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Alibaba, il gigante sconosciuto porta negli Usa il capitalismo bambù




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Alibaba, leader cinese del commercio elettronico, ha annunciato ufficialmente l’intenzione di quotarsi a Wall Street, portando a New York quella che potrebbe essere la più alta Ipo della storia. Gli analisti hanno previsto una valutazione tra 136 e 250 miliardi di dollari. Se a essere confermate fossero le previsioni più elevate, Alibaba si collocherebbe, per capitalizzazione, subito dopo Google e davanti a Facebook. Nonostante la portata dell’Offerta pubblica d’acquisto e l’enorme successo registrato nel corso degli ultimi anni, Alibaba.com, il più grande portale B2B al mondo, è ancora poco conosciuto in Italia, così come negli Stati Uniti. Lo stesso Wall Street Journal lo ha definito, un po’ sbrigativamente, come un mix tra Amazon, eBay e Paypal, con un pizzico di Google, unito ad alcune specificità cinesi.

 

La scalata dell’e-commerce passa per l’e-payment e il cloud storage

In realtà l’esercito tecnologico di Alibaba ha una sua fisionomia ben definita e una precisa suddivisione di compiti. Di questo “esercito” fa parte innanzitutto Taobao, la piattaforma di acquisti C2C, nata nel 2003, che permette a piccole aziende e singoli imprenditori di aprire negozi on line. Nel 2013, il giorno della festa dei single, Taobao ha registrato transazioni per 6 miliardi di dollari. Dopo l’acquisizione di una quota di Yahoo Cina nel 2005, nel 2008 è nato Taobao Mall (divenuto nel 2011 Tmall), piattaforma indipendente dedicata al B2C che annovera aziende del calibro di Nike e Apple. Nell’ottobre 2010, come servizio aggiuntivo per Taobao, è arrivato il motore di ricerca e-Tao, anch’esso scorporato nel giugno 2011 e trasformato in un servizio a sé. Oggi e-Tao è il più grande motore di ricerca per shopping online in Cina e permette di effettuare ricerche e comparazioni su una vasta gamma di prodotti, alla ricerca dei rivenditori che offrono i prezzi più vantaggiosi.

Alibaba non si occupa solo di connettere venditori e clienti ma gestisce anche le transazioni con un servizio di proprietà. Ai portali di Alibaba è collegato Alipay, un sistema di pagamento simile a Paypal, che permette ai 700 milioni di utenti registrati di acquistare online appoggiandosi a un semplice conto corrente, senza bisogno di carte di credito. Come garanzia contro le truffe gli utenti hanno la possibilità di sbloccare il pagamento solo dopo aver ricevuto e approvato la merce. Inoltre, grazie al servizio chat Aliwangwang, possono entrare direttamente in contatto con i venditori. Passando dalla gestione della transazione a quella della spedizione, nel 2013 Alibaba ha lanciato China Smart Logistics Network (CSN), le rete logistica che garantisce spedizioni in qualsiasi città della Cina entro 24 ore. Acquistare in rete è sempre più facile, non solo tramite desktop e mobile ma anche tramite TV, grazie a Wasu Rainbow, la smart box che consente agli utenti registrati di visionare e comprare prodotti direttamente dal loro televisore.

 

Non direttamente collegato all’universo delle transazioni è il servizio di cloud storage lanciato nel 2009 con l’Alibaba cloud computing unit e rafforzato nel 2011 tramite l’acquisizione di Kanbox, una sorta di Dropbox cinese. Ma il vero campione del data storage è Alibaba stesso, che con il sistema Aliloan è arrivato a fare da garante per gli imprenditori presenti nel suo database che richiedono prestiti bancari. In sintesi, gli utenti permettono ad Alibaba di raccogliere dati sulle loro performance e sulla loro affidabilità, Alibaba utilizza quegli stessi dati come garanzia per ottenere prestiti dalle banche. Nel corso della marcia verso Wall Street l’espansione del gigante non sembra arrestarsi: l’ultima conquista, avvenuta ad aprile 2014 è Youku Tudou il più grande video provider cinese, controparte di Youtube.

E, nelle ultime ore, Alibaba ha raggiunto un accordo col gigante dell’e-commerce statunitense ShopRunner (del quale, lo scorso ottobre aveva acquistato il 39% del pacchetto azionario) che permetterà al rivale di Amazon di espandersi in Cina, appoggiandosi all’infrastruttura di Alibaba. Il lancio di ShopRunner – ha dichiarato alla Reuters la sua Chief Strategy Officer, Fiona Dias – avverrà entro la fine di quest’anno. Grazie alla joint venture, l’azienda Usa avrà la possibilità di espandersi lì dove avevano fallito tanti suoi predecessori, e i consumatori cinesi avranno un accesso (elettronico) diretto a tanti, e tanto desiderati, prodotti “made in Usa” a prova di contraffazione.

 

Tutte le armi e le prospettive del campione del capitalismo di bambù

Alibaba è stato definito dall’Economist il cuore del capitalismo di bambù, quello che ha permesso a migliaia di aziende private cinesi di aggirare il sistema capitalistico a conduzione statale e di far fortuna sfruttando la crescita dei consumi. Nei confronti di queste imprese il governo ha mantenuto finora “un occhio aperto e un occhio chiuso” ma non è detto che in futuro non torni sui suoi passi. E non è detto nemmeno che il controllo centrale non vada a collidere anche con una delle direttici su cui il gigante potrebbe portare la sua espansione dopo Wall Street, quella del credito ai privati. Finora Aliloan ha garantito per le imprese ma potrebbe fare qualcosa di simile anche a favore dei privati desiderosi di accedere al credito bancario. Qui il terreno si farebbe sdrucciolevole, dato che il governo, attraverso il controllo delle banche, veicola il credito verso le imprese “amiche”. La concessione di prestiti ai privati potrebbe far vacillare l’equilibrio creato, oltre che aumentare il rischio di una bolla creditizia.

Un’altra pista di espansione, meno rischiosa per la politica ma più pericolosa per la privacy, potrebbe essere quella dell’analisi dei dati per l’anticipazione dei trend di mercato. Alibaba potrebbe studiare le abitudini dei consumatori provenienti dalla classe media emergente e aiutare le aziende ad anticipare le loro scelte. Oppure potrebbe intaccare le tasche degli utenti facendo pagare una piccola percentuale per ogni prestito andato a buon fine con Aliloan. Alex Wang, analista del gruppo iResearch, ha recentemente affermato che per ora la maggior parte degli utenti registrati nei siti di Alibaba è della Cina popolare, ma la strategia di Jack Ma e di Lu Zhaoxi – Ceo di Alibaba da marzo 2013 – è quella di espandersi a Hong Kong, Taiwan, Singapore e in Malesia, come confermato anche da Daphne Lee, director of overseas business di Taobao.com.

In un saggio del 2013 per la Harvard Business Review, Jack Ma ha scritto “Proprio come internet sta rivoluzionando le vendite, noi di Alibaba crediamo che finirà per fare lo stesso per le industrie fondamentalmente basate sull’informazione come la finanza, l’istruzione e la sanità. Una volta che questo cambiamento sarà avvenuto – una volta che saremo tutti connessi – credo che lo spirito di uguaglianza e trasparenza al cuore di Internet renderà possibile per la società cinese farà un balzo in avanti nello sviluppo di una più forte infrastruttura istituzionale e sociale. È per questo che abbiamo costruito Alibaba come un social business fin dal primo giorno”. Grazie ai capitali provenienti da Wall Street, Jack Ma, che ha recentemente annunciato la creazione di trust filantropiche per un valore fino a 3 miliardi dollari, potrebbe essere davvero l’uomo che cambia la Cina del XXI° secolo. “Somebody has to do something” – ha detto Ma – “Our job is to wake people up.”

 

 

 



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