per la stabilità del sistema internazionale e/o per la sicurezza del continente africano.

 

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Con un po’ più di distanza sembra possibile affermare che, nonostante l’alto profilo politico che Pechino continua ad attribuire alle sue relazioni con l’Africa (a differenza di quanto avviene da parte dei leader occidentali) le relazioni con il continente appaiono motivate più da considerazioni pragmatiche, economiche e diplomatiche, che da una grande strategia geopolitica o geoeconomica.

Ricerca di mercati, opportunità di investimento, reperimento di materie prime, trasferimento di proprie tecnologie, ecc., sono alla base dell’espansione cinese in un’Africa nella quale i governi e gli operatori economici occidentali avevano lasciato negli anni Novanta non pochi spazi aperti. In proposito è forse utile notare che il commercio dell’Africa con il resto del mondo è aumentato con tutti i maggiori partner internazionali ma con ritmi diversificati: molto accelerati e intensi con la Cina (e l’India e altri paesi asiatici), più contenuti con Stati Uniti ed Europa.

Sul piano politico, l’interesse di Pechino a consolidare le sue relazioni diplomatiche nel mondo post-coloniale per prevenire il rischio dell’isolamento internazionale è altrettanto evidente. Ancora: l’uso di tipici strumenti di soft power, come la diffusione della lingua cinese attraverso la moltiplicazione degli Istituti Confucio o l’aumento delle borse di studio per studenti africani in Cina o l’istituzione di centri di formazione professionale e tecnica in Africa, non è necessariamente il sintomo di “un’offensiva tesa a una dominazione culturale”: si tratta di strumenti di politica estera piuttosto “normali” per una grande potenza mondiale quale è la Repubblica popolare cinese (e lo stesso potrebbe dirsi per gli strumenti di politica economica internazionale).

 

Relazione “win-win” o neo-colonialismo? Certamente un rapporto asimmetrico

Da un’angolazione di relazioni internazionali potrebbe quindi essere utile spostarsi verso una prospettiva che “normalizzi” l’attore Cina, la sua posizione e i suoi obiettivi nel continente. Tanto più se si tiene presente che in termini comparativi l’Africa occupa ancora una posizione abbastanza modesta nelle relazioni economiche esterne della Cina, e che si può prevedere che – dopo la crescita accelerata degli ultimi 10-15 anni – la cooperazione sino-africana andrà probabilmente a stabilizzarsi.

Sull’altro versante, va invece ricordato che Pechino è diventata un partner decisivo per il Continente. Si tratta di una asimmetria che rende strutturalmente debole la posizione dell’Africa verso la Cina ma anche verso i partner occidentali (Ue, Usa). Da questo punto di vista, e relativamente alla annosa questione se il modello di cooperazione cinese sia “win-win” oppure “neo-coloniale”, molto dipenderà dall’evoluzione delle modalità e delle forme di questa stessa cooperazione, che a loro volta risentono delle capacità dei singoli governi africani di elaborare proprie priorità nazionali (e regionali) e di negoziarle con l’esterno.

Diversi episodi negli ultimi anni hanno mostrato che Stati africani anche “deboli” sono stati in grado di negoziare i termini della loro cooperazione con Pechino, di rifiutarla quando non appariva conveniente e soprattutto di avanzare richieste che sono state prese in considerazione e spesso accolte dalla controparte (un esempio sono gli schemi di cancellazione del debito).

 

 

Maria Cristina Ercolessi è professore associato di Sistemi Politici e Sociali dell’Africa Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, coordinatore del Dottorato di Ricerca in Africanistica e presidente del corso di laurea magistrale in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa.

 

 



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