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Guai a chi tocca la Cina:
l’orgoglio nazionale
nel rap di Chengdu
e nel proclama di Xi

Domenica scorsa, Lil Pump ha postato la video anteprima del suo singolo “Butterfly Doors”. “Quando mi faccio uno spinello mi chiamano Yao Ming, perché i miei occhi scendono in basso (ching chong!)”, canta il diciottenne rapper Usa di origini colombiane tirandosi giù le palpebre mentre pronuncia il dispregiativo riservato agli asiatici nel mondo anglosassone.

 

Chengdu Revolution – la band hip hop che in passato ha lavorato per la Lega della gioventù, l’organizzazione giovanile del Partito comunista – non l’ha presa bene e, nel giro di quarantott’ore ha pubblicato l’inequivocabile “F*** Lil Pump”, apparsa ieri su Youku, lo YouTube cinese. “Ti comporti come un razzista bianco/Abbi rispetto per te stesso, hai sofferto/Ignori la storia/Voi siete una nazione di immigrati, se non ci credi dai uno sguardo a quegli indiani”. “Capelli neri, pelle gialla/Cina, Cina! Siamo asiatici, siamo asiatici!” esulta la replica canora di CD Rev.

 

Il tutto mentre da quarantott’ore migliaia di cinesi affollano il profilo Instagram di Lil Pump pretendendo le scuse dell’artista statunitense. E con gli Higher Brothers, un altro gruppo di Chengdu (il principale polo, assieme a Taiwan, del mandarin-rap), in questi giorni in tour negli States, che promettono al collega americano: “Remixeremo la tua canzone dedicandoti un po’ di insulti”.

 

Nelle stesse ore in cui la caricatura di Yao Ming finiva nelle strofe offensive di Lil Pump, il più famoso tra i giocatori di basket cinesi veniva insignito da Xi Jinping dell’onorificenza di “Pioniere delle riforme”, per il contributo dato alla quarantennale stagione di apertura del Paese al capitalismo.

 

“Nessuno è nella posizione di ordinare al popolo cinese cosa fare o cosa non fare” ha avvertito ieri dalla Grande sala del popolo di Pechino il presidente cinese celebrando l’anniversario dell’inizio delle riforme di Deng Xiaoping.

 

Senza mai citare Donald Trump né le politiche dell’Amministrazione statunitense, Xi si è giocato la carta dell’orgoglio nazionale per puntellare l’azione del suo governo nel momento di massima difficoltà da quando, sei anni fa, venne eletto segretario generale del Partito comunista.

 

A rovinare la festa alla leadership di Pechino è la concomitanza di difficoltà interne e internazionali. Sul primo fronte, gli analisti cinesi prevedono un ulteriore rallentamento della crescita, che nel 2019 dovrebbe far registrare un 6-6,5%. Tassi invidiabili per Europa e Stati Uniti; un limite al di sotto del quale è pericoloso avventurarsi se – come dicono a Pechino – l’economia cinese “è come un elefante in bicicletta: se rallenta troppo cade e fa tremare la terra”.

 

Per quanto riguarda la guerra dei dazi, la leadership si prepara a fare concessioni nei negoziati in corso con gli Usa, ma sa bene che quella messa in campo dall’Amministrazione Trump è una vera e propria strategia di contenimento che va oltre il conflitto commerciale, per esercitare contro Pechino una forte pressione economica, diplomatica, militare.

 

Xi ieri ha sostenuto che “per far avanzare le riforme e l’apertura di un paese con 5.000 anni di civilizzazione e 1,3 miliardi di abitanti non esistono libri di testo con regole auree né insegnanti che possano essere arroganti con il popolo cinese”.

 

“Dobbiamo essere determinati nel riformare ciò che deve e può essere cambiato – ha aggiunto nel suo intervento di un’ora e mezzo – e dobbiamo essere determinati nel non riformare ciò che non deve e non può essere cambiato”. Al primo posto della lista degli intoccabili c’è – manco a dirlo – il Partito unico al governo dal 1949 che, in una fase di pericoli che Xi ha definito “inimmaginabili”, deve continuare a guidare il Paese più popoloso del mondo. Secondo il presidente cinese, gli ultimi quattro decenni di successi della Cina dimostrano anzitutto questo: che il Pcc è insostituibile.

Xi ha messo le mani avanti affermando che continuare il cammino delle riforme e dell’apertura al mercato non sarà facile, e che in futuro “potremo perfino incontrare un inimmaginabile, terrificante maremoto e tempeste spaventose”.

Il presidente ha assicurato che “rafforzeremo lo sviluppo dell’economia statale, mentre continueremo a guidare quella privata”.

Il piano decennale “Made in China 2025” con il quale Pechino punta a portare la sua manifattura al livello di quella dei paesi avanzati e i sussidi statali che lo alimentano non si toccano: Trump saprà farsene una ragione?

 

La Nuova era aperta da Xi col XIX Congresso del Partito si nutre anche di orgoglio nazionale, che attinge da una civiltà millenaria, da un presente di successo (dal quale è stata rimossa la Rivoluzione culturale) e che prospetta un futuro in cui tutti i cinesi avranno “una vita migliore”, come promette Xi.

E se gli Stati Uniti continueranno a voler contenere l’ascesa della Cina o a mettere nell’angolo la sua leadership? Intanto, nello stesso giorno, le risposte dei rapper a Lil Pump e il discorso di Xi nella Grande sala del popolo ci hanno ricordato che aria tira a Pechino.