Economia

Tra dazi e crisi globale,
dove va l’acciaio?




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steel, Thanasis Anastasiou

 

L’eccesso di capacità produttiva costituisce un problema per tutti i paesi produttori di acciaio. Il prezzo corrente del minerale di ferro è sceso da 130 dollari per tonnellata secca all’inizio del 2014 a 60 dollari per tonnellata secca il mese scorso. Gli iper-investimenti nella siderurgia, combinati con la mancanza di una domanda forte, hanno prodotto l’attuale situazione. Essendone il principale produttore mondiale, la Cina non può sottrarsi alle sue responsabilità all’interno del mercato globale dell’acciaio.

 

Dieci anni fa, la Cina stabilì il suo progetto di aggiustamento economico strutturale con il Rapporto 2005 della National Development and Reform Commission, che pose un’enfasi particolare sull’industria dell’acciaio. Quel piano mirava chiaramente a “sviluppare l’industria del ferro e dell’acciaio per renderla capace di competere a livello internazionale per soddisfare soprattutto la domanda dell’economia nazionale e lo sviluppo sociale in termini di quantità, qualità e varietà”. L’articolo 1 di quel documento aggiungeva che “l’industria cinese del ferro e dell’acciaio potrebbe arrivare a competere con quelle delle economie avanzate, in modo che la Cina possa diventare sia un grande produttore di ferro e acciaio sia una grande potenza nella competizione globale”.

 

Quel piano era in linea con l’idea del governo di modernizzare l’infrastruttura del paese, le industrie delle costruzioni e il settore manifatturiero. Nel 2006, la Cina era diventata il principale esportatore di acciaio per volume, con un balzo dal quinto posto occupato un anno prima. Di conseguenza, la produzione globale di acciaio nell’ultimo decennio è raddoppiata da circa 800 milioni di tonnellate a 1.600 milioni di tonnellate all’anno, principalmente per l’impatto della Cina, che rappresenta circa la metà della produzione globale.

L’ira di Pechino per i dazi varati dalla Ue sull’import di acciaio cinese →

 

Attualmente, la Cina è in grado di vendere acciaio a un prezzo più basso di qualsiasi produttore sul mercato. Una caratteristica unica del mercato cinese dell’acciaio è quella di essere dominato da aziende di Stato (SOE). Le fabbriche cinesi continuano a mantenere un alto livello di produzione di acciaio invece di chiudere, nonostante producano in perdita. Come la maggior parte delle aziende dalle tasche profonde sostenute dal governo, il loro obiettivo è di massimizzare i fatturati piuttosto che i profitti: più alti sono i fatturati delle acciaierie, più alti sono i tributi incassati dai governi locali. Anche se non è facile avere accesso ai dati, gli analisti sostengono che i sussidi governativi per l’energia sono responsabili dell’eccesso di capacità dell’acciaio cinese.

Questo eccesso di capacità è diventato un problema quando il governo cinese ha deciso di abbandonare il modello di crescita trainata dagli investimenti. Con lo scoppio della bolla immobiliare, la domanda interna è calata. Ciò ha spinto le acciaierie statali a esportare il loro surplus nei mercati esteri. Di conseguenza, anche a livello globale hanno iniziato a scendere. Molti paesi hanno avviato misure per proteggere la loro industria dell’acciaio imponendo dazi anti-dumping o di compensazione. Tra questi: gli Stati Uniti, l’Unione Europea, l’India e il Brasile.

Per la siderurgia indiana è diventato sempre più difficile competere: sono aumentate le importazioni, mentre Tata Steel ha annunciato il suo piano di ritiro dalla Gran Bretagna

La ricetta per il disastro è stata completa quando, assieme al cambiamento di modello economico, sono state varate restrizioni al credito bancario in Cina. I trader di acciaio non hanno avuto altra scelta che vendere le loro scorte nel mercato depresso, perché le banche hanno rifiutato di estendere i prestiti. La Authority bancaria cinese ha sostenuto che i trader di acciaio avevano preso enormi prestiti per investirli illecitamente nel settore immobiliare o nel mercato finanziario. Ciò ha lascito le banche con crediti in sofferenza in quanto i trader avevano usato l’acciaio come collaterale per ottenere i prestiti.

Nell’aprile scorso fu organizzato un simposio della OECD sull’acciaio nel corso del quale la delegazione cinese sostenne che la debolezza della domanda a partire dalla crisi finanziaria del 2008-2009 ha rappresentato la “causa fondamentale” dell’eccesso di capacità produttiva di acciaio e che questi squilibri devono essere corretti attraverso la cooperazione globale. Da quel momento la Cina ha chiuso qualche fabbrica ed è stato scongiurato un surplus globale. Pechino ha anche promesso che, durante il periodo del 13° Piano quinquennale (2016-2020), taglierà la produzione di acciaio di 100-150 milioni di tonnellate, il che vorrà dire trovare un lavoro alternativo a 500.000 persone.

 

Per paesi come l’India, lo scenario globale dell’acciaio ha significato una riduzione degli investimenti nel settore che ha danneggiato lo sviluppo infrastrutturale del Paese. Soltanto recentemente il divieto di cinque anni per le attività estrattive è stato rimosso negli stati di Karnataka, Goa e Odisha. Paradossalmente ciò è coinciso con il crollo globale dei prezzi. Mentre le importazioni hanno raggiunto il record di 15 milioni di tonnellate nel 2014-2015, da 3,2 milioni di tonnellate del 2013-2014. Per le aziende indiane produttrici di acciaio è diventato sempre più difficile rimanere competitive. Tata Steel ha annunciato il suo piano di ritiro dalla Gran Bretagna e ha riportato perdite nette per 447 milioni di dollari nel primo trimestre chiuso nel giugno 2016.

 

Fattori d’incertezza globale come le prossime elezioni statunitensi, il debito europeo e le condizioni di finanziamento restrittive continuano ad affliggere l’industria dell’acciaio. Ma il risvolto positivo è che l’economia cinese sta ancora crescendo, anche se non più a doppia cifra. Lo sviluppo delle infrastrutture è ancora in corso, così come l’urbanizzazione, che gioca sempre un ruolo importante per la crescita. Che si tratti della One Belt One Road o di ferrovie, tutti questi progetti hanno bisogno di acciaio.

 

 

Tratto da EASTASIAFORUM
Alka Chadha è Visiting Assistant Professor presso lo Indian Institute of Management Tiruchirappalli



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