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La Cina punta sul 2023
per la ripresa economica,
ma pesa l’incognita Covid

Le misure per stimolare la crescita che in Cina, secondo le ultime stime della Banca mondiale, nel 2022 si fermerà al 2,7% (tra i tassi più bassi della storia della Repubblica popolare cinese) sono state al centro dei due giorni della conferenza sul lavoro economico che si è chiusa venerdì 16 dicembre a Pechino. La riunione nella quale la leadership cinese traccia l’agenda economica del nuovo anno si è svolta in un clima di grande incertezza. Sono al momento imprevedibili le ripercussioni dell’improvviso abbandono della politica “contagi zero”. Strade, scuole e negozi delle principali metropoli si sono svuotati per il boom dei contagi, mentre gli ospedali non riescono a contenere l’afflusso di ammalati di Covid, ricoverati sulle barelle o a terra in corsia. 

 

Nello stesso tempo si fa sempre più duro l’embargo di Washington sulle tecnologie più avanzate, con l’amministrazione Biden che ha appena aggiunto il produttore di memorie Ymtc e altre 21 compagnie di microchip e intelligenza artificiale alla lista nera delle aziende cinesi alle quali gli Stati Uniti proibiscono la vendita di componentistica.  

 

Il comunicato diffuso al termine della conferenza avverte che «le basi della ripresa economica non sono ancora stabili e stiamo affrontando una triplice pressione a causa della contrazione della domanda, degli shock dell’offerta e delle aspettative deboli» e, inoltre, gli «impatti delle acuite turbolenze esterne» (rivalità con gli Usa e rischi di recessione globale, ndr). Il documento sottolinea «la necessità di rafforzare la politica di bilancio proattiva per mantenere l’intensità di spesa necessaria, nonché una politica monetaria prudente e un maggiore coordinamento delle politiche per promuovere una crescita di alta qualità».

 

Uno studio pubblicato dall’Università di Hong Kong prevede fino a 1 milione di morti in Cina se Pechino non affronterà al meglio la repentina rimozione di controlli, tracciamento e limitazioni alla mobilità della popolazione. La leadership ha promesso una transizione “tranquilla” dalle vecchie alle nuove regole. Il governo ha autorizzato un quarto ciclo di vaccinazioni e un secondo richiamo per gli anziani e le persone fragili, mentre stanno aprendo a ritmo serrato le “cliniche per la febbre” e Pfizer ha firmato un accordo per vendere in Cina il suo antivirale Paxlovid. La sensazione è però che sia stato fatto troppo poco, troppo tardi. L’impressione è che il governo si sia reso conto solo negli ultimissimi mesi dei danni che “contagi zero” stava arrecando all’economia e che di conseguenza – dopo quasi tre anni di chiusure – sia stato costretto a ordinare una repentina, completa riapertura del paese.

 

La priorità – prosegue infatti il comunicato della conferenza sul lavoro economico – è quella di «ripristinare ed espandere i consumi interni». Che però i cinesi, in particolare in questi tempi incerti, continuano a limitare al massimo: le spese sono concentrate su generi di prima necessità e farmaci, mentre chi può mette da parte denaro (i risparmi delle famiglie hanno toccato i 2.200 miliardi di dollari, pronti – quando arriverà il momento – a imprimere un forte rimbalzo ai consumi). 

 

Il mese scorso le vendite al dettaglio sono calate del 5,9% rispetto a novembre 2021. A contribuire all’incertezza è anche la disoccupazione, al 5,7% il mese scorso, ma al 17,1 per cento nella fascia di età 16-24. I consumi interni in Cina hanno senz’altro margini di crescita (nel 2021 ammontavano al 54,5% del prodotto interno lordo) tuttavia l’attitudine al risparmio delle famiglie rappresenta un “problema” strutturale, non legato alla congiuntura Covid: i soldi si conservano per l’istruzione dei figli, in vista di spese presso strutture sanitarie private, per rimpolpare pensioni insufficienti a garantire una vecchiaia dignitosa. Fino a quando lo stato non riuscirà a garantire servizi e welfare da primo mondo, è altamente improbabile che – anche con alti tassi di crescita – i consumi possano aumentare in maniera costante e significativa. 

 

Tra i punti più dolenti c’è il mercato immobiliare (che rappresenta il 20% del Pil e il 40% del gettito fiscale), scosso alle fondamenta dalla crisi del colosso Evergrande. Per risollevarlo, saranno aboliti molti dei limiti voluti da Xi per ridurre bolle e speculazioni: saranno allentate le restrizioni al numero – che ora viene definito “ragionevole” – di appartamenti acquistabili da ogni cittadino, e ridotti i tassi su mutui e caparre.

 

L’agenzia Xinhua ha annunciato un aumento dei grandi investimenti infrastrutturali (106 quelli già approvati, per un valore di circa 200 miliardi di euro) in energia, trasporti, logistica, 5G, intelligenza artificiale, big data e nella manifattura avanzata.

 

Per sostenere la spesa – mentre a novembre gli investitori stranieri, per il decimo mese di fila, hanno ridotto la loro esposizione in bond cinesi – lunedì 12 dicembre il ministero delle finanze ha immesso sul mercato buoni del tesoro speciali triennali a tasso fisso per un valore di 750 miliardi di yuan (100 miliardi di euro). 

Il rapporto deficit/Pil andrà oltre il 3,2 per cento del 2022.

«Piuttosto che seguire gli Stati Uniti o l’Europa – ha affermato l’ex consigliere della banca centrale, Fan Gang -, possiamo continuare a tagliare il nostro tasso di interesse o il coefficiente di riserva obbligatoria. Possiamo continuare a utilizzare politiche espansive per finanziare la nostra crescita».

Un ottimismo che deriva dalla convinzione che la seconda economia del pianeta abbia basi solide: un enorme mercato interno, filiere industriali complete, spazio di manovra monetario e fiscale.

 

Il governo ha appena pubblicato un documento – in linea con la strategia della “doppia circolazione” promossa da Xi – che ribadisce l’obiettivo di sostenere la domanda interna e aprire ulteriormente l’economia al capitale straniero per creare quello che il governo ha definito un “campo gravitazionale di risorse internazionali di fascia alta”. Il progetto – recita il comunicato del governo – punta a contrastare «l’unilateralismo, il protezionismo e il bullismo» rafforzando il mercato e le filiere produttive della Cina, collegando in maniera più stretta il mercato interno a quelli internazionali, in maniera tale che le economie avanzate (in primis quella statunitense) non possano separarsene.  

 

Il pacchetto di misure discusse durante la conferenza sul lavoro economico (che verranno varate nelle prossime settimane e ufficializzate durante l’Assemblea nazionale del popolo di marzo 2023) prevede, tra l’altro: misure di sostegno finanziario per le piccole e micro imprese (particolarmente colpite dalle chiusure anti-Covid); la “ottimizzazione” delle misure anti-Covid, per concentrarle su anziani e persone fragili; la ripresa dei consumi interni sia dei cittadini (soprattutto nel settore delle ristrutturazioni immobiliari, dell’auto e della cura degli anziani) sia attraverso politiche di stimolo che favoriscano gli investimenti infrastrutturali; l’aumento di spesa per la ricerca e sviluppo di nuove tecnologie, tra le quali i semiconduttori e l’intelligenza artificiale; un sostegno, esplicito e caloroso, all’imprenditoria privata, in controtendenza rispetto agli ultimi due anni in cui alcuni settori avevano subìto una stretta regolatoria da parte del governo; sostegno agli investimenti esteri; razionalizzazione del settore immobiliare.

 

Domenica scorsa, il nuovo segretario di partito della provincia dello Zhejiang ha visitato il quartiere generale di Alibaba, nel capoluogo Hangzhou. Il 10 aprile 2021, l’antitrust aveva appioppato una multa da 2,7 miliardi di dollari al colosso del commercio elettronico che, il 3 novembre 2020, era già stato costretto a rinunciare all’offerta pubblica iniziale del suo braccio finanziario Ant Group, con la quale era pronta a raccogliere 37 miliardi di dollari nelle borse cinesi. Provvedimenti contro la “espansione disordinata del capitale” del tutto simili a quelli presi contro altri giganti dell’high-tech, che avevano provocato il licenziamento e le dimissioni di centinaia di migliaia di dipendenti. Ora invece Yi Lianhong, ha invitato la compagnia fondata da Jack Ma a «sforzarsi di essere uno modello di sviluppo innovativo». La conferenza sul lavoro economico ha promesso il sostegno del governo alle big tech, invitate a «mostrare pienamente le proprie capacità» per favorire la crescita, la creazione di posti di lavoro e la concorrenza internazionale. Il tentativo è quello di far tornare gli investitori globali a scommettere su compagnie che – come Alibaba – hanno perso fino a due terzi del loro valore azionario (a Wall Street come ad Hong Kong) a causa dei timori suscitati dai  provvedimenti regolatori voluti di Xi, percepiti come un attacco al capitale privato.

 

Mentre si ipotizza la completa riapertura delle frontiere della Cina dal prossimo 3 gennaio (con una quarantena fiduciaria 0+3 per gli stranieri), i manager cinesi hanno ripreso a viaggiare all’estero per ristabilire i contatti con i loro clienti, alcuni dei quali però – soprattutto negli Stati Uniti e in Europa – hanno diversificato l’import per la inaffidabilità delle catene di approvvigionamento cinesi durante quasi tre anni di chiusure. Ora però il governo scommette proprio sull’economia privata (e sui tradizionalmente deboli consumi interni, che dovrà trovare il modo di sostenere), a cui promette parità di trattamento rispetto a quella statale, per la ripartenza nel 2023. Del resto il settore privato genera il 60 per cento del Pil, oltre il 50 per cento del gettito fiscale e offre circa l’80 per cento degli impieghi urbani.

 

A questa seconda inversione a U (contemporanea all’abbandono di “contagi zero”) ha contribuito la nascita, con il XX congresso del partito (16-22 ottobre 2022), di una leadership meno ideologica rispetto a quelle partorite dal XVIII e dal XIX, con la presenza, tra i sette membri del comitato permanente dell’ufficio politico (il governo, di fatto, della Cina) di due “tecnici” che aiuteranno Xi nell’affrontare i nodi sempre più ingarbugliati dell’economia cinese.

 

Si tratta di Li Qiang, un esperto di new economy, e Li Xi, ex responsabile dello sviluppo tecno-industriale, della politica commerciale, della riforma economica e dell’integrazione regionale dell’Area della Grande baia.

 

Sull’importanza di ridare ossigeno alle big dell’high-tech il governo si è espresso con un documento che sostiene la necessità di stimolare la domanda interna per i prossimi 13 anni: nel testo viene sottolineata la centralità dei «nuovi tipi di consumo» e la necessità di dare «sostegno alle società di piattaforme e al settore dell’istruzione online» rese di mira negli ultimi due anni.

 

Michelangelo Cocco è autore di “Xi, Xi, Xi – Il XX Congresso del Partito comunista e la Cina nel mondo post-pandemia” (Carocci editore, 2022).