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La locomotiva “internet plus”

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rapid urbanisation in china, surian soosay

 

L’esplosione dell’industria di internet e dello ecommerce in questo momento in Cina è possibile sentirla, toccarla con mano. A Pechino, ad esempio, grazie al proliferare delle app per chiamare i taxi è diventato molto più facile trovarne uno, e se hai bisogno di un servizio più veloce puoi offrire all’autista una mancia elettronica.

Se provi a pagarlo in contanti – come è capitato a me – il conducente ti fissa sbalordito e, subito dopo, ti domanda perché non sei attrezzato per il pagamento tramite telefono cellulare. Se vivi in una grande città come Pechino o Shanghai e ordini dei prodotti attraverso uno dei tanti siti di commercio elettronico, ti verranno consegnati nel giro di 24 ore.

Anche le Poste cinesi, l’ex carrozzone di Stato, sembrano essersi trasformate in un modello di efficienza per poter fronteggiare la feroce concorrenza di aziende private che operano nello stesso settore. Il settore dello ecommerce è cresciuto del 60% lo scorso anno e sta diventando rapidamente un nuovo pilastro della crescita in Cina.

 

 

Benvenuti nella nuova economia digitale della Cina. Mentre veniamo inondati da cattive notizie, con articoli sulle montagne di debiti in costante crescita, sul declino della produzione industriale e su un sistema bancario fragile che fatica a gestire i prestiti spericolati concessi nella fase più acuta della crisi finanziaria, corriamo il rischio di lasciarci sfuggire un settore cruciale dell’economia che ha il potenziale di trasformare il paese.

Pechino ha lanciato un’ambiziosa strategia denominata “internet plus” che, con l’aiuto di giganti tecnologici come Tencent e Alibaba, mira a trasformare l’economia. Di cosa si tratta esattamte?

 

Pony Ma, direttore e fondatore del colosso di mobile gaming e social media Tencent e tra i maggiori imprenditori del settore tecnologico del Paese, ritiene che l’essenza della strategia sia quella di incoraggiare la fertilizzazione incrociata tra l’industria di internet e i settori tradizionali dell’economia.

Ma descrive questa politica come: “Utilizzare internet per favorire l’aggiornamento delle industrie, creare nuovi prodotti, servizi e modelli di business e dar vita a un ecosistema completamente nuovo”.

In poche parole Pechino vuole che l’esplosiva internet locale, che già rappresenta il 4,4% del prodotto interno lordo (Pil) ed è più grande di settori omologhi negli Stati Uniti e in Germania, giochi un ruolo chiave nella trasformazione pianificata dell’economia cinese. La decisione di fare affidamento sul settore di internet per trainare la crescita economica è piuttosto ironica, dato che il governo cinese è tra i peggiori violatori della libertà di internet. Ma è interessante notare come quest’insistenza sull’esercizio del controllo non sembra aver avuto un grosso impatto sulla capacità del Paese di creare un’industria fiorente.

 

Ma questo argomento meriterebbe un articolo a parte.

 

Il successo della finanza internet e dello ecommerce –  due sviluppi precedenti di questa stessa era digitale – hanno spinto Pechino a iniziare a trattare l’industria di internet come un importante fattore di cambiamento per il futuro economico della Cina. Sul fronte del commercio elettronico Pechino è già in prima linea, e le vendite via web ammontano a circa il 10% delle vendite al dettaglio nel Paese. Secondo McKinsey, il suo valore complessivo è attualmente superiore a quello statunitense.

 

Il fondo monetario “Yu’ebao”, sostenuto da Alibaba, ha circa 200 milioni di utenti e controlla asset per 100 miliardi di dollari, il che lo rende uno dei principali money market fund del mondo. Alibaba è riuscita a imprimere questo sviluppo impressionante in due anni e questa sua innovazione sta minacciando le compassate banche cinesi.

Il futuro della strategia “internet plus” risiede nella capacità delle aziende tecnologiche cinesi e di altri settori di replicare il successo ottenuto dallo ecommerce e dalla finanza online. Il governo cinese vuole che la tecnologia di internet inondi quanti più settori possibile, e una delle sue principali priorità è il manifatturiero.

 

Il settore manifatturiero sta attraversando una fase critica nel momento in cui i suoi vantaggi tradizionali come il costo del lavoro e le materie prime a basso costo stanno evaporando, e soffre il vento contrario della riduzione della domanda dall’estero. Pechino ha presentato la strategia “Made in China 2025” per rivitalizzarlo. E il cuore di questo progetto è rappresentato dall’impiego di computer, di internet e delle tecniche di analisi basate su big data per la trasformazione dell’industria.

 

Circa il 30% delle grandi aziende cinesi ha completato la digitalizzazione delle sue linee di produzione. In questo modo la loro produttività potrà aumentare fino al 20%, i costi di produzione potranno essere ridotti del 20% e l’impatto delle loro emissioni scenderà del 10%, secondo lo Hainan Reform and Development Institute.

 

A seconda della velocità e dell’estensione della sua adozione, l’industria di internet potrà aggiungere fino all’1% di Pil dal 2013 al 2025, secondo McKinsey. Potrebbe trasformarsi in un’attività economica aggiuntiva tra 4 mila e 14 mila miliardi di yuan. Un valore complessivo maggiore di quello dell’intera economia australiana.

 

Anche se la Cina finora ha essenzialmente rincorso la rivoluzione industriale e quella della information technology, sembra che il governo e il settore industriale siano determinati a giocare un ruolo guida nel prossimo cambiamento rivoluzionario. La Cina sta mostrando i primi segnali di successo ma non è ancora chiaro fino a che punto le inadeguatezze istituzionali del paese e il regime di censura sempre più rigido possano costituire un ostacolo.

Il mio ottimismo sulla strategia “internet plus” è in qualche modo incrinato dal fatto che a Pechino non si può accedere a Gmail e a Wikipedia.

Se c’è qualcosa in grado di fermare la trasformazione della Cina, sono i suoi ideologi e censori.

 

 

Tratto da China Spectator