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Investimenti e geopolitica,
Pechino tifa “remain”

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Shiny, Laurence Edmondson

 

Londra e Pechino sono due capitali molto lontane, geograficamente nonché culturalmente e politicamente, tuttavia la leadership del Partito comunista cinese (Pcc) ha seguito con estrema attenzione lo storico referendum britannico del 23 giugno e continuerà ad osservarne molto da vicino le conseguenze. E, non c’è dubbio, il presidente Xi Jinping e compagni hanno “tifato” per “remain”, affinché il Regno Unito resti nell’Unione Europea.

 

Anzitutto per una considerazione strategica: il Partito comunista cinese (Pcc) è favorevole a una Ue con un discreto livello di unità, che dia forma a un blocco più autonomo da quello statunitense, in un mondo finalmente multipolare. E un’Unione senza Londra sarebbe non sono più debole, ma rischierebbe di perdere altri pezzi. All’interno di questo blocco, la Cina ha costruito, in tempi recentissimi, un rapporto privilegiato proprio con la Gran Bretagna (oltre a quello, di vecchia data, con la Germania) che – secondo gli strateghi del Pcc – dovrebbe permetterle, tramite Londra, di avere maggiore peso negoziale nei rapporti con Bruxelles.

 

Un disegno che, finora, ha ottenuto un certo successo: basti pensare che Londra è l’unica importante capitale dell’Unione che appoggia “senza se e senza ma” la concessione a Pechino dello status di “economia di mercato” da parte dell’Ue, che favorirebbe le esportazioni cinesi nel Vecchio continente e ridurrebbe la possibilità dei 28 Stati membri di difendersi ricorrendo ai meccanismi anti-dumping.

 

Nel corso della visita di Stato nel Regno Unito dell’ottobre scorso, Xi dichiarò che “la Cina spera di vedere un’Europa prospera e un’Unione Europea unita, e che la Gran Bretagna, membro importante dell’Ue, possa svolgere un ruolo ancora più positivo e costruttivo nel promuovere e rafforzare i legami Cina-Ue”. Una presa di posizione netta (a pochi mesi dal referendum), inusuale per una leadership compassata come quella cinese, ufficialmente fedele al principio di non interferenza negli affari degli altri paesi.
Oltre quest’interesse geopolitico di fondo, c’è la questione (a esso collegata) del rapporto bilaterale tra Cina e Regno Unito, che il governo conservatore britannico – grazie alla spinta determinante del ministro delle finanze George Osborne – ha elevato a un livello inedito lo scorso ottobre, nel corso della visita ufficiale a Londra del numero uno del Pcc. In quell’occasione i due paesi hanno siglato accordi per oltre 60 miliardi di euro e nel 2015 la Gran Bretagna è stata la seconda destinazione degli investimenti cinesi in Europa, dopo l’Italia (dove la quasi totalità degli investimenti di Pechino è stata però assorbita dall’affare Pirelli-ChemChina).
Un editoriale pubblicato il fatidico 23 giugno 2016 dal Quotidiano del popolo ricorda che “il Regno Unito è secondo solo alla Germania per quanto riguarda il commercio tra la Cina e i paesi dell’Ue”. “Secondo un report pubblicato da Bank of China – sottolinea l’organo ufficiale del Comitato centrale del Pcc – (in caso di brexit) la Cina perderebbe un importante strumento per promuovere il libero commercio tra la Repubblica popolare e l’Europa e anche i futuri negoziati su accordi di libero scambio risulterebbero in salita”.

 

Finanza e geopolitica al centro delle attenzioni della Cina di Xi Jinping per il Regno Unito: Pechino vuole spingere sull’acceleratore dell’internazionalizzazione dello yuan e spera in un’Unione europea più liberista grazie all’influenza di Londra. Una scommessa resa più rischiosa dall’acuirsi della crisi economica nel Vecchio continente

 

Inoltre la piazza finanziaria di Londra rappresenta un pilastro del tentativo di internazionalizzazione dello yuan e, conclude il giornale, “poiché la brexit minaccerebbe la posizione di Londra come principale hub finanziario europeo, potrebbe danneggiare anche il progetto di una Cina come potenza globale”. L’internazionalizzazione della sua valuta nazionale rappresenta uno degli obiettivi chiave della Cina di Xi Jinping e prevede, tra l’altro, l’emissione di bond in yuan sulle principali piazze europee, uno dei tanti passaggi per arrivare a un nuovo ordine finanziario multipolare che rimpiazzi quello (Fondo Monetario Internazionale – Banca Mondiale) uscito, nel secondo dopoguerra, dalla conferenza di Bretton Woods. A tal proposito è importante ricordare che è stata la Gran Bretagna (ricompensata con la vice presidenza della Banca, attribuita al britannico Danny Alexander) a pronunciare il “rompete le righe” che diede il via all’ingresso dei paesi europei nella Asiasn Infrastructure Investment Bank a guida cinese, contrariamente ai desiderata di Washington.

 

 

Più difficile valutare l’impatto dell’eventuale uscita dall’Ue sull’export cinese in Gran Bretagna, il 3% del totale delle esportazioni cinesi, una cifra non sufficiente ad assestare un duro colpo alla seconda economia del pianeta secondo il Beijing Morning Post, anche perché – per effetto di un’eventuale brexit – Londra potrebbe scegliere di intensificare gli scambi con paesi extraeuropei come la Cina.

 

I capitali cinesi negli ultimi tempi sono entrati in alcuni dei brand più rappresentativi del Regno Unito, dall’aeroporto internazionale di Heatrow, agli snack Weetabix, passando per i mitici taxi della capitale e la casa automobilistica MG. Investimenti strategici che mirano ad acquisire tecnologia e know-how a vantaggio delle aziende cinesi soprattuto lungo gli anelli della catena del valore nelle quali queste ultime sono più deboli (progettazione, marketing, assistenza post vendita). John Zai, un investitore di Shanghai a capo di un fondo che ha investito massicciamente in Gran Bretagna, alla Bbc ha spiegato così il nocciolo della questione: “Se combiniamo la tecnologia e le idee europee con i soldi cinesi, sarà meraviglioso”. Ma se Londra uscirà dall’Ue, agli investitori come Zai provocherà un sacco di problemi, perché “la nostra piattaforma di investitori collega la Cina e l’Europa, non la Cina e il Regno Unito o la Cina e Londra”.

 

 

Insomma dal modo in cui Londra starà o non starà più nell’Ue dipendono interessi cinesi enormi che, in caso di brexit, potrebbero proiettare la loro ombra sulla politica interna di Pechino. Xi Jinping ha puntato molto sull’innalzamento della partnership con Londra. E, come sottolineato dalla Bbc negli ultimi giorni, un’uscita del Regno Unito dall’Unione europea potrebbe convincere il suo entourage che il presidente ha puntato sul cavallo sbagliato.