home chi sono archivio



Le fabbriche di iPhone
pronte a lasciare la Cina
La tecnoguerra con gli Usa
può rafforzare Pechino

La guerra dei dazi scatenata dall’amministrazione Trump sta costringendo le aziende che lavorano per Apple e altre big dell’elettronica a trasferire quote di produzione dalla Cina verso altri paesi asiatici. Ad annunciarlo ufficialmente sono state lo scorso fine settimana Foxconn e Pegatron, due multinazionali taiwanesi con decine di impianti nella Repubblica popolare alle quali i brand più famosi (tra cui Apple, Dell, HP…) da anni esternalizzano l’assemblaggio e parte della manifattura dei loro iconici gadget globali.

 

Foxconn – che con 1,3 milioni di dipendenti è il principale datore di lavoro del settore privato in Cina – investirà 213,5 milioni di dollari in un nuovo stabilimento in India, e ha acquistato un terreno di 250.000 metri quadrati nel parco industriale in Vietnam, nella provincia nordorientale di Bac Giang.

 

Liao Syh-jang domenica scorsa ha informato che “abbiamo iniziato le spedizioni dall’isola di Batam, in Indonesia, a gennaio”. Il direttore esecutivo di Pegatron ha aggiunto che “se il 1 marzo gli Stati Uniti decideranno di procedere con in nuovi dazi (dal 10% al 25% sull’importazione di merci cinesi per un valore di 200 miliardi di dollari, ndr), ciò avrà un impatto cruciale sulla velocità dell’ulteriore diversificazione da parte della compagnia”.

 

Queste imprese, che attualmente sfornano nella Repubblica popolare la stragrande maggioranza degli smartphone, degli e-reader, dei laptop… esportati nei mercati internazionali, si preparano dunque al peggio. Del resto il proprietario di Foxconn, Terry Gou, aveva chiarito mesi fa, alle prime schermaglie tra Washington e Pechino, che quello che la prima e la seconda economia del pianeta “stanno combattendo in realtà non è un conflitto commerciale, ma una guerra tecnologica, e una guerra tecnologica è anche una guerra per la manifattura”.

 

Ne sanno qualcosa a Zhengzhou, il capoluogo dello Henan ribattezzato “la città degli iPone”, dove i 350.000 operai del locale stabilimento Foxconn sono in grado di produrre fino a 500.000 smartphone al giorno, 350 al minuto. Da Zhengzhou arriva la metà degli iPhone che hanno fatto la fortuna di Apple. Secondo gli annunci di reclutamento del 2017, la multinazionale taiwanese corrisponde ai suoi operai un salario d’ingresso di 2.400 yuan (circa 310 euro) che con gli straordinari può arrivare fino a 4.000 yuan (circa 510 euro). Ma per effetto della guerra tecnologica negli ultimi due mesi – secondo quanto riferito da Nikkei Asian Review – a Zhengzhou non sono stati rinnovati i contratti in scadenza di oltre 50.000 operai.
Tuttavia, se il coltello dalla parte del manico sembrano averlo gli yankee, grazie all’uso della forza di reaganiana memoria messo in campo da Trump (e dai suoi consiglieri che dall’amministrazione Reagan vengono), è presto per dire chi l’avrà vinta.

 

Foxconn – che recentemente ha festeggiato i 30 anni di presenza in Cina – rimarrà comunque una presenza importante nel gigante asiatico. Se la guerra tecnologica proseguirà fino a spezzare le supply chain globali al centro delle quali il “socialismo con caratteristiche cinesi” aveva proiettato proprio la Cina – con la sua manodopera sottopagata, le sue esenzioni fiscali e i terreni concessi gratuitamente alle corporation -, è presumibile che queste ultime ricompattino l’intera filiera produttiva all’interno dei singoli mercati più promettenti. Ad esempio, Philips ha annunciato oggi lo spostamento di “centinaia di milioni” di produzione dalla Cina agli Usa, ma anche in senso contrario, dagli Usa alla Cina, per mitigare gli effetti della guerra dei dazi. “Si tratta di cambiamenti profondi nelle nostre supply chain – ha spiegato il CEO Frans van Houten -. Li implementeremo nella prima metà dell’anno, per mitigarne gli effetti netti su tutto il 2019”.

 

Produzioni rimpatriate, aree di libero scambio più piccole e frammentate, supply chain più corte. È la fine della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta dall’inizio degli anni Novanta e, ancor di più, dopo l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) nel 2001.

 

D’altro canto per Pechino lo spettro di non poter più disporre liberamente attraverso acquisizioni (sempre più scrutinate sia negli Usa che nell’Unione europea) e furto di proprietà intellettuale di quelle componenti e di quelle competenze (come, ad esempio, nel settore dei microchip) nelle quali è ancora indietro rispetto agli Usa, non potrà che accelerare la sua rincorsa, secondo quanto previsto da quel “Made in China 2025”, il piano strategico per sviluppare una manifattura avanzata tanto temuto da Washington.

 

In tal senso va letto un altro annuncio importante fatto da Foxconn il mese scorso, relativo un investimento da 60 miliardi di yuan (7,8 miliardi di euro) per la costruzione a Zhuhai (nella provincia del Guangdong) di uno stabilimento che – attraverso una joint venture tra la stessa Foxconn, il governo locale e Sharp – produrrà proprio semiconduttori.