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Multa Usa da 1 miliardo,
ZTE ingoia il rospo
ma ora può ripartire




Il gigante cinese delle telecomunicazioni ZTE ha raggiunto un accordo con l’Amministrazione Trump che gli permetterà di riprendere ad operare e di continuare ad acquistare negli Stati Uniti componenti indispensabili per i suoi prodotti.

 

Il segretario del Commercio Usa, Wilbur Ross, ha annunciato oggi che la seconda azienda di telecomunicazioni della Repubblica popolare cinese ha accettato di pagare una multa di 1 miliardo di dollari e di istituire un comitato di sorveglianza (con membri scelti da Washington) che dovrà controllare che non si ripetano violazioni come quelle (passaggio di componenti hi-tech Usa a Iran e Corea del nord, paesi sottoposti a sanzioni da Washington) che avevano indotto gli Stati Uniti nell’aprile scorso a sospendere la vendita di semiconduttori e software “made in Usa” a ZTE.

 

L’accordo raggiunto prevede anche che la multinazionale cinese istituisca un fondo ad hoc (di 400 milioni di dollari) per pagare eventuali ulteriori contravvenzioni.

ZTE ha già pagato nel 2017 2/3 di una multa da 1,2 miliardi di dollari agli Usa per aver violato le sanzioni nei confronti di Tehran e Pyongyang, embargo che avrebbe continuato a violare innescando il blocco della vendita di componenti Usa.

 

Negli ultimi giorni nella compagnia con quartier generale nella megalopoli di Shenzhen si era registrata una girandola di sostituzioni di figure apicali del management, tra cui l’ex vice presidente esecutivo Fan Qingfeng, già a capo delle vendite nei mercati sranieri.

 

Quella che appare come una “capitolazione” dei cinesi va tuttavia inquadrata in un duplice imperativo: quello di ZTE di riprendere quanto prima la produzione, evitando il fallimento e il conseguente licenziamento di decine di migliaia di dipendenti; e quello di Pechino di raggiungere un compromesso con Washington che faciliti anche un riavvicinamento delle posizioni nel complesso scontro con l’Amministrazione Trump su commercio e investimenti bilaterali, nonché sulle ambizioni cinesi di far decollare la sua nuova manifattura avanzata.



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