Ambiente

Nuove politiche ambientali,
l’ora del libretto verde




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Green Buses, Yeow

 

Dopo decenni di crescita, l’industrializzazione impetuosa sta presentando ora il conto alla Cina, nella forma di una crisi ambientale che si ripercuote negativamente sulla salute dei cittadini e sull’economia. Uno studio condotto nel 2007 dalla Banca Mondiale ha concluso che l’inquinamento dell’aria e dell’acqua provoca un calo del prodotto interno lordo (Pil) pari al 4.3% annuo. Dopo che i timori per lo stato di salute dell’ambiente si sono diffusi tra la popolazione, il premier Li Keqiang nel 2013 ha dichiarato una “guerra all’inquinamento”. Quali sono oggi i risultati concreti di questa “guerra”? Da questa domanda ha preso spunto, martedì scorso, un dibattito tra Anders Hove, Direttore Associato per il China Research presso il Paulson Institute, Li Yan, Direttrice di Greenpeace East Asia, e Ma Tianjie, editor pechinese di chinadialogue, tenutosi durante il festival letterario organizzato dal café “Bookworm” a Pechino.

 

 

Grazie alle politiche di tutela ambientale adottate negli ultimi anni dalla leadership cinese, nella capitale Pechino l’inquinamento è diminuito del del 30% nel gennaio 2016 e, nello stesso periodo, del 10% su scala nazionale. La chiusura di fabbriche alimentate essenzialmente a carbone, l’adozione di nuove norme per allinearsi con gli standard di tutela internazionali, la sensibilizzazione sui danni causati all’uomo e all’ambiente da una prolungata esposizione alle polveri sottili PM2.5, assieme ai forti venti e a condizioni climatiche ottimali, hanno favorito una diminuzione sostanziale dell’inquinamento atmosferico.
Secondo Ma Tianjie, sono due gli elementi che hanno contribuito a questa parziale inversione di rotta. Il primo è il sostanziale allineamento delle politiche del Partito all’agenda di tutela ambientale, il secondo è la riduzione dell’eccesso di capacità produttiva nei settori di estrazione del carbone, minerario, del cemento e della produzione dell’acciaio, tra i maggiori inquinanti. Ma ha sottolineato come l’inquinamento durante i mesi estivi sia più moderato rispetto all’inverno, quando il massiccio utilizzo di carbone per riscaldare le abitazioni apporta il suo contributo negativo.

 

Anders Hove ha sottolineato come la riduzione nell’utilizzo di carbone come fonte di produzione, assieme alla rinnovata promessa da parte dei leader cinesi di rientrare al più presto all’interno degli standard internazionali, rappresentino elementi chiave della lotta contro l’inquinamento. Hove si è soffermato su una delle principali sfide che l’attuale e futura leadership cinese si troverà ad affrontare, ovvero implementare le riforme promosse a Pechino nelle regioni più distanti dal centro e combattere l’alto livello di corruzione e inadempienza che da sempre minano l’efficacia delle politiche varate a Pechino.
Li Yan ha precisato che, rispetto al 2013, l’utilizzo del carbone a livello nazionale è diminuito del 6.6% e che, in generale, la Cina ha fatto grossi progressi rispetto al 2008, quando investimenti in settori altamente inquinanti, assieme a un massiccio uso di carbone e una sostanziale mancanza di implementazioni delle politiche di tutela, avevano gettato le basi per i livelli record di inquinamento dell’aria sperimentati negli anni successivi.

 

Come far rispettare a livello locale le politiche varate da Pechino?

 

La questione è più spinosa di quanto possa sembrare, poiché tra una provincia e un’altra si riscontrano livelli molto diversi di “penetrazione” delle politiche centrali: i funzionari locali sono costantemente combattuti tra la necessità di rispettare le attese di contribuzione al Pil nazionale e quella di allinearsi alle nuove politiche di tutela ambientale. Recentemente il presidente Xi Jinping si è recato in visita ad alcuni funzionari locali nella regione dello Hebei, chiarendo la posizione del governo centrale: non si verrà giudicati in base alla quantità e alla velocità di produzione, ma al contrario in base a quanto si sarà contribuito a migliorare le condizioni ambientali.

 

Si è registrata inoltre una grossa differenza tra le province costiere – da sempre favorite nello sviluppo industriale e nella modernizzazione – e quelle interne e ai confini più lontani, in particolare Xinjiang, Mongolia interna e Shaanxi. Le prime sono maggiormente controllate e gli organi del Partito vi esercitano una presa maggiore; le seconde sono al centro di una fase transitoria che vede nella produzione industriale di massa e nella costruzione di nuovi impianti a carbone una delle principali fonti di crescita.
Il direttore di chinadialogue, Ma Tianjie, ha sottolineato le profonde difficoltà che il Partito si troverà ad affrontare nella fase transitoria da una produzione fondata sull’uso massiccio di carbone a un modello verde, basato sull’utilizzo delle energie rinnovabili. La stessa scelta di tassare il carbone rischia di non condurre immediatamente a una conversione a una produzione fondata sulle energie rinnovabili, poiché i costi di transizione disincentivano i privati ad abbandonare il carbone come principale fonte produttiva. Per non parlare delle decine di milioni di piccoli contadini che utilizzano quotidianamente piccole quantità di carbone per svolgere le normali attività produttive.

 

Anders Hove – del “China Research” presso il Paulson Institute – ha citato la macro area denominata Jing-Jin-Ji (京津冀), ovvero quella che include Pechino – Tianjin e la provincia dello Hebei, come modello di transizione verso uno sviluppo sostenibile. Situata nel nord del paese, Jing-Jin-Ji è abitata da 130 milioni di persone e fonte del 10% del Pil cinese. La regione è assai diversificata: include zone cittadine, zone ad alta attività industriale e altre che mantengono un carattere rurale. L’area è inoltre sede di numerose industrie estremamente inquinanti che lavorano il ferro e l’acciaio, così come di alcune delle più inquinate città al mondo, tra cui Pechino e Tianjin. Proprio per la sua centralità e importanza strategica, la regione è un fondamentale banco di prova per le politiche di riqualificazione ambientale e rappresenta un embrione di quanto potrà accadere a livello nazionale una volta che le politiche avranno dato i loro frutti.

 

La discussione si è poi spostata ai recenti “allarmi rossi” lanciati per la prima volta a Pechino durante l’inverno 2015. In sostanza, una volta che l’inquinamento dell’aria raggiunge livelli altamente dannosi per la salute, il governo vieta l’accesso in città dei veicoli più inquinanti, attiva un sistema paragonabile alle nostre “targhe alterne”, invita i cittadini a non uscire di casa e le scuole a restare chiuse.

 

Ma Tianjie ha criticato l’iniziativa governativa, essenzialmente per due motivi. Il primo è legato al fatto che questa misure non prevengono l’inquinamento, ma entrano in vigore quando i livelli di smog sono già elevati; il secondo è legato alla reticenza da parte del governo locale di implementare ulteriormente il controllo sui veicoli che entrano in città e sulle scuole pubbliche che rimangono aperte e invitano gli studenti a non assentarsi da lezione. Il sottoscritto, in quanto studente presso una delle principali università di Pechino, non ha avuto la possibilità di assentarmi da lezione e ha scelto di sua spontanea volontà di rimanere a casa per evitare un’esposizione eccessiva agli effetti dell’inquinamento.

 

Il ruolo delle fonti energetiche alternative

 

Anders Hove ha definito questi allarmi come una pacata risposta alle critiche internazionali e alla crescente consapevolezza da parte dei cittadini degli effetti a lungo termine dell’inquinamento.

 

Ma Tianjie si è brevemente soffermato su un ulteriore problema legato a decenni di inquinamento incontrollato: la bonifica di tutti i terreni, falde acquifere e risorse idriche altamente inquinate. Numerosi fiumi sparsi sono ormai “inutilizzabili” ed intere sezioni di corsi d’acqua andrebbero rimosse come materiale tossico. L’esperto ha sottolineato come queste operazioni siano estremamente costose e la mancanza di un organo preposto a tale compito.

Nella parte finale della discussione gli speaker si sono brevemente soffermati su tematiche quali la costruzione di impianti nucleari come fonti energetiche alternative, sul ruolo delle organizzazioni non governative (ong) all’interno della società cinese e quello dei giovani, come fonte di speranza per un futuro più verde.

 

Il nucleare non ha un ruolo prioritario nei piani futuri per la produzione di energie rinnovabili, in quanto fonte di preoccupazione per l’opinione pubblica e a causa dei costi di fabbricazione degli impianti nucleari. Le fonti rinnovabili legate allo sfruttamento dell’energia solare, eolica ed idroelettrica sono al primo posto nei piani della leadership cinese: nel 2014, la Cina ha fatto registrare la maggior capacità di produzione di energia idroelettrica ed eolica rispetto a ogni altro paese al mondo.

 

 

Per quanto riguarda la diffusione delle ong che si occupano di tutela ambientale, negli scorsi anni e soprattuto a seguito della nuova legge sull’ambiente, si è assistito a una maggiore libertà di azione: se fino a poco tempo fa le ong non potevano rappresentare privati cittadini e di conseguenza contribuire alla lotta per la protezione ambientale, dopo il varo dell’ultima legislazione, esse sono in grado di fare causa a chi è sospettato di non rispettare i parametri di tutela ambientale. Alle ong non è tuttavia consentito di fare causa ai funzionari locali, i quali godono tuttora di un alto livello di impunità.

 

 

In conclusione, gli speaker hanno rinnovato le loro speranze per un futuro più verde per la Cina, confidando nel ruolo dei giovani come pionieri nella lotta contro l’inquinamento. Sempre più giovani cinesi scelgono di intraprendere carriere nel settore delle energie rinnovabili e della tutela ambientale, dimostrando come la società sia sensibile a queste tematiche. Ma Tianjie ha concluso ricordando quanto sia importante che “le nuove generazioni si concentrino su nuovi valori, abbandonino il materialismo che ha caratterizzato la società cinese negli ultimi anni e che non siano ciechi consumatori, ma che scelgano una via più sostenibile”.

 

 

Alessandro Zadro è Master’s candidate in International Relations presso la Beijing University (Beida)

 

 



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