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“Nuova e coraggiosa”, la Repubblica popolare di Francesco Sisci

at the monument #2, robert croma

 

L’ultima fatica di Francesco Sisci è uno ebook sulla Cina che, ci spiega il giornalista che nella sua carriera pechinese ha lavorato per Ansa, La Stampa e Il Sole 24 Ore, “vuole essere anche una riflessione su di noi”. “La Cina ha osato cambiare – sostiene Sisci – e si tratta in molti casi di mutamenti dolorosi -, che hanno un impatto globale, stanno cambiando il mondo”. In “A Brave New China” le origini e gli sviluppi di questi cambiamenti vengono analizzati in profondità, grazie all’esperienza maturata da Sisci in anni di lavoro nella Repubblica popolare, dove è stato studente di cinese classico, prima, e in seguito corrispondente di lungo corso. “Noi dovremmo a nostra volta cambiare, studiare di più la Cina, imparare dalla Cina – continua Sisci, ora professore al Centro di studi europei dell’Università del popolo della Cina (Renmin Daxue) a Pechino -. Non voglio dire che questo paese sia un modello e che si debba diventare cinesi. Però un po’ cinesi lo dobbiamo diventare, dobbiamo capire perché qui le cose funzionano, e non si tratta solo dell’efficienza del Partito comunista”. “Noi – ci dice Sisci rispondendo al telefono alle domande di cinaforum – tutta quest’operazione non abbiamo cominciato a farla. L’Occidente un po’ riposa sugli allori e un po’ sogna che la Cina prima o poi crollerà, che questo incubo quindi sparisca da solo. Entrambe le opzioni sono sbagliate e pericolose”.

 

C’è chi sostiene che la Cina sia un paese in profonda trasformazione, e chi invece parla di un cambiamento “gattopardiano”, finalizzato solo al mantenimento al potere del Partito comunista…  

Di veri e propri eventi in Cina se ne verificano pochi: la repressione di piazza Tiananmen 25 anni fa, quella del movimento Falun Gong 15 anni fa, l’arresto dell’ex membro del politburo Bo Xilai un paio d’anni fa. La grande cronaca qui la hai una volta ogni morte di papa, quella quotidiana invece è una serie infinita di annunci ufficiali, di proclami: come giornalista, si corre il rischio di confezionare una specie di Pravda. Poi però, se guardi in profondità, ti accorgi che negli ultimi dieci anni – pur in assenza di grandi eventi – le cose in Cina sono cambiate davvero. Al contrario, in Italia, e più in generale in Europa, nell’ultimo decennio i mutamenti sono stati minori, forse addirittura assenti. La Cina non è un’ondata che ti travolge, ma una marea che monta lentamente e che alla fine cambierà tutto. Il panorama internazionale, sotto la spinta di questo paese, sta cambiando in maniera molto radicale. Anni fa lessi un libro intitolato “Things Chinese”, un testo bizzarro che raccontava la Cina della fine dell’Ottocento, completamente diversa da quella che era sotto i miei occhi negli anni Ottanta-Novanta. Sembrava di leggere un’opera sulla storia dei romani o dell’antica Grecia: differenze strabilianti nelle cerimonie nuziali, così come nelle funzioni funebri (entrambe in passato molto elaborate), nel senso del tempo, nell’abbigliamento, nell’architettura e così via. I nostri nonni italiani invece vestivano, abitavano e avevano usi e costumi estremamente simili ai nostri. In Cina no, qui c’è stata una rivoluzione totale che, peraltro, non è ancora finita…

 

Ma non trova che si tratti essenzialmente di un processo di occidentalizzazione? Se le cose stanno così, dov’è la rivoluzione?

La rivoluzione sta nel fatto che i cinesi non erano occidentali. La rivoluzione è “Rocco e i suoi fratelli”: i migranti che dalla Lucania sono catapultati a Milano e perdono la testa… una famiglia tutta sbandata. Bè, l’esperienza raccontata nel film di Luchino Visconti è un milionesimo rispetto a ciò che è capitato negli ultimissimi decenni ai cinesi. Un’occidentalizzazione non si riflette solo nel passaggio dall’agricoltura all’industria, ma è molto di più, è un mondo che è completamente diverso. Si tratta di un processo che porta i cinesi in teoria a essere più simili a noi, anche se, in pratica, restano profondamente diversi, e gli stessi cinesi guardano se stessi – e noi guardiamo loro – attraverso le categorie passate, la Cina antica, la Rivoluzione culturale. Siamo al punto in cui loro hanno difficoltà a guardarsi – e noi abbiamo difficoltà a guardarli – per quello che stanno diventando, sia perché stiamo parlando di un cambiamento senza precedenti, sia perché sono ancora in mezzo al guado, non sanno dove andranno a finire.

 

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una protesta, quella di Hong Kong, che guarda chiaramente a occidente e che tuttavia, nella Cina continentale, non ha avuto alcun seguito. Come se lo spiega?

Quella di Hong Kong è una sfida senza precedenti, per tanti motivi. D’altro canto anche la risposta del governo è altrettanto inedita. Pechino non aveva una risposta nel taschino, una reazione prestabilita per arginare le proteste studentesche di Hong Kong. Ha reagito elaborando una reazione man mano che la protesta dei giovani hongkonghesi andava avanti.

 

Parliamo delle forze che stanno cambiando il paese… negli ultimi trent’anni il capitale straniero ha investito in Cina facendogli svolgere il ruolo di “fabbrica del mondo”. Ora c’è un capitale cinese che investe massicciamente anche all’estero. Dove porterà la Cina questa nuova forza?

Finora abbiamo visto all’opera i capitali delle aziende di stato (State Owned Enterprises – SOE). Adesso è il momento di quelli privati, Jack Ma (il fondatore di Alibaba, ndr) e compagni, i nuovi imprenditori privati di successo. Probabilmente questi businessmen avranno un ruolo sempre più rilevante a livello globale. Stiamo parlando di gente che fino a poco tempo fa contava pochissimo e che ora il governo sta spingendo a diventare sempre più grandi. Si tratta di un fenomeno molto importante: come abbiamo visto salire i grandi capitalisti americani, ora ci troveremo di fronte quelli cinesi. Quello a cui abbiamo assistito finora – in termini di acquisizioni all’estero, espansione delle loro aziende – non è che il timido inizio. La Cina continuerà a crescere e, nell’ambito di questa ascesa, i capitali privati conteranno sempre di più. Anche questo contribuirà a cambiare il paese, perché questi imprenditori privati hanno logiche molto diverse da quelle delle aziende di Stato, dalle quali si distingueranno anzitutto per un’efficienza molto maggiore.

 

La campagna anti-corruzione è più una prosecuzione della lotta di potere iniziata col 18° congresso del Pcc, o risponde alle necessità di un paese in cui il malaffare aveva raggiunto livelli insostenibili?

Si tratta di una campagna a due facce: da un lato c’è quella della eliminazione politica dei nemici, ma è anche vero che se si trattasse solo di questo, la lotta alla corruzione – tolti da mezzo gli avversari – sarebbe finita, invece va avanti e si estende: si parla di decine di migliaia di persone arrestate. E si tratta di una campagna che sta riscuotendo grande successo tra la popolazione. Il presidente Xi Jinping non sta semplicemente pulendo i panni sporchi del Partito, sta facendo una cosa che incontra il favore della gente. Stiamo parlando di misure, per così dire, di “sistema” che si spalmano su un lasso di tempo lungo, anni.

 

Lei ha scritto che dopo che il maoismo ha distrutto i vecchi valori confuciani e Deng ha cancellato la rivoluzione culturale, i cinesi sono rimasti con “un vuoto etico e culturale che Xi Jinping sta tentando di colmare”. In che modo?

Xi Jinping sostiene la necessità di elaborare una “nuova cultura cinese”. Sembrerebbe un proclama un po’ banale e invece è una necessità del Paese. La Cina ha un vuoto e c’è bisogno di colmarlo con una nuova cultura. Naturalmente creare una nuova cultura dopo aver distrutto quella antica non è la cosa più facile del mondo – probabilmente ci vorranno decine di anni -, ma è interessante il fatto che questo governo si ponga il problema e provi in qualche modo a risolverlo. Che cosa significa cultura cinese oggi? Bere il tè, praticare il kung fu? Cosa vogliono fare i cinesi con la loro cultura e la loro influenza? Il cosiddetto “soft power” cinese, dovrebbe servire a diffondere tra l’opinione pubblica internazionale le idee cinesi. Ma qual è, anzitutto, il “power”? La cultura americana ha i suoi contenuti: il jazz, il rock & roll, la beat generation, Hollywood, Hemingway e così via. Certo, scrittori come Mo Yan, il nuovo cinema cinese, “Guerra senza limiti” dei due militari Qiao Liang e Wang Xiangsui fanno parte di questo nuovo contenuto. Non c’è il deserto, anzi si registrano degli sforzi, c’è un grande fermento culturale. Ma l’impatto di tutto ciò fuori dalla Cina è molto limitato, perché la sua produzione è essenzialmente sinocentrica. Tranne forse Qiao e Wang – il cui lavoro riguarda la strategia complessiva – tutti gli altri pensano alla Cina. I grandi intellettuali americani invece pensano al mondo, hanno una visione complessiva, a volte distorta, folle, ma pensano all’intero Pianeta. Gli intellettuali cinesi invece pensano alla Cina. Il loro impatto, per ora, non può che essere limitato.

 

E l’Italia, come è vista dal governo cinese?

Nei confronti del nostro paese c’è una grande simpatia, ma l’Italia non è nel grande schermo radar cinese. L’Italia, purtroppo, per Pechino non è un interlocutore, né politico né economico. Quelli fatti nelle ultime settimane da Pechino a Roma sono investimenti puramente finanziari, senza una strategia precisa. Fin quando l’Italia non avrà un peso politico nel mondo, è difficile che possa rappresentare un interlocutore per la Cina. Cosa vuole fare nel mondo? E in Europa? E con l’Africa? L’Italia non ha una politica sulla Cina, perché, sfortunatamente, non ha una politica estera in generale.