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“Apple dice sì ai controlli del governo di Pechino sui suoi server”

 

Apple, si sa, è sempre un passo avanti rispetto rispetto alle concorrenti. La multinazionale californiana ha scelto di diventare anche la prima azienda straniera a dire “sì” ai controlli dell’organismo cinese che sovrintende alla censura su internet, la Cyberspace Administration of China.

Ad annunciarlo sono oggi i media ufficiali della Repubblica popolare, che ricordano come “a diversi altri giganti hi tech statunitensi, inclusi Facebook e Google, è stato chiesto dall’organismo di controllo di sottoporsi ai controlli del cyberspazio cinese” ma “queste aziende hanno dovuto lasciare il mercato cinese perché hanno rifiuto di attenersi” alle leggi locali.

Nessuna conferma è finora arrivata da parte di Apple.

 

L’accordo tra Apple e il governo cinese – riferisce il Beijing News – sarebbe stato raggiunto in un incontro, avvenuto il mese scorso negli Stati Uniti, tra il numero uno della multinazionale, Tim Cook, e Lu Wei, alla guida della Cyberspace Administration of China.

Secondo quanto riferito al giornale pechinese da un funzionario dell’organismo che controlla l’internet cinese, Lu avrebbe spiegato a Cook che il suo governo vuole aprire alle multinazionali hi tech straniere ma che queste ultime, oltre a garantire la privacy dei clienti, devono andare incontro alle esigenze di “sicurezza nazionale” della Cina.

 

Nel cyberspazio cinese i dati sono filtrati dal Great Firewall, la Grande muraglia elettronica che prova a bloccare (in entrata e in uscita) i contenuti sgraditi al Partito comunista cinese. L’oscuramento di YouTube, Facebook, Twitter etc., è servito, negli ultimi anni, oltre che a bloccarne i contenuti, anche allo sviluppo di versioni cinesi di quei social media, che hanno favorito a loro volta la crescita dell’industria hi tech nazionale.

 

Il mercato della Repubblica popolare è troppo importante per Apple (ad esempio, le vendite di iPhone nel 2014 sono aumentate del 45% rispetto all’anno precedente), che negli ultimi giorni ha annunciato l’apertura in Cina di cinque nuovi negozi prima del prossimo capodanno cinese (gli Apple store nella Cina continentale saliranno così a quota 20).

 

Nell’agosto scorso, Apple, per la prima volta, aveva installato in Cina server che contengono dati di utenti privati: contenitori di miliardi di informazioni personali che servono a garantire servizi migliori agli utenti dei paesi in cui sono installati. 

In quell’occasione Apple aveva fatto sapere di essere alla ricerca di un esperto legale da mettere a capo del suo team pechinese incaricato di rispondere alle richieste, sempre maggiori, da parte della autorità cinesi di ottenere dati di utenti privati.

“Il ruolo comporta la responsabilità diretta della direzione, della gestione e della fornitura di risposte appropriate alle richieste da parte delle autorità amministrative, di magistrati e tribunali in tutta la Cina”, aveva scritto Apple in un annuncio di lavoro postato su LinkedIn.

 

Quello della richiesta di accesso ai dati privati da parte di governi non è un fenomeno che riguarda la sola Cina.

Nel settembre scorso Google aveva fatto sapere che – negli ultimi cinque anni, a livello globale – le richieste di dati di utenti privati da parte delle autorità sono aumentate del 150% (escluse quelle, segretissime, fatte in base al Foreign intelligence surveillance act statunitense) e che, nel corso del 2014, il motore di ricerca ha assecondato circa il 65% delle richieste di questo tipo.

Dati che comunque rappresentano soltanto la punta dell’iceberg, basti pensare ai poteri concessi negli Stati uniti alla National security agency (NSA), che raccoglie informazioni senza essere obbligata ad alcuna preventiva richiesta.

 

22 gennaio 2015